Una donna è stata condannata per l'introduzione di droga in carcere, avendo portato circa sessanta grammi di cocaina al compagno detenuto durante un colloquio. La Corte di appello ha ridotto la pena a quattro anni di reclusione, riconoscendo la lieve entità del fatto ma confermando l'aggravante specifica. La donna ha proposto ricorso in Cassazione contestando l'aggravante, sostenendo che la sostanza fosse destinata solo al compagno e non a terzi. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la contestazione non era stata sollevata in appello e che, comunque, l'aggravante si applica oggettivamente a chiunque introduca stupefacenti in un istituto penitenziario, a prescindere dal destinatario finale. La ricorrente è stata condannata anche al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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