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Insinuazione

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53 provvedimenti applicano questo termine

Provvedimenti

Diritto di regresso del garante nel concordato
La Corte di Cassazione ha affrontato il tema della validità del diritto di regresso esercitato dal cessionario di un garante all'interno di un concordato preventivo. Il caso riguardava un soggetto che, avendo acquistato il credito di regresso da un fideiussore che aveva pagato parzialmente le banche, chiedeva l'ammissione al passivo della società debitrice. La Suprema Corte ha confermato che, sebbene l'art. 61 l.fall. richieda l'integrale soddisfacimento del creditore principale per l'esercizio del regresso, tale condizione era stata soddisfatta nel corso della procedura prima dell'avvio dell'azione giudiziaria, rendendo legittima la pretesa del cessionario.
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Prededuzione compensi professionali nel fallimento
La Corte di Cassazione ha annullato un decreto del Tribunale che riconosceva la prededuzione a un professionista per attività svolte in vista di un concordato preventivo poi fallito. Il cuore della decisione riguarda l'onere della prova: se la curatela eccepisce l'inadempimento, spetta al professionista dimostrare l'esatto adempimento. Inoltre, la prededuzione non è automatica ma richiede un giudizio ex ante sulla funzionalità della prestazione rispetto agli interessi della procedura concorsuale.
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Fallimento dell’appellato: l’appello prosegue
Una società petrolifera ha citato in giudizio una società di custodia per il risarcimento dei danni derivanti dallo sversamento di carburante. Dopo il rigetto della domanda in primo grado, la società attrice ha proposto appello. Tuttavia, durante il giudizio di secondo grado, la società convenuta è stata dichiarata fallita. La Corte d'Appello ha dichiarato l'improcedibilità del gravame, ritenendo che la pretesa dovesse essere fatta valere esclusivamente nella procedura concorsuale. La Cassazione ha ribaltato tale decisione, stabilendo che in caso di fallimento dell'appellato, l'appello deve proseguire per evitare che la sentenza di rigetto passi in giudicato, precludendo definitivamente al creditore la possibilità di insinuarsi al passivo fallimentare.
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Eccezione di inadempimento: i limiti del giudice
La Corte di Cassazione ha annullato un decreto del Tribunale che aveva rigettato l'ammissione al passivo di un credito derivante da contratti di trasporto. Il Tribunale aveva applicato d'ufficio l'eccezione di inadempimento per bloccare la pretesa, nonostante la curatela avesse sollevato solo un'eccezione di compensazione basata su presunti abusi di direzione e coordinamento. La Suprema Corte ha stabilito che tale operazione viola il principio di corrispondenza tra chiesto e pronunciato, poiché l'eccezione di inadempimento non era stata proposta dalle parti e riguardava titoli giuridici differenti rispetto ai crediti azionati.
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Giudicato sostanziale e ammissione al passivo
Un'impresa di costruzioni ha impugnato il rigetto della propria domanda di ammissione al passivo fallimentare di una società venditrice. La curatela aveva eccepito la compensazione con un presunto controcredito legato al prezzo di vendita di un terreno. Tuttavia, la Cassazione ha stabilito che il **giudicato sostanziale** formatosi in un precedente giudizio tra le parti aveva già accertato l'inesistenza di tale debito a causa dell'inadempimento della venditrice. Il principio del dedotto e del deducibile impedisce alla curatela di sollevare eccezioni su fatti già coperti da una decisione definitiva, anche se emessa con rito sommario.
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Riscossione tributi: proprietà somme e fallimento
La Corte di Cassazione ha confermato il rigetto della domanda di restituzione di somme derivanti dalla riscossione tributi avanzata da una società verso un concessionario in amministrazione straordinaria. Il cuore della controversia riguardava la possibilità di rivendicare come proprie le somme depositate su conti correnti dedicati. La Corte ha stabilito che il denaro, essendo un bene fungibile, una volta versato in banca entra nella proprietà dell'istituto di credito. Pertanto, l'ente impositore non può esercitare un'azione di rivendica ex art. 103 l.fall., ma titolare solo di un diritto di credito personale verso il concessionario, non potendo dimostrare una reale separazione patrimoniale idonea a mantenere la proprietà della somma specifica.
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Accordo di ristrutturazione e fallimento: le sorti
Una società creditrice ha impugnato il decreto di ammissione al passivo che riconosceva solo una parte del credito originario, in virtù di un precedente accordo di ristrutturazione. Il Tribunale aveva ritenuto che tale accordo rimanesse vincolante nonostante il successivo fallimento del debitore. La Corte di Cassazione, rilevando la complessità della questione, ha deciso di rimettere la causa in pubblica udienza per stabilire se l'accordo di ristrutturazione perda efficacia automaticamente con l'insolvenza o se sia necessaria una specifica azione di risoluzione.
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Data certa e opponibilità nel fallimento
La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso di una società estera che chiedeva l'ammissione al passivo fallimentare di un credito per canoni di noleggio. Il cuore della controversia riguarda la mancanza di data certa del contratto di vendita e contestuale utilizzo dei macchinari. Secondo i giudici, i documenti bancari prodotti non erano sufficienti a dimostrare l'anteriorità del contratto rispetto al fallimento, rendendo la pretesa creditoria non opponibile alla massa dei creditori.
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Ricognizione di debito e fallimento: le nuove regole
La Corte di Cassazione ha stabilito che la ricognizione di debito contenuta in titoli cambiari con data certa è pienamente opponibile al fallimento. Nel caso di specie, un creditore aveva richiesto l'ammissione al passivo basandosi su cambiali protestate prima del fallimento della società debitrice. Il Tribunale aveva respinto la domanda, sostenendo che il creditore dovesse provare il rapporto causale sottostante. La Suprema Corte ha cassato la decisione, chiarendo che, ai sensi dell'art. 1988 c.c., la promessa di pagamento inverte l'onere della prova: spetta al curatore fallimentare dimostrare l'eventuale inesistenza del debito, non al creditore provarne l'origine.
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Data certa: quando il contratto è opponibile?
Un avvocato ha impugnato il decreto del Tribunale che riconosceva solo parzialmente il compenso professionale richiesto per l'assistenza in un concordato preventivo. La controversia riguardava l'opponibilità al fallimento di un accordo economico privato. Il professionista sosteneva che la **data certa** del contratto fosse provata dalla sua menzione all'interno del piano concordatario depositato. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che la semplice citazione di un mandato in un atto ufficiale non conferisce data certa al documento sottostante se questo non viene allegato integralmente.
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Insinuazione al passivo: prova del credito e fatture
La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso di una società che intendeva ottenere l'insinuazione al passivo di un credito basandosi esclusivamente su fatture e un decreto ingiuntivo non definitivo. La Suprema Corte ha chiarito che, nel contesto fallimentare, le fatture non costituiscono prova contro il curatore, poiché quest'ultimo agisce come terzo e non come successore del debitore. Inoltre, un decreto ingiuntivo privo della dichiarazione di esecutorietà ex art. 647 c.p.c. risulta totalmente inopponibile alla massa dei creditori, rendendo l'insinuazione al passivo priva di fondamento probatorio.
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Ricognizione di debito: opponibilità nel fallimento
La Corte di Cassazione ha stabilito che la ricognizione di debito contenuta in un accordo con data certa anteriore al fallimento è pienamente opponibile alla massa dei creditori. Tale atto determina un'inversione dell'onere della prova: non spetta al creditore dimostrare il rapporto sottostante, ma al curatore fallimentare provarne l'eventuale inesistenza o invalidità. La decisione sottolinea che il curatore non può essere considerato un terzo estraneo rispetto agli effetti dell'art. 1988 c.c., garantendo così maggiore tutela ai creditori muniti di documentazione certa.
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Prededuzione: limiti ai compensi professionali
La Corte di Cassazione ha stabilito che la prededuzione dei compensi professionali per l'assistenza in un concordato preventivo non è automatica. Nel caso analizzato, due professionisti avevano richiesto il pagamento prioritario per l'attività svolta, ma la procedura era stata revocata a causa di pagamenti non autorizzati e omissioni nel piano, riconducibili alla loro condotta. La Suprema Corte ha chiarito che, se l'attività professionale non è funzionale agli obiettivi della procedura o ne determina il fallimento precoce, il credito non può godere della prededuzione.
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Compensazione fallimentare: regole per le banche
La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso di un istituto bancario riguardante la compensazione fallimentare tra il saldo attivo di un conto corrente e il debito derivante da un mutuo fondiario. Il Tribunale aveva precedentemente negato tale compensazione, ritenendola illegittima perché operata fuori dal controllo del giudice delegato. La Suprema Corte ha invece stabilito che, se il credito è oggetto di domanda di ammissione al passivo, la compensazione ex art. 56 l. fall. è pienamente ammissibile anche tra rapporti di natura diversa, purché i crediti siano preesistenti al fallimento e reciprocamente esigibili.
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Cessione del credito e responsabilità della banca
Una società ha citato in giudizio un istituto bancario lamentando un danno derivante dalla gestione di una cessione del credito in ambito fallimentare. La ricorrente sosteneva che la banca avesse violato obblighi di mandato non opponendosi a un piano di riparto sfavorevole. Tuttavia, il contratto originale prevedeva una clausola di esonero totale per la banca, ponendo ogni onere di tutela del credito in capo all'acquirente. La Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando che la volontà contrattuale scritta prevale su presunti accordi verbali o condotte successive non univoche.
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Insinuazione tardiva: termini e regole in Cassazione
La Corte di Cassazione ha confermato l'inammissibilità di una domanda di insinuazione tardiva presentata da un gruppo di investitori contro una banca in liquidazione coatta amministrativa. Il ricorso è stato respinto poiché la domanda è stata depositata oltre il termine di sei mesi previsto dalla riforma del 2015, senza che i ricorrenti fornissero prova di una causa non imputabile per il ritardo. La sentenza chiarisce che anche i crediti accertati con sentenza definitiva devono sottostare alle rigide tempistiche del concorso formale per essere ammessi al passivo della procedura.
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Insinuazione tardiva: termini e regole in banca LCA
La Corte di Cassazione ha confermato l'inammissibilità di una domanda di insinuazione tardiva presentata da un gruppo di investitori contro un istituto bancario in liquidazione coatta amministrativa. Nonostante i ricorrenti avessero ottenuto una sentenza definitiva di risoluzione contrattuale e condanna alla restituzione di somme, la domanda è stata depositata oltre il termine di sei mesi previsto dal D.Lgs. 181/2015. La Corte ha ribadito che l'esistenza di un titolo giudiziale non esonera dal rispetto delle procedure di accertamento del passivo e che il ritardo di oltre un anno dal passaggio in giudicato della sentenza, senza prova di causa non imputabile, rende l'istanza ultratardiva e inammissibile.
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Fondo di garanzia INPS: accertamento credito TFR
La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso di un lavoratore che chiedeva l'intervento del Fondo di garanzia INPS per il pagamento del TFR e delle ultime mensilità. La società datrice di lavoro era stata sottoposta a sequestro antimafia, confisca e infine fallimento. La Suprema Corte ha stabilito che l'accesso al Fondo di garanzia INPS è subordinato al preventivo accertamento giudiziale del credito nei confronti del datore di lavoro o dei suoi successori. Senza un titolo esecutivo o l'ammissione al passivo che determini con certezza l'ammontare del credito, l'ente previdenziale non può procedere alla liquidazione, data la natura sussidiaria e autonoma della sua obbligazione.
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Risoluzione contrattuale e fallimento: nuove regole
Le Sezioni Unite chiariscono il coordinamento tra il giudizio ordinario di risoluzione contrattuale e la verifica del passivo. Se la domanda di risoluzione è finalizzata a ottenere risarcimenti o restituzioni dalla massa, essa deve essere trattata esclusivamente dal giudice fallimentare. Il giudizio ordinario diventa improcedibile per garantire l'unità del concorso. La decisione del giudice delegato sulla risoluzione contrattuale non è meramente incidentale, ma costituisce il presupposto necessario per l'ammissione del credito, con efficacia limitata alla procedura concorsuale.
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Tentata estorsione: quando il credito è inesistente
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per tentata estorsione nei confronti di due soggetti che avevano preteso il pagamento di un debito societario dal figlio del titolare defunto. Gli imputati avevano utilizzato violenza fisica e minacce verbali, sostenendo di agire per un diritto legittimo. Tuttavia, i giudici hanno rilevato che il credito era già stato escluso dal passivo fallimentare della società e non era legalmente esigibile nei confronti della vittima. La consapevolezza dell'infondatezza giuridica della pretesa trasforma la condotta da esercizio arbitrario delle proprie ragioni in tentata estorsione.
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