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Indirizzo Ip

9 provvedimenti applicano questo termine

Definizione

Un codice numerico unico che identifica un dispositivo connesso a una rete internet, spesso utilizzato per rintracciare l'origine di una comunicazione online.

Norme più ricorrenti in questi provvedimenti

Provvedimenti

Diffamazione su social network: il profilo basta anche senza IP
L'Imputato è stato accusato di diffamazione su social network per la pubblicazione di frasi offensive su Facebook ai danni della Persona Offesa. La Corte d'Appello ha dichiarato il reato estinto per prescrizione, ma ha confermato le statuizioni civili di risarcimento del danno. L'Imputato ha proposto ricorso in Cassazione sostenendo la mancata identificazione dell'indirizzo IP e chiedendo la riqualificazione del fatto in ingiuria. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso e ha confermato la responsabilità civile dell'Imputato. I giudici hanno chiarito che l'indirizzo IP non è indispensabile quando vi sono indizi convergenti come la titolarità del profilo, il riconoscimento da parte degli altri utenti e il rancore pregresso. L'Imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e alla rifusione delle spese difensive della parte civile.
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Diffamazione su Facebook: condividere un post costa la condanna
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di diffamazione su Facebook a carico di un utente che ha condiviso un post gravemente denigratorio verso un magistrato. L'imputato sosteneva di essere stato solo menzionato e lamentava l'assenza di verifiche tecniche sul proprio indirizzo di rete. I giudici hanno chiarito che la semplice condivisione allarga la platea dei destinatari e integra l'offesa. Per provare la responsabilità non serve tracciare l'indirizzo telematico quando sussistono indizi precisi, come l'uso del profilo personale e la mancata denuncia di furto d'identità. Lo screenshot prodotto dalla persona offesa costituisce piena prova documentale. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, escludendo anche la particolare tenuità del fatto a causa della gravità dell'accusa e del ruolo istituzionale della vittima.
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Diffamazione a mezzo social network: no a condanne senza IP
Un utente, condannato in primo grado per il reato di diffamazione a mezzo social network per aver pubblicato post offensivi su Facebook, proponeva appello contestando la riconducibilità dei post alla sua persona, evidenziando la mancanza di accertamenti sull'indirizzo IP. La Corte d'appello dichiarava inammissibile l'impugnazione per genericità dei motivi. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso dell'imputato, stabilendo che l'appello non era generico ma conteneva una critica puntuale e dialettica alla sentenza di primo grado. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato senza rinvio l'ordinanza di inammissibilità, ordinando la trasmissione degli atti alla Corte d'appello di Bologna affinché celebri il processo di secondo grado.
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Diffamazione a mezzo social: colpevolezza confermata ma stop al carcere
Il Cittadino è stato condannato per diffamazione a mezzo social per aver pubblicato su Facebook un video del Vice-Sindaco mentre faceva rifornimento all'auto di servizio, accompagnato da insulti personali. La difesa ha contestato la mancata verifica dell'indirizzo IP e l'uso di trascrizioni cartacee senza copia forense, invocando anche il diritto di critica politica. La Cassazione ha confermato la responsabilità penale del Cittadino, stabilendo che la prova della paternità del post può basarsi su indizi precisi e che la trascrizione cartacea è utilizzabile se attendibile. Tuttavia, la Suprema Corte ha accolto il ricorso sulla pena, annullando la condanna a due mesi di reclusione con rinvio: l'applicazione della pena detentiva per diffamazione richiede una motivazione sull'eccezionale gravità del fatto, non ravvisabile in questo caso.
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Accesso abusivo a profilo social: condannato anche con reato estinto
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna al risarcimento del danno per un uomo che aveva commesso un accesso abusivo a profilo social. L'imputato era entrato nell'account di un'altra persona, ne aveva cambiato la password e, fingendosi il legittimo proprietario, aveva intrattenuto una chat promettendo prestazioni sessuali. Nonostante i reati penali fossero estinti per prescrizione, la Corte ha ritenuto provata la responsabilità civile. La prova decisiva è stata l'associazione degli indirizzi IP, usati per l'accesso, alle utenze telefoniche dell'imputato. La sentenza stabilisce che la responsabilità per i danni rimane, anche se il reato non è più punibile penalmente.
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Diffamazione social: quando scatta la condanna
La Corte di Cassazione ha analizzato un caso di diffamazione social riguardante commenti pubblicati su Facebook contro una società e i suoi titolari. La Suprema Corte ha confermato la condanna per due soggetti che avevano utilizzato espressioni gravemente offensive, ritenute prive dei requisiti del diritto di critica per via della loro incontinenza verbale. Al contrario, per un terzo imputato è stato disposto l'annullamento senza rinvio della condanna: la sua frase è stata giudicata non offensiva e priva di carattere diffamatorio. Un punto centrale della decisione riguarda l'identificazione dell'autore: i giudici hanno ribadito che l'indirizzo IP non è l'unico mezzo di prova, essendo sufficienti elementi indiziari come il nickname, la foto profilo e il contesto dei messaggi.
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Diffamazione: quando la critica politica non è reato
La Corte di Cassazione ha affrontato il caso di un utente condannato in appello per Diffamazione aggravata a causa di due post su Facebook diretti a un esponente politico. L'imputato aveva utilizzato termini come onorevolicchio e mutuuuu in riferimento a indagini penali che coinvolgevano la parte civile. La Suprema Corte ha annullato la condanna senza rinvio, stabilendo che tali espressioni, sebbene aspre, rientrano nell'esercizio del diritto di critica politica e mancano della necessaria valenza offensiva per configurare il reato, poiché funzionali a stigmatizzare condotte pubbliche ritenute non consone al ruolo istituzionale.
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Errore di fatto: IMEI non è un IP per la Cassazione
Un individuo, condannato per reati legati agli stupefacenti, ha presentato un ricorso straordinario per errore di fatto contro una precedente decisione della Corte di Cassazione. Il ricorso contestava la legittimità dell'acquisizione del codice IMEI di un telefono senza autorizzazione giudiziaria e la validità di alcune intercettazioni. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, ribadendo la netta distinzione tra il codice IMEI, che identifica solo il dispositivo, e l'indirizzo IP, che richiede maggiori tutele. La Corte ha concluso che non vi è stato alcun errore di fatto, ma un tentativo di ridiscutere una valutazione giuridica già definita.
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Diffamazione online: chi scrive dietro un nickname?
Un utente è stato condannato per diffamazione online per un articolo pubblicato con uno pseudonimo. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna, respingendo il ricorso dell'imputato. La sentenza stabilisce che per provare la paternità di uno scritto diffamatorio non è indispensabile l'accertamento tecnico dell'indirizzo IP. L'identificazione dell'autore può basarsi su una serie di elementi logici e convergenti, come l'uso abituale dello stesso nickname da parte dell'imputato e la sua mancata denuncia per furto d'identità digitale.
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