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In Melius

30 provvedimenti applicano questo termine

Definizione

Espressione latina che significa 'in meglio'. Nel diritto penale, indica l'applicazione di una nuova legge più favorevole all'imputato rispetto a quella precedente (principio di retroattività della legge più favorevole).

Norme più ricorrenti in questi provvedimenti

Provvedimenti

Lesioni personali stradali: carcere e non sanzione del GdP
Un automobilista è stato condannato per fuga, omissione di soccorso e lesioni personali stradali dopo un incidente avvenuto nel luglio 2016. L'imputato ha proposto ricorso per cassazione sostenendo l'illegalità della pena. Secondo la difesa, il reato di lesioni apparteneva alla competenza del Giudice di Pace, con conseguente obbligo di applicare solo la pena pecuniaria anziché quella detentiva. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso manifestamente infondato e inammissibile. I giudici hanno chiarito che, con la riforma del marzo 2016, il reato rientra pienamente nella competenza del Tribunale. L'imputato aveva peraltro già beneficiato di un trattamento sanzionatorio erroneamente più mite in appello. La Suprema Corte ha confermato la condanna e ha disposto il pagamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Correzione errore materiale: no al cambio di reato
Il Giudice dell'Esecuzione ha modificato una sentenza penale irrevocabile eliminando il riferimento all'articolo di legge sul furto in abitazione. Questa operazione ha trasformato l'imputazione in furto semplice, derubricando il reato in modo favorevole al condannato. La Procura della Repubblica ha proposto ricorso in Cassazione denunciando l'abuso dello strumento della correzione errore materiale. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso e ha annullato la decisione. I giudici di legittimità hanno chiarito che la correzione errore materiale serve soltanto ad armonizzare la forma del provvedimento con la sostanza della decisione già presa. Non è mai consentito utilizzare questa procedura per modificare il titolo di reato o per riqualificare i fatti in sede esecutiva. Di conseguenza, il provvedimento è stato annullato con rinvio per un nuovo giudizio.
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Rideterminazione della pena: legge più mite contro il giudicato
Condannato in via definitiva nel 2008 per spaccio di lieve entità, Il Condannato ha richiesto la rideterminazione della pena a seguito delle successive riforme normative e delle pronunce della Corte Costituzionale. Il Tribunale di Roma ha respinto l'istanza e la Corte di Cassazione ha confermato il rigetto. I giudici hanno chiarito che le riforme legislative più favorevoli incontrano il limite insuperabile della sentenza definitiva (giudicato). Solo le dichiarazioni di incostituzionalità superano tale limite, ma nel caso esaminato la caducazione della norma previgente non ha comportato un trattamento sanzionatorio concretamente più favorevole per le sostanze detenute. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile con condanna alle spese e alla Cassa delle ammende.
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Superminimo riassorbibile: la prassi aziendale batte il contratto
Un gruppo di dipendenti ha fatto causa al proprio datore di lavoro per contestare l'assorbimento degli aumenti del contratto collettivo nel loro superminimo riassorbibile. La Corte d'Appello aveva dato ragione all'azienda, ritenendo che la precedente scelta di non procedere all'assorbimento non costituisse una rinuncia definitiva a tale facoltà. La Corte di Cassazione ha invece ribaltato la decisione, accogliendo il ricorso dei lavoratori. I giudici hanno stabilito che la costante e generalizzata abitudine dell'azienda di non assorbire gli aumenti salariali configura un uso aziendale. Questo comportamento crea un diritto per i lavoratori che non può essere modificato unilateralmente dal datore di lavoro. La sentenza è stata quindi cassata con rinvio alla Corte d'Appello per un nuovo esame.
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Reato di minaccia ad agente: ricorso respinto e multa da pagare
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per i reati di violenza privata e per il reato di minaccia ai danni di un agente di polizia. In precedenza, la Corte d'Appello aveva parzialmente riformato la sentenza di primo grado, assolvendo l'imputato dalla violazione della misura di prevenzione, ovvero l'obbligo di vivere onestamente, ma confermando la responsabilità penale per le condotte aggressive contro il pubblico ufficiale. La Suprema Corte ha ribadito che il ricorso per cassazione non può limitarsi a contestare la ricostruzione dei fatti operata dai giudici di merito, specie se supportata dalle dichiarazioni della persona offesa. Di conseguenza, l'imputato perde la causa e viene condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Determinazione della pena: ricorso generico e condanna al pagamento
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un cittadino condannato per il reato di lesioni gravissime. L'imputato contestava la determinazione della pena, ritenendola eccessiva. La Suprema Corte ha stabilito che i motivi del ricorso erano generici e astratti, in quanto non indicavano quali elementi positivi fossero stati trascurati dai giudici di merito. Al contrario, la Corte d'Appello aveva già ridotto la sanzione escludendo un'aggravante e motivando correttamente la decisione in base ai criteri di legge.
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Bancarotta fraudolenta per distrazione: condannato l’estraneo
L'Amministratore, il Socio di Maggioranza e un Imprenditore Esterno sono stati condannati per il reato di bancarotta fraudolenta per distrazione. I primi due avevano prelevato oltre 17 milioni di euro dai conti dell'Azienda prima del fallimento, mentre l'Imprenditore Esterno aveva agevolato l'operazione incassando assegni societari e restituendo il denaro in contanti dentro pacchi di giornale. La difesa ha sostenuto che i fondi servissero per pagare i dipendenti "in nero", ma i giudici hanno ritenuto la tesi inverosimile e priva di prove. La Corte di Cassazione ha rigettato i ricorsi, confermando le condanne. La Corte ha chiarito che per il concorso dell'esterno basta la consapevolezza di impoverire l'azienda a danno dei creditori, senza che sia necessaria la conoscenza dello stato di dissesto della società.
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Colloqui in carcere: no a nuove istanze senza elementi di novità
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un detenuto in custodia cautelare che richiedeva l'autorizzazione a effettuare ulteriori colloqui in carcere e telefonate rispetto ai limiti ordinari. Il detenuto aveva motivato la richiesta con problemi di alcol dipendenza e lontananza dalla famiglia. La Suprema Corte ha confermato la decisione del Tribunale, rilevando che l'istanza riproponeva gli stessi motivi di una precedente domanda già respinta e non impugnata nei termini, rendendo così il nuovo ricorso inammissibile e condannando il soggetto al pagamento delle spese processuali.
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Lesioni personali: colpevolezza confermata ma niente carcere
L'Imputato era stato condannato alla pena della reclusione per il reato di lesioni personali non aggravate. Nonostante il ricorso per cassazione fosse inammissibile riguardo alla colpevolezza e alla mancata concessione delle attenuanti, la Suprema Corte ha rilevato d'ufficio un'importante novità normativa. Con l'entrata in vigore della Riforma Cartabia, il reato di lesioni personali semplici è diventato di competenza del Giudice di Pace, comportando l'applicazione retroattiva di sanzioni più favorevoli ed escludendo la pena detentiva. La Corte di Cassazione ha quindi annullato la sentenza limitatamente al trattamento sanzionatorio, rinviando alla Corte d'Appello per la rideterminazione della pena, confermando però la responsabilità penale dell'uomo.
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Rideterminazione della pena: niente sconti per i vecchi reati
Il Condannato ha richiesto la rideterminazione della pena per reati di droga commessi tra il 2010 e il 2011, invocando una nota sentenza della Corte Costituzionale del 2019 che ha ridotto il minimo edittale per gli stupefacenti. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la sentenza costituzionale si applica solo ai reati commessi dopo il 2014. Per i fatti commessi nel periodo precedente, come nel caso del Condannato, si applicava già la sanzione minima più favorevole di sei anni. Di conseguenza, la pronuncia costituzionale non ha alcuna influenza sulla sua condanna, che rimane valida e non modificabile.
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Estensione dell’impugnazione: no allo sconto per motivi personali
Due condannati per associazione mafiosa chiedono la riduzione della pena in fase esecutiva. Essi invocano l'estensione dell'impugnazione favorevole ottenuta da due coimputati, i quali avevano dimostrato la fine della loro condotta prima dell'inasprimento delle pene del 2015. La Corte di Cassazione dichiara inammissibili i ricorsi. I giudici chiariscono che l'estensione non si applica se i motivi dell'annullamento sono esclusivamente personali. Nel caso di specie, la durata della partecipazione al clan mafioso e la valutazione del contributo individuale costituiscono elementi strettamente personali e non oggettivi. Di conseguenza, i ricorrenti perdono la causa e devono pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Rideterminazione della pena: sanzione ridotta senza rinvio
L'Imputato era stato condannato per reati in materia di sostanze stupefacenti. Dopo un primo annullamento da parte della Cassazione limitato alla recidiva, la Corte d'Appello rideterminava la sanzione senza considerare una fondamentale decisione della Corte Costituzionale (la numero 40 del 2019). Questa pronuncia aveva ridotto il minimo edittale per il reato contestato da otto a sei anni di reclusione. L'Imputato ha quindi proposto ricorso contestando la mancata applicazione della nuova cornice sanzionatoria più favorevole. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che l'illegalità della sanzione travolge anche il giudizio di rinvio. La Suprema Corte ha così operato direttamente la rideterminazione della pena, riducendo la reclusione a tre anni e quattro mesi, senza disporre un nuovo processo di rinvio.
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Rideterminazione della pena: sconti sulle droghe leggere
Il Ricorrente, condannato in via definitiva per reati di droga, ha chiesto al Giudice dell'esecuzione la rideterminazione della pena pecuniaria. La richiesta si fondava sulla dichiarazione di incostituzionalità della legge che equiparava droghe leggere e pesanti. Il Tribunale ha respinto la riduzione per due condanne poiché riguardavano anche l'eroina. La Corte di Cassazione ha invece accolto parzialmente il ricorso. I giudici hanno stabilito che, anche in presenza di droghe pesanti, la quota di pena relativa alle droghe leggere deve essere ridotta in base alle tariffe più favorevoli della legge precedente, tornata in vigore. La Corte ha così rideterminato direttamente le multe, riducendole a 100 e 50 euro.
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Spaccio grave declassato a lieve entità: la Cassazione annulla
Un gruppo di persone, condannate in primo grado per aver creato una vasta associazione a delinquere finalizzata al traffico di droga, ottengono in appello una decisione più favorevole. La Corte d'Appello, infatti, derubrica il reato a una più lieve 'associazione per spaccio di lieve entità' e dichiara la prescrizione. La Procura Generale ricorre in Cassazione, che le dà ragione. La Suprema Corte annulla la sentenza d'appello perché i giudici non hanno giustificato a sufficienza la loro decisione. Essi hanno ignorato prove evidenti della gravità dei fatti (estensione territoriale, numero di affiliati, basi logistiche), non rispettando l'obbligo di 'motivazione rafforzata' necessario per ribaltare una condanna. Il processo dovrà essere celebrato di nuovo.
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Determinazione della pena: condanna ridotta ma non al minimo
Un uomo, condannato per minaccia aggravata, ha fatto ricorso in Cassazione lamentando una pena eccessiva, sebbene già ridotta in Appello. La Corte Suprema ha respinto il ricorso, giudicandolo inammissibile. La sentenza stabilisce un principio chiave sulla determinazione della pena: il giudice può discostarsi dal minimo previsto dalla legge, ma deve fornire una motivazione tanto più dettagliata quanto più la sanzione si avvicina al massimo. In questo caso, la valutazione del giudice di merito è stata considerata corretta e non sindacabile, confermando la pena inflitta.
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Omicidio: buona condotta nega l’attenuazione misura cautelare?
La Corte di Cassazione ha negato l'attenuazione della misura cautelare per un uomo accusato di omicidio volontario e incendio. Nonostante il tempo trascorso e il corretto comportamento, i giudici hanno stabilito che questi elementi non sono sufficienti a superare una valutazione di pericolosità sociale particolarmente radicata e una spiccata propensione all'uso della violenza. La Suprema Corte ha confermato la decisione di ripristinare una misura più restrittiva, sottolineando che il semplice decorso del tempo non può affievolire il rischio di reiterazione del reato quando la personalità dell'imputato evidenzia un'inclinazione criminale profonda. La richiesta di un'attenuazione della misura cautelare è stata quindi respinta.
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Inammissibilità del ricorso: condanna definitiva per motivi deboli
La Corte di Cassazione ha stabilito l'inammissibilità del ricorso di un imputato contro la sua condanna. I motivi presentati sono stati giudicati inaccettabili perché erano semplici ripetizioni di argomenti già respinti in appello, come quello sulla recidiva, oppure perché chiedevano una nuova valutazione dei fatti, attività preclusa alla Corte. La Corte ha ritenuto che la decisione precedente fosse ben motivata, anche sulla determinazione della pena. A causa della manifesta inammissibilità del ricorso, l'imputato è stato condannato a pagare le spese processuali e una sanzione di 3.000 euro.
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Esigenze cautelari: quando restano i domiciliari
La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità del mantenimento degli arresti domiciliari per un imputato condannato in primo grado per traffico di stupefacenti. Nonostante il tempo trascorso in custodia e il comportamento corretto, le esigenze cautelari sono state ritenute ancora attuali e anzi rafforzate dalla condanna a oltre cinque anni di reclusione. La Corte ha chiarito che l'assoluzione dal reato associativo non incide se la misura era basata su altri capi d'accusa e che le necessità lavorative devono essere oggetto di specifica istanza di autorizzazione.
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Pena illegale: ricorso straordinario e sanzioni.
La Corte di Cassazione ha accolto un ricorso straordinario per errore di fatto relativo a una pena illegale. Il caso riguardava l'omesso esame di una memoria difensiva che segnalava l'illegittimità costituzionale dei criteri di calcolo per la conversione della pena detentiva in pecuniaria. La Corte ha stabilito che l'illegalità della sanzione, derivante da un mutamento normativo favorevole, deve essere rilevata anche in presenza di un ricorso inammissibile. Di conseguenza, la precedente decisione è stata revocata, disponendo il rinvio per la rideterminazione della sanzione pecuniaria.
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Sostituzione pena detentiva: limiti in esecuzione
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di un condannato che chiedeva la sostituzione pena detentiva con una pecuniaria in fase di esecuzione. La richiesta si basava sulla sentenza n. 28/2022 della Corte Costituzionale, che ha ridotto il valore giornaliero di conversione della pena. Gli Ermellini hanno chiarito che il giudice dell'esecuzione non può disporre la sostituzione per la prima volta se questa non è stata richiesta e ottenuta durante il giudizio di cognizione, poiché tale potere è riservato esclusivamente al giudice che emette la condanna.
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