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In Bonam Partem

36 provvedimenti applicano questo termine

Definizione

Espressione latina che si traduce 'a favore'. Nel contesto fiscale, una dichiarazione 'in bonam partem' è una correzione che risulta a favore del contribuente, generando un credito o un minor debito.

Norme più ricorrenti in questi provvedimenti

Provvedimenti

Continuazione tra reati: unificazione valida ma calcolo nullo
Un condannato per molteplici truffe online ha richiesto l'applicazione della continuazione tra reati per sei sentenze definitive. Il Giudice dell'esecuzione ha unificato le pene rideterminando la sanzione complessiva. Il Pubblico Ministero ha impugnato la decisione davanti alla Corte di Cassazione, contestando la mancanza di motivazione nei singoli calcoli e l'omessa considerazione di precedenti provvedimenti esecutivi. La Suprema Corte ha accolto il ricorso: pur confermando il legame unitario tra gli illeciti, ha stabilito che il giudice deve spiegare in modo dettagliato e proporzionato l'aumento di pena per ciascun reato minore, rispettando i limiti delle sentenze originarie e gli sconti per i riti alternativi. L'ordinanza è stata quindi annullata con rinvio.
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Custodia in carcere per ultrasettantenni: frena la mafia
L'Indagato, un uomo di oltre settanta anni accusato di estorsioni aggravate dal metodo mafioso protrattesi per quasi un decennio, ha proposto ricorso contro la decisione che ne confermava la misura detentiva. La difesa sosteneva la prevalenza del divieto di carcerazione legato all'età anagrafica. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la custodia in carcere per ultrasettantenni in presenza di esigenze cautelari di eccezionale rilevanza. I giudici hanno riscontrato la certezza del pericolo di reiterazione dei reati e di condizionamento dei testimoni. Misure meno afflittive, come gli arresti domiciliari anche con controllo elettronico, non offrono adeguate garanzie per interrompere i contatti con la criminalità organizzata. L'Indagato rimane quindi in carcere ed è stato condannato alle spese processuali.
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Vincolo della continuazione: pena unita ma sanzione confermata
Un condannato ha presentato ricorso in Cassazione contestando il calcolo della pena effettuato dal giudice dell'esecuzione. Il Tribunale aveva riconosciuto il vincolo della continuazione tra quattro diverse condanne definitive, individuando come pena base quella stabilita per la violazione più grave. Il ricorrente sosteneva un'errata individuazione del reato più grave e una contraddizione tra i singoli aumenti di pena. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso dichiarandolo inammissibile. I giudici hanno chiarito che il magistrato dell'esecuzione applica correttamente la legge quando individua la pena base nel reato più gravemente sanzionato in concreto e rimodula i relativi aumenti per la continuazione, purché agisca a favore del condannato. La Suprema Corte ha condannato l'imputato al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Patteggiamento e ricorso per Cassazione: sanzione per errore lieve
Un imputato accusato di furto aggravato ha concordato una pena con la Procura tramite patteggiamento. Successivamente, la difesa ha impugnato la decisione sostenendo un errore nel calcolo della multa inflitta, determinata in 612 euro invece di 618 euro. La Suprema Corte ha affrontato il tema del patteggiamento e ricorso per Cassazione, dichiarando l'impugnazione inammissibile. I giudici hanno chiarito che la legge limita rigorosamente i motivi di ricorso contro le sentenze concordate. Inoltre, l'imputato non può lamentare un errore che è andato a suo esclusivo favore, pagando meno del dovuto. Il ricorso privo di interesse ha comportato la condanna dell'imputato al pagamento delle spese di giudizio e di una sanzione di 4.000 euro.
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Accertamento con adesione: il terzo ha diritto al rimborso
Una società controllata italiana ha versato ritenute fiscali sui compensi corrisposti alla propria capogruppo con sede in un altro Stato dell'Unione Europea. Successivamente, la controllata ha concluso un accertamento con adesione con il fisco italiano per definire le proprie pendenze tributarie. Parallelamente, la società madre estera ha presentato un'istanza per ottenere il rimborso delle ritenute subite, invocando le norme europee contro la doppia tassazione. L'Agenzia delle Entrate ha respinto la domanda e i giudici d'appello hanno confermato il diniego, ritenendo l'accordo vincolante e intoccabile per tutti i soggetti coinvolti. La Corte di Cassazione ha invece ribaltato la decisione, stabilendo che la transazione conclusa dal sostituto d'imposta non pregiudica la posizione del beneficiario estero effettivo. Quest'ultimo conserva integralmente il diritto al rimborso delle imposte indebitamente trattenute in Italia.
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Rimborso ritenute su royalties: l’accordo non vincola la controllante
Una società madre estera ha richiesto il rimborso ritenute su royalties pagate dalla propria controllata italiana, la quale aveva agito come sostituto d'imposta. L'Agenzia delle Entrate e la Commissione Regionale avevano negato il rimborso: la società italiana aveva infatti chiuso la lite tramite un accertamento con adesione e presentato in ritardo i documenti di esenzione. La Corte di Cassazione ha ribaltato il verdetto, dando piena ragione alla società estera. I giudici hanno chiarito che l'accordo transattivo firmato dal sostituto non vincola la controllante estera se produce effetti sfavorevoli. Inoltre, il ritardo formale nei certificati non annulla il diritto all'esenzione europea contro la doppia imposizione, purché il richiedente provi di essere il reale beneficiario effettivo del reddito.
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Autotutela in diminuzione: lo sconto fiscale non ha scadenza
Un ente ecclesiastico ha impugnato un avviso di accertamento ICI emesso nel 2019 da una società di riscossione comunale in sostituzione di un precedente atto ridotto d'ufficio. Il contribuente sosteneva che l'atto fosse tardivo e che spettasse al Comune dimostrare l'inapplicabilità dell'agevolazione per immobili storici. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. I giudici hanno chiarito che l'autotutela in diminuzione non costituisce un nuovo atto impositivo e, quindi, non è soggetta ai termini di decadenza previsti per i nuovi accertamenti. Inoltre, la Corte ha stabilito che spetta sempre al contribuente l'onere di provare la sussistenza dei requisiti per beneficiare di qualunque agevolazione fiscale, trattandosi di norme di stretta interpretazione.
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Foglio di via obbligatorio incompleto: annullata la condanna
L'Imputato è stato condannato nei primi gradi di giudizio per aver violato l'ordine di non fare ritorno in un determinato Comune. Il soggetto ha proposto ricorso in Cassazione evidenziando l'illegittimità del provvedimento notificatogli dal Questore, poiché privo dell'ordine esplicito di rientro nel proprio comune di residenza. La Suprema Corte ha accolto il ricorso, stabilendo che per la legittimità del foglio di via obbligatorio occorrono sia l'ordine di rientrare nel comune di residenza sia il divieto di ritornare nel comune da cui si viene allontanati. Trattandosi di requisiti inscindibili, la mancanza di uno di essi rende l'atto illegittimo. Il giudice penale può quindi disapplicare l'atto amministrativo ed assolvere l'imputato. La Cassazione ha annullato la condanna senza rinvio perché il fatto non sussiste.
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Foglio di via obbligatorio: assolta la violazione senza rientro
L'Imputato veniva condannato per aver violato il foglio di via obbligatorio, avendo fatto ritorno nel comune dal quale il Questore gli aveva ordinato di allontanarsi. La Corte di Cassazione ha annullato la condanna senza rinvio stabilendo che il fatto non sussiste. I giudici di legittimità hanno riscontrato l'illegittimità dell'atto amministrativo originario. Nel provvedimento mancava infatti la prescrizione essenziale dell'intimazione a fare rientro nel comune di residenza. La Corte ha ribadito che l'ordine di rientro e il divieto di ritorno costituiscono requisiti inscindibili. Senza uno di essi, l'atto è illegittimo e deve essere disapplicato dal giudice penale, azzerando la rilevanza penale della condotta.
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Operazioni soggettivamente inesistenti: no alla detrazione IVA
L'Amministrazione Finanziaria ha notificato tre avvisi di accertamento a una società per irregolarità IVA legate a cessioni di beni. La società ha impugnato gli atti chiedendo l'applicazione retroattiva di una norma di favore che consente la deduzione dei costi per operazioni soggettivamente inesistenti. I giudici di merito hanno rigettato il ricorso. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione, stabilendo che la disciplina più favorevole introdotta nel 2012 si applica esclusivamente alle imposte dirette. In materia di IVA, invece, resta precluso il diritto alla detrazione per le fatture relative a operazioni soggettivamente inesistenti, poiché l'indicazione di un soggetto fittizio altera la corretta applicazione dell'imposta. La Suprema Corte ha quindi rigettato definitivamente il ricorso della società, condannandola a pagare le spese di giudizio.
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Accertamento con adesione: l’accordo di uno non libera l’altro
Il Venditore ha impugnato un avviso di rettifica del valore di un immobile venduto. Nel frattempo, l'Acquirente ha stipulato un accertamento con adesione con l'Agenzia delle Entrate, concordando un valore inferiore rispetto a quello accertato, ma pagando solo la prima rata. Il Venditore ha chiesto la cessazione della materia del contendere, ritenendo che l'accordo dell'Acquirente estinguesse il debito anche per lui. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del Venditore, stabilendo che l'adesione di un coobbligato non estingue l'obbligazione degli altri se il debito non viene interamente pagato. Il Venditore rimane responsabile in solido per la parte residua.
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Indeducibilità dei costi da reato: lavoro vero ma spesa bloccata
L'Agenzia delle Entrate ha contestato a una società l'indeducibilità dei costi relativi all'assunzione di lavoratori iscritti nelle liste di mobilità. L'assunzione era avvenuta tramite un meccanismo fraudolento volto a ottenere indebiti sgravi contributivi, configurando il reato di truffa ai danni dell'INPS. I giudici di merito avevano inizialmente dato ragione all'impresa, ritenendo i costi deducibili poiché il lavoro era stato effettivamente prestato. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso del Fisco, stabilendo il principio dell'indeducibilità dei costi da reato quando le spese, seppur reali, sono direttamente collegate e funzionali al compimento di un illecito penale. La sentenza impugnata è stata cassata con rinvio per un nuovo esame.
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Guida senza patente: ricorre per la pena ma era già scontata
Il caso riguarda un automobilista sorpreso alla guida con patente revocata, configurando il reato di guida senza patente con recidiva nel biennio. Il Tribunale lo aveva condannato alla sola ammenda. Il conducente ha proposto ricorso in Cassazione lamentando l'eccessiva gravità della pena. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile: la pena applicata in primo grado era in realtà illegale "in bonam partem" (cioè favorevole all'imputato), poiché il giudice non aveva applicato la pena dell'arresto prevista obbligatoriamente dalla legge in caso di recidiva, ma solo la sanzione pecuniaria. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Foglio di via obbligatorio nullo: annullata la condanna
Il Questore aveva ordinato a un cittadino l'allontanamento da un Comune per tre anni tramite un foglio di via obbligatorio, ma senza intimargli di rientrare nel proprio luogo di residenza. Il cittadino, tornato nel Comune vietato, era stato condannato penalmente. La Corte di Cassazione ha annullato la condanna senza rinvio perché il fatto non sussiste. I giudici hanno stabilito che il foglio di via obbligatorio è nullo se non contiene sia l'ordine di allontanamento sia quello di rimpatrio nel luogo di residenza. Mancando un elemento essenziale dell'atto amministrativo, il reato per la sua violazione non può configurarsi.
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Rideterminazione della pena: la multa non pagata salva il condannato
Il Condannato, punito per reati di droga, ha interamente scontato la reclusione ma non ha pagato la multa di 40.000 euro. Chiede quindi la rideterminazione della pena a seguito di una sentenza della Corte Costituzionale che ha ridotto le sanzioni minime. Il giudice di primo grado rifiuta, ritenendo concluso il rapporto esecutivo. La Corte di Cassazione accoglie invece il ricorso del Condannato: finché la multa non è pagata, l'esecuzione è ancora in corso. Di conseguenza, il giudice deve ricalcolare l'intera sanzione, potendo anche compensare il carcere scontato in eccesso con la multa ancora dovuta. La sentenza viene annullata con rinvio.
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Furto o esercizio arbitrario delle proprie ragioni per droga?
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un soggetto condannato per furto in abitazione. L'imputato si era introdotto nella casa della fidanzata di un conoscente per sottrarre un computer, ritenendo di compensare un credito non pagato per una cessione di droga. La difesa chiedeva la riqualificazione del fatto nel reato di esercizio arbitrario delle proprie ragioni. I giudici hanno chiarito che l'esercizio arbitrario delle proprie ragioni presuppone che il credito sia legalmente azionabile davanti a un giudice, escludendo tale possibilità per i debiti di droga. Inoltre, la Corte ha respinto la richiesta di applicare le sanzioni sostitutive della riforma Cartabia, poiché non ancora entrate in vigore al momento della decisione a causa del differimento della loro efficacia. L'imputato è stato condannato anche al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Operazioni soggettivamente inesistenti: nullo l’accertamento
La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso de Il Contribuente contro l'avviso di accertamento emesso dall'Amministrazione Finanziaria per il recupero di imposte legate a presunte operazioni soggettivamente inesistenti nel commercio di merci. I giudici di legittimità hanno riscontrato due gravi vizi nella sentenza d'appello: una motivazione apparente, poiché il giudice di merito si era limitato a richiamare generici sospetti senza analizzare le prove, e la mancata applicazione della normativa sopravvenuta più favorevole. Quest'ultima prevede la deducibilità dei costi reali anche in caso di operazioni soggettivamente inesistenti, salvo specifiche eccezioni penali o di inerenza. Di conseguenza, la Cassazione ha annullato la decisione impugnata, rinviando la causa alla Corte di Giustizia Tributaria per un nuovo e corretto esame della vicenda.
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Operazioni soggettivamente inesistenti: la svolta sui costi reali
L'Amministrazione Finanziaria ha emesso un avviso di accertamento contro un imprenditore per il recupero di imposte legate a presunte operazioni soggettivamente inesistenti nel commercio di pallets. La Commissione Tributaria Regionale ha rigettato l'appello del contribuente con una motivazione estremamente generica. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del contribuente, stabilendo che la sentenza d'appello è nulla a causa di una motivazione apparente che non chiarisce gli indizi di colpevolezza. Inoltre, i giudici hanno chiarito che, in base alle norme sopravvenute più favorevoli, i costi relativi a operazioni soggettivamente inesistenti sono deducibili ai fini delle imposte sui redditi, a patto che rispettino i requisiti generali di effettività e inerenza. La causa è stata quindi rinviata per un nuovo esame.
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Reato continuato: pena già scontata ma la condanna si riduce
Il Tribunale di Isernia, come giudice dell'esecuzione, ha parzialmente respinto la richiesta di applicazione della disciplina del reato continuato avanzata da un condannato. Il rifiuto si basava sul fatto che la pena per uno dei reati era già stata interamente espiata. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del condannato, annullando il provvedimento. La Suprema Corte ha stabilito che il reato continuato è applicabile in sede esecutiva anche se la pena è stata già scontata, poiché sussiste l'interesse del soggetto a rideterminare il trattamento sanzionatorio complessivo e a limitare gli effetti penali futuri, come la recidiva. La sentenza è stata annullata con rinvio per un nuovo calcolo privo di errori aritmetici.
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Autotutela sostitutiva: il fisco riduce il tributo ma perde
Una società di vendita di veicoli ha impugnato un avviso di accertamento TARES emesso dal Comune. Successivamente, l'ente ha notificato un atto di rettifica in diminuzione che annullava e sostituiva il precedente. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso della contribuente, stabilendo che l'esercizio dell'autotutela sostitutiva, anche se favorevole al contribuente (in bonam partem), comporta l'annullamento del vecchio atto e la nascita di uno nuovo. Di conseguenza, questo nuovo provvedimento deve essere notificato entro il termine decadenziale quinquennale previsto dalla legge. Poiché la notifica dell'atto sostitutivo è avvenuta oltre tale scadenza, il Comune è decaduto dal potere impositivo. La società contribuente vince definitivamente la causa e l'accertamento viene annullato.
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