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Giudice Dell'Esecuzione — Anno 2026

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1195 provvedimenti applicano questo termine

Altri anni per Giudice Dell'Esecuzione

Provvedimenti

Ordine di demolizione: la prescrizione non salva l’abuso
Il proprietario di un immobile abusivo ha impugnato l'ordine di demolizione emesso nei suoi confronti, chiedendo di escludere dall'abbattimento alcuni ampliamenti successivi di 80 metri quadri. La difesa sosteneva che tali opere, oggetto di un separato procedimento penale archiviato per prescrizione, fossero estranee al primo processo. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando che l'ordine di demolizione ha natura reale e ripristinatoria. Di conseguenza, l'obbligo di abbattimento si estende inevitabilmente all'intero edificio abusivo, comprese tutte le addizioni e le prosecuzioni strutturali successive, anche se prescritte. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Sospensione dell’ordine di demolizione: la lite sui costi non basta
Un cittadino ha realizzato quarantacinque box abusivi in lamiera zincata. Dopo la condanna definitiva, il Pubblico Ministero ha ordinato la demolizione delle opere. Il Tribunale ha concesso la sospensione dell'ordine di demolizione poiché era pendente un ricorso al TAR sulla quantificazione dei costi per la sanatoria. La Corte di Cassazione ha annullato questa decisione, accogliendo il ricorso del Procuratore. I giudici hanno stabilito che la semplice pendenza di una causa sui costi della sanatoria non giustifica il blocco della demolizione. La sospensione dell'ordine di demolizione richiede infatti la prova concreta che il permesso di sanatoria sia imminente e altamente probabile, e che i tempi burocratici siano rapidissimi. Il caso torna ora al Tribunale per una nuova valutazione.
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Reato continuato: niente sconti di pena senza disegno unitario
Il Condannato ha richiesto il riconoscimento del reato continuato tra diverse condanne definitive per evasione e spaccio di sostanze stupefacenti. Il Tribunale di Latina ha rigettato l'istanza, evidenziando la distanza temporale e la diversita delle condotte: l'ultima evasione era finalizzata esclusivamente a commettere il reato di spaccio, senza legami con i precedenti episodi. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del Condannato. I giudici hanno stabilito che, sebbene il giudice dell'esecuzione debba considerare le precedenti valutazioni di continuazione, puo legittimamente escludere l'unificazione dei reati fornendo una motivazione logica e dettagliata sulle differenze e sull'assenza di un unico disegno criminoso originario. Il ricorrente e stato condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Reato continuato: no allo sconto se manca il piano unitario
Il Condannato ha richiesto l'applicazione della disciplina del reato continuato per unire le pene di due condanne definitive: una per rapina tramite somministrazione di droghe alle vittime e l'altra per il tentato furto di un furgone. Il giudice dell'esecuzione ha respinto la richiesta, ritenendo i due episodi del tutto autonomi. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, dichiarando il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, per ottenere il riconoscimento del reato continuato, non basta la vicinanza temporale o la somiglianza dei reati. Il Condannato deve dimostrare l'esistenza di un unico disegno criminoso programmato fin dall'inizio. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Ricorso personale in Cassazione: il fai da te costa caro
Il Ricorrente ha impugnato l'ordinanza della Corte di appello che rigettava la richiesta di continuazione tra reati per cinque sentenze definitive. Tuttavia, il soggetto ha presentato il ricorso personalmente, senza l'assistenza di un difensore abilitato. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, poiché la legge vieta il ricorso personale in Cassazione, richiedendo obbligatoriamente la firma di un avvocato cassazionista. Di conseguenza, il cittadino è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Reato continuato: niente sconti senza un disegno unitario
Il Condannato ha richiesto il riconoscimento del vincolo del reato continuato tra due condanne definitive per reati di droga commessi a distanza di quattro anni (nel 2020 e nel 2024). Il Giudice dell'esecuzione ha rigettato la richiesta, evidenziando la diversità delle sostanze e delle condotte (detenzione e trasporto). La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando che per applicare il reato continuato non basta la somiglianza dei reati o la vicinanza temporale. Spetta infatti al condannato dimostrare l'esistenza di un unico disegno criminoso programmato fin dall'inizio. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Reato continuato e mafia: no allo sconto di pena dopo venti anni
Il caso riguarda la richiesta di applicazione della disciplina del reato continuato avanzata da un soggetto condannato per associazione mafiosa in due diversi periodi storici (1982-1987 e 2009-2015). La Corte d'Appello, come giudice dell'esecuzione, ha respinto l'istanza evidenziando un'interruzione temporale di circa vent'anni tra le due condotte. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del condannato, confermando che per il riconoscimento del reato continuato non basta l'identità del titolo di reato. È necessaria una prova rigorosa del medesimo disegno criminoso originario, il cui onere grava sul richiedente. La presenza di un lungo intervallo temporale esclude l'unicità del programma criminoso, configurando piuttosto una scelta di vita o un'abitualità criminosa. Il ricorrente perde la causa ed è condannato alle spese.
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Reato continuato: no allo sconto di pena dopo 20 anni di stop
Il Condannato ha richiesto l'applicazione della disciplina del reato continuato tra un omicidio commesso nel 1999 e il reato di associazione mafiosa contestato per il periodo tra il 2018 e il 2020. La difesa sosteneva l'esistenza di un unico disegno criminoso, interrotto solo da una lunga carcerazione. Il Giudice dell'esecuzione ha rigettato la richiesta a causa della distanza temporale di vent'anni tra i fatti. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, dichiarando il ricorso inammissibile. La Corte ha chiarito che il reato continuato richiede la deliberazione contemporanea dei reati, non potendo un semplice movente comune superare una frattura temporale così netta e una lunga carcerazione intermedia. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Reato continuato: la tossicodipendenza non basta per lo sconto
Il Condannato ha proposto ricorso contro la decisione del Tribunale di Milano che aveva respinto la richiesta di applicazione della disciplina del reato continuato per cinque reati contro il patrimonio commessi tra il 2014 e il 2018. Il ricorrente sosteneva che lo stato di tossicodipendenza dimostrasse l'esistenza di un unico disegno criminoso. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando che la tossicodipendenza non comporta automaticamente il riconoscimento del reato continuato. I reati erano infatti eterogenei, commessi in luoghi diversi e distanziati nel tempo. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Prescrizione della pena: la recidiva cancella lo sconto di tempo
Il Condannato ha proposto ricorso in Cassazione contro la decisione del Tribunale, che aveva respinto la richiesta di estinzione del reato per patteggiamento e di prescrizione della pena. Il Tribunale ha evidenziato che il termine per l'estinzione del reato non era ancora decorso. Inoltre, per quanto riguarda la prescrizione della pena, la presenza di una recidiva qualificata (specifica, reiterata e infraquinquennale) accertata con sentenza irrevocabile raddoppia i termini ordinari e impedisce l'applicazione dell'istituto di favore. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando che la recidiva qualificata ostruisce l'estinzione della sanzione e condannando il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Reato continuato negato: i furti seriali non sono un unico piano
Il Condannato ha proposto ricorso in Cassazione contro il rifiuto della Corte d'appello di riconoscere il reato continuato per quattordici furti commessi in tempi e luoghi diversi. Il Giudice dell'esecuzione ha ritenuto che i furti non derivassero da un unico piano preventivo, ma da una generica scelta di vita orientata al crimine per procurarsi denaro. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando che il reato continuato richiede un programma criminoso specifico e preventivo, non una semplice propensione a delinquere. Il Condannato perde la causa ed è condannato a pagare le spese processuali e tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Reato continuato e tossicodipendenza: niente sconti automatici
Il Ricorrente ha proposto ricorso contro la decisione del Tribunale di Bari che ha negato l'applicazione della disciplina del reato continuato per reati commessi a distanza di due anni. Il Ricorrente sosteneva che lo stato di tossicodipendenza giustificasse l'esistenza di un unico disegno criminoso finalizzato al reperimento di denaro per l'acquisto di stupefacenti. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando che la tossicodipendenza non fa presumere automaticamente il reato continuato. Per l'applicazione di questo istituto occorre un programma criminoso specifico e preventivo, non bastando un generico stile di vita incline al crimine o la necessità di procurarsi denaro. Il Ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Clan e reati singoli: no all’unicità del disegno criminoso
Il Ricorrente, condannato per associazione mafiosa ed estorsione, ha richiesto al Giudice dell'esecuzione l'applicazione della continuazione tra diverse condanne. Il Tribunale ha respinto l'istanza, escludendo che l'estorsione fosse programmata fin dall'inizio. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del condannato, confermando che la semplice partecipazione a un'associazione mafiosa non dimostra l'unicità del disegno criminoso per tutti i reati commessi dal gruppo. I singoli reati-fine devono essere stati programmati al momento dell'ingresso nel sodalizio criminale. Il Ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Ordine di demolizione: le macerie non bastano a evitarlo
La proprietaria di un terreno ha impugnato l'ordinanza del Tribunale di Palermo che respingeva la revoca di un ordine di demolizione relativo a un basamento abusivo in cemento armato. La donna sosteneva di aver già demolito l'opera, portando come prova una perizia di parte e il ritrovamento di macerie nell'area. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la presenza di detriti non dimostra l'avvenuta demolizione dell'abuso in assenza di foto dello stato dei luoghi e di ricevute di smaltimento dei rifiuti. Inoltre, la Cassazione non può rivalutare le prove di fatto già esaminate nei precedenti gradi di giudizio. Di conseguenza, l'ordine di demolizione resta pienamente valido e la ricorrente è stata condannata al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Medesimo disegno criminoso: stile di vita o piano reale?
Il Condannato ha proposto ricorso in Cassazione contro il rifiuto della Corte d'appello di riconoscere la continuazione tra diversi reati commessi. Il giudice dell'esecuzione aveva escluso l'esistenza di un medesimo disegno criminoso, rilevando che i reati erano eterogenei e privi di una programmazione unitaria iniziale. La Suprema Corte ha confermato questa decisione, dichiarando il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la semplice propensione a delinquere o il generico bisogno di denaro non bastano a dimostrare un medesimo disegno criminoso, il quale richiede invece una pianificazione preventiva delle linee essenziali dei singoli reati. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Divieto di bis in idem: quando il doppio reato non è un duplicato
Il Condannato ha proposto ricorso per cassazione contro la decisione del giudice dell'esecuzione che aveva dichiarato inammissibile la sua richiesta di applicazione del divieto di bis in idem. La difesa sosteneva che vi fosse una parziale sovrapposizione temporale tra due condanne per reati associativi. La Suprema Corte ha confermato l'inammissibilità del ricorso, rilevando che la questione era già stata decisa in precedenza e che i reati contestati erano ontologicamente diversi per soggetti, luoghi e tempi di commissione, escludendo così qualsiasi duplicazione del giudizio. Il ricorso è stato rigettato con condanna del ricorrente alle spese e alla Cassa delle ammende.
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Medesimo disegno criminoso: stile di vita nega lo sconto di pena
Il Condannato ha proposto ricorso in Cassazione contro il diniego del Giudice dell esecuzione di riconoscere la continuazione tra diverse condanne per detenzione di stupefacenti. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la ripetizione di reati simili non dimostra automaticamente un medesimo disegno criminoso, ma puo indicare una semplice scelta di vita incline al crimine. Per ottenere lo sconto di pena della continuazione, il condannato deve dimostrare che tutti i reati erano stati programmati preventivamente nelle loro linee essenziali. Poiche le condotte erano distanti nel tempo, nello spazio e riguardavano droghe diverse, la Cassazione ha confermato il rigetto, condannando il ricorrente al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Liberazione anticipata: scontro tra giudici sulla competenza
Un condannato, ammesso alla pena sostitutiva del lavoro di pubblica utilità, ha richiesto la liberazione anticipata per il periodo di lavoro svolto. Si è generato un conflitto negativo di competenza tra il Giudice per le indagini preliminari (in veste di giudice dell'esecuzione) e il Magistrato di sorveglianza, poiché entrambi rifiutavano di decidere sull'istanza. La Corte di Cassazione ha risolto il conflitto stabilendo che la liberazione anticipata è pienamente applicabile anche a chi sconta la pena sostitutiva del lavoro di pubblica utilità. La Suprema Corte ha chiarito che la competenza funzionale a decidere su tale beneficio spetta esclusivamente al Magistrato di sorveglianza e non al giudice dell'esecuzione, ordinando la trasmissione degli atti a quest'ultimo per la decisione di merito.
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Sospensione condizionale della pena: il deposito tardivo è valido
Il caso riguarda un condannato che ha contestato la validità dell'ordine di esecuzione delle pene concorrenti. Secondo la difesa, l'ordine era illegittimo perché la richiesta di revoca della sospensione condizionale della pena era stata depositata in cancelleria il giorno successivo alla sua emissione, anziché nello stesso momento. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, dichiarandolo inammissibile. I giudici hanno chiarito che non è necessaria una perfetta contemporaneità temporale tra l'emissione dell'ordine e il deposito fisico della richiesta di revoca. È sufficiente che la richiesta sia inserita nell'atto del Pubblico Ministero. Di conseguenza, il ritardo di un giorno nel deposito materiale costituisce una mera irregolarità che non invalida l'esecuzione della pena.
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Reato continuato e mafia: perché un nuovo ruolo non basta
Il Condannato ha richiesto l'applicazione della disciplina del reato continuato tra due condanne definitive per associazione mafiosa e narcotraffico. Il Giudice dell'esecuzione ha dichiarato inammissibile la richiesta poiché identiche istanze erano già state respinte tre volte. Il Condannato ha proposto ricorso in Cassazione, indicando come fatto nuovo un provvedimento del Tribunale di sorveglianza che descriveva il suo ruolo di collegamento tra clan. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. Un provvedimento di sorveglianza su un permesso premio contiene valutazioni estranee alla preordinazione dei reati e non costituisce un accertamento penale idoneo a dimostrare il medesimo disegno criminoso.
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