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Furto In Abitazione

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519 provvedimenti applicano questo termine

Provvedimenti

Furto in abitazione: reato anche nella seconda casa
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di furto in abitazione a carico di una donna che si era introdotta in una casa non recintata sottraendo alcune bottiglie di vino. La difesa sosteneva che l'immobile non fosse una privata dimora per l'assenza di recinzioni e per l'uso solo saltuario da parte del titolare, oltre a negare l'intenzione originaria di sottrarre specificamente il vino. I giudici supremi hanno rigettato il ricorso, stabilendo che anche una seconda casa arredata e servita da utenze costituisce privata dimora. Inoltre, il furto in abitazione si perfeziona quando l'agente entra con il generico scopo di rubare, a prescindere dai singoli beni poi effettivamente sottratti.
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Furto in abitazione: ricorso bocciato e condanna definitiva
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un imputato condannato per il reato di furto in abitazione. La difesa contestava la valutazione probatoria effettuata dai giudici di merito, puntando in particolare sulla presunta inattendibilità delle dichiarazioni rese dalla persona offesa. I giudici di legittimità hanno ribadito che il controllo della Suprema Corte non può trasformarsi in un terzo grado di giudizio sulle prove. Non emergendo difetti logici evidenti o violazioni di legge nella decisione d'appello, la condanna è divenuta definitiva. Il ricorrente deve sostenere le spese legali e versare tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Furto in abitazione: ricorso respinto e condanna confermata
La Corte di Cassazione ha confermato in via definitiva la condanna penale inflitta a un imputato per furto in abitazione e violazione della normativa sul controllo delle armi. La difesa contestava la ricostruzione dei fatti storici e la valutazione delle prove operata dai giudici di merito. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso del tutto inammissibile perché mirava a una rivalutazione probatoria non consentita in sede di legittimità. Il ricorrente si era limitato a riproporre le stesse censure già respinte in secondo grado senza argomentare specifici vizi logici. La decisione ha comportato la conferma della pena, il pagamento delle spese processuali e una sanzione di tremila euro.
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Furto in abitazione: telecamere e condanna confermata
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di un uomo per i reati di furto in abitazione consumato e tentato. L'imputato ha contestato la validità e l'attendibilità delle riprese delle telecamere condominiali, oltre alla natura di privata dimora dei luoghi presi di mira. I giudici supremi hanno dichiarato il ricorso interamente inammissibile. L'uomo aveva reso una parziale confessione e non ha dimostrato l'effettiva incidenza delle contestazioni sul totale delle prove a suo carico. Inoltre, molti motivi di doglianza non erano stati sollevati nel precedente grado di giudizio e risultavano del tutto generici. L'imputato perde la causa e deve pagare le spese processuali insieme a tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Furto in abitazione nel garage: la scia di sangue inchioda il reo
Un uomo agli arresti domiciliari ha infranto il finestrino di un'auto parcheggiata nel garage condominiale sotterraneo per rubare un navigatore satellitare. La fuga ha lasciato una scia ininterrotta di sangue dall'abitacolo fino alla porta del suo appartamento. Gli agenti intervenuti hanno riscontrato una ferita fresca alla mano dell'indagato e una corporatura identica a quella descritta dai testimoni. L'imputato ha contestato l'assenza di analisi del DNA e l'inutilizzabilità delle dichiarazioni spontanee. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando la condanna per furto in abitazione ed evasione. I giudici hanno chiarito che il quadro indiziario, per la sua univocità e coerenza temporale e spaziale, supera la soglia dell'oltre ogni ragionevole dubbio anche senza perizie biologiche formali.
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Finto compratore e furto in abitazione: ricorso respinto
Un uomo si era finto interessato all'acquisto di una villa per compiere un furto in abitazione, asportando argenteria e arredi dopo aver infranto una finestra. Le forze dell'ordine hanno ritrovato l'intera refurtiva nella casa presa in locazione dall'indagato. I giudici di merito hanno condannato l'autore del reato. L'imputato ha proposto ricorso per cassazione lamentando una presunta carenza probatoria e violazioni del diritto di difesa. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile: i motivi presentati risultavano generici, disordinati e incapaci di smentire le prove schiaccianti, tra cui il possesso diretto dei beni rubati. Il ricorrente ha subito la condanna definitiva e il pagamento di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Tentato furto aggravato in abitazione: ricorso bocciato
I giudici di merito hanno condannato l'imputato per il reato di tentato furto aggravato in abitazione. L'uomo ha proposto ricorso per cassazione lamentando violazione di legge e difetto di motivazione nella valutazione delle prove. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile perché i motivi proposti erano generici, basati su valutazioni di merito non consentite in sede di legittimità e meramente ripetitivi delle tesi già respinte in appello. L'imputato perde definitivamente la causa, la condanna penale diventa definitiva e deve pagare le spese processuali oltre a una sanzione di tremila euro alla cassa delle ammende.
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Furto in abitazione valido anche con l’accesso della figlia
La Corte di Cassazione affronta un caso relativo a un reato di furto in abitazione commesso da un soggetto insieme alla compagna, figlia della proprietaria di casa. La difesa sosteneva la riqualificazione in furto semplice, affermando che la donna aveva libero accesso all'immobile e mancava la querela. I giudici supremi confermano la condanna. L'art. 624-bis c.p. tutela l'inviolabilità del domicilio in senso oggettivo: l'ingresso agevolato o autorizzato di un complice non elimina la natura strumentale dell'intrusione finalizzata alla sottrazione. I ricorsi dei coimputati per ulteriori reati contro il patrimonio sono stati dichiarati inammissibili per aspecificità e carenza di vizi deducibili in sede di legittimità, mentre per un imputato deceduto il reato è stato dichiarato estinto.
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Furto in abitazione o abuso di ospitalità per l’ospite
Un uomo frequentava l'abitazione della madre della fidanzata e, durante le visite ordinarie, ha sottratto gioielli in oro per poi rivenderli. I giudici d'appello hanno qualificato la condotta come furto in abitazione. La Corte di Cassazione ha invece chiarito che non sussiste il reato di furto in abitazione se manca il nesso finalistico tra l'ingresso nell'immobile e l'impossessamento dei beni. L'imputato entrava in casa unicamente per ragioni affettive e ha semplicemente sfruttato l'occasione propizia creata dalla convivenza temporanea. La Suprema Corte ha riqualificato il fatto in furto aggravato dall'abuso di ospitalità e ha annullato la sentenza con rinvio per rideterminare la pena.
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Furto in abitazione da 50 euro: condanna confermata
L'Imputato è stato condannato per il reato di furto in abitazione per aver sottratto beni del valore di cinquanta euro, fuggendo a bordo della propria vettura dopo l'effrazione. La difesa ha presentato ricorso per cassazione lamentando contraddizioni nel riconoscimento visivo da parte dei testimoni, incongruenze sulla rimozione del passamontagna e dubbi su alcune parole pronunciate in lingua straniera durante la fuga. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile l'impugnazione perché mirava a una nuova valutazione dei fatti, attività preclusa ai giudici di legittimità. Il quadro probatorio ricostruito nei gradi precedenti è apparso solido, logico e privo di vizi. La Suprema Corte ha confermato la condanna dell'Imputato e ha disposto il pagamento delle spese processuali, oltre a una sanzione di tremila euro a favore della Cassa delle ammende.
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Furto in abitazione con finta emergenza: la Cassazione condanna
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per furto in abitazione aggravato a carico di una donna che, insieme a una complice, ha sottratto beni a un'anziana sola. Le imputate hanno ottenuto l'accesso all'appartamento fingendo il bisogno urgente di usare il bagno. I giudici hanno respinto le doglianze difensive relative all'utilizzabilità del riconoscimento fotografico e alla contestazione dell'aggravante del mezzo fraudolento. La Suprema Corte ha chiarito che l'individuazione fotografica acquista pieno valore probatorio quando il testimone la conferma in dibattimento. Inoltre, l'astuzia nell'ingannare una persona vulnerabile per distrarla integra pienamente l'aggravante della frode. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile con condanna alle spese e alla Cassa delle ammende.
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Furto in abitazione: ricorso respinto e condanna confermata
I giudici hanno condannato l'imputato per il reato di furto in abitazione alla pena di un anno, un mese e dieci giorni di reclusione, oltre a cinquecento euro di multa. L'accusato ha presentato ricorso per cassazione chiedendo di riqualificare il fatto in furto semplice per ottenere il proscioglimento per difetto di querela. Inoltre, la difesa ha contestato l'eccessività della sanzione inflitta. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso del tutto inammissibile perché generico e privo di argomentazioni giuridiche idonee. Di conseguenza, l'imputato perde definitivamente la causa, deve scontare la pena confermata e deve pagare le spese processuali insieme a tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Furto in abitazione: gli indizi logici battono la tesi difensiva
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a un anno di reclusione e quattrocento euro di multa inflitta a un individuo per il reato di furto in abitazione, commesso ai danni di una struttura alberghiera chiusa. L'imputato conosceva perfettamente i luoghi e deteneva beni sottratti alla struttura senza fornire alcuna valida giustificazione. La difesa ha tentato di contestare la ricostruzione dei fatti lamentando vizi nella valutazione delle prove e delle impronte. I giudici supremi hanno dichiarato inammissibile il ricorso, stabilendo che la convergenza logica e coerente di indizi gravi e precisi possiede lo stesso valore probatorio di una prova diretta, rendendo definitiva la condanna.
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Furto in abitazione: ricorso respinto e condanna definitiva
La Corte d'Appello ha confermato la condanna di primo grado a carico dell'imputata per il reato di furto in abitazione. La persona condannata ha proposto ricorso per cassazione, lamentando vizi di motivazione e una violazione di legge nella ricostruzione della responsabilità penale. I giudici supremi hanno respinto l'istanza, qualificandola come una richiesta di riesame delle prove e delle circostanze di fatto, attività non consentita nel giudizio di legittimità. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. L'imputata deve quindi scontare la pena confermata nei gradi precedenti, pagare le spese processuali e versare la somma di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Furto in abitazione e armi: ricorso inammissibile e sanzione
La Corte di Cassazione ha esaminato il ricorso presentato da un imputato condannato nei primi due gradi di giudizio per i reati di furto in abitazione e violazione della normativa sulle armi. Il ricorrente contestava la ricostruzione della sua responsabilità penale, la mancata concessione della particolare tenuità del fatto e il giudizio di equivalenza tra circostanze attenuanti e aggravanti. I giudici supremi hanno ribadito che la Cassazione non può riesaminare le prove né rivalutare i fatti storici già accertati in modo coerente nei gradi precedenti. Inoltre, la valutazione sulla gravità del reato e sul bilanciamento della pena appartiene alla discrezionalità del giudice di merito se adeguatamente motivata. Di conseguenza, la Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile e ha condannato l'imputato alle spese processuali e al pagamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Furto in abitazione: reato consumato anche se la refurtiva resta nel cortile
L'imputato si introduce nell'appartamento della persona offesa e sottrae vari beni, abbandonandoli poi nel giardino durante la fuga. La difesa sostiene che la condotta integri solo un reato tentato, poiché la refurtiva non ha mai superato i confini della proprietà. I giudici di merito condannano l'uomo per reato consumato. La Corte di Cassazione dichiara il ricorso inammissibile e conferma la responsabilità per furto in abitazione consumato: per perfezionare il crimine basta acquisire la disponibilità autonoma dei beni, anche se per breve tempo e all'interno dello stesso immobile.
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Furto in abitazione: il garage è pertinenza della casa
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per furto in abitazione a carico di un individuo che si era introdotto abusivamente all'interno di un garage privato. L'imputato contestava la severità della qualificazione giuridica sostenendo che il box non fosse un luogo di privata dimora. I giudici hanno chiarito che il garage costituisce una pertinenza diretta dell'alloggio, estendendo la medesima tutela penale riservata all'abitazione principale. I motivi sul ricalcolo della pena sono risultati inammissibili anche a causa della recidiva specifica dell'autore. La Suprema Corte ha pertanto dichiarato inammissibile il ricorso e ha condannato il ricorrente al pagamento delle spese di giudizio e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Furto in abitazione: la stalla nel cortile resta dimora
L'imputata ha proposto ricorso per cassazione contestando la condanna per furto in abitazione, sostenendo che l'effrazione fosse avvenuta all'interno di una stalla e non nella casa delle vittime. I giudici hanno invece accertato che la struttura rurale si trovava all'interno dell'area recintata da un cancello, a diretto servizio della dimora. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'imputata. I giudici supremi hanno confermato che la stalla costituisce una pertinenza abitativa a tutti gli effetti, integrando pienamente la fattispecie più grave di furto in abitazione e condannando la ricorrente al pagamento delle spese e della sanzione pecuniaria.
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Furto in abitazione: ricorso inammissibile e sanzione
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso de L'Imputato, condannato per furto in abitazione continuato e aggravato per la sottrazione di discendenti in rame. La difesa contestava la ricostruzione dei fatti e la mancata concessione delle circostanze attenuanti generiche. I giudici supremi hanno ribadito che la Cassazione non può riesaminare le prove e che il giudice di merito può negare le attenuanti valorizzando solo gli elementi negativi ritenuti decisivi. L'Imputato perde il ricorso ed è condannato a pagare le spese processuali oltre a tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Furto in abitazione: condanna per l’inganno, no per la colf
La Corte di Cassazione ha esaminato il caso di una donna condannata per plurimi episodi di furto. Nei primi casi, l'imputata si era introdotta con l'inganno nelle case di anziani per sottrarre gioielli da loro indossati. La Corte ha confermato la qualificazione di furto in abitazione, ritenendo irrilevante che i beni fossero addosso alle vittime. Nel caso in cui la donna lavorava come collaboratrice domestica, invece, la Corte ha accolto il ricorso: manca il nesso finalistico tra l'ingresso e il reato, poiché l'accesso era dovuto al lavoro. Questo specifico episodio deve essere riqualificato come furto semplice aggravato dall'abuso di relazioni d'opera. La sentenza è stata annullata con rinvio limitatamente a quest'ultimo capo d'accusa.
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