LexCED: l'assistente legale basato sull'intelligenza artificiale AI. Chiedigli un parere, provalo adesso!

LexCEDpedia

Forza Di Intimidazione

14 provvedimenti applicano questo termine

Definizione

Elemento costitutivo del reato di associazione mafiosa, che consiste nella capacità del gruppo di incutere timore e di imporre la propria volontà sulla collettività, a prescindere dall'uso effettivo della violenza.

Norme più ricorrenti in questi provvedimenti

Provvedimenti

Associazione di tipo mafioso: la forza invisibile che condanna
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi di due fratelli indagati per associazione di tipo mafioso, confermando la misura della custodia cautelare in carcere. I ricorrenti contestavano la sussistenza di gravi indizi e l'attuale operatività della cosca locale della 'ndrangheta. La Suprema Corte ha chiarito che per le mafie storiche la forza di intimidazione è intrinseca al legame con l'organizzazione centrale, senza necessità di continue manifestazioni esterne di violenza. Inoltre, i giudici hanno ritenuto validi gli indizi raccolti dalle intercettazioni riguardanti l'imposizione di servizi di guardiania e attività estorsive ai danni di imprenditori locali. Di conseguenza, i due indagati restano in carcere e sono stati condannati al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
Continua »
Concorso esterno mafioso: assoluzione annullata all’Assessore
Un'Assessore comunale, accusata di concorso esterno in associazione mafiosa, era stata assolta in appello. La Corte riteneva che il suo rapporto con i vertici di un clan locale fosse finalizzato solo a un tornaconto personale e non a rafforzare l'associazione. La Corte di Cassazione ha annullato questa assoluzione. Secondo i giudici supremi, mettere a disposizione di un clan la propria carica politica, garantendo un referente affidabile all'interno delle istituzioni, costituisce un contributo concreto e tangibile. Questo comportamento aumenta il prestigio e la capacità di infiltrazione del clan. Il caso dovrà essere riesaminato da un'altra corte, che dovrà seguire questo principio.
Continua »
Partecipazione mafiosa: condanna valida anche se la vittima denuncia
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di un individuo per partecipazione ad associazione mafiosa. La difesa sosteneva che il gruppo non avesse una vera forza intimidatrice, dato che le vittime di estorsione avevano denunciato i fatti. Tuttavia, i giudici hanno stabilito un principio fondamentale: la prova della partecipazione ad associazione mafiosa può derivare da un insieme di elementi, come le dichiarazioni di collaboratori di giustizia, le intercettazioni e persino una sentenza di un altro processo. La reazione coraggiosa delle vittime non è sufficiente, da sola, a escludere la natura mafiosa del sodalizio, la cui esistenza era provata da altre fonti. L'imputato ha perso il ricorso e la sua condanna è diventata definitiva.
Continua »
Associazione mafiosa: reati isolati non bastano a provare il clan
La Corte di Cassazione ha esaminato un caso riguardante un gruppo di persone accusate di aver creato una associazione di stampo mafioso per controllare il settore ortofrutticolo locale. Secondo l'accusa, il gruppo usava intimidazione ed estorsione. Tuttavia, la Corte ha annullato le misure cautelari contro i principali indagati. I giudici hanno stabilito che i fatti contestati, sebbene gravi, rappresentavano episodi criminali isolati e non dimostravano l'esistenza di una vera struttura mafiosa. Mancava la prova fondamentale: la capacità del gruppo di generare una paura diffusa e un clima di sottomissione (omertà) nel territorio, elemento essenziale per configurare il reato di associazione di stampo mafioso.
Continua »
Associazione di tipo mafioso straniera: condanna anche senza terrore diffuso
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per due membri di un'organizzazione criminale nigeriana, riconoscendola come un'associazione di tipo mafioso straniera. Gli imputati sostenevano che il gruppo non potesse essere definito 'mafioso' perché la sua forza intimidatrice si esercitava solo all'interno della comunità nigeriana e non sull'intero territorio nazionale. La Corte ha respinto questa tesi, stabilendo un principio fondamentale: un'associazione di tipo mafioso straniera esiste anche se la sua capacità di incutere timore è circoscritta a una specifica comunità etnica. La condanna è stata quindi resa definitiva.
Continua »
Delocalizzazione ‘ndrangheta: mafia senza violenza, condanna c’è
La Corte di Cassazione affronta un caso di custodia cautelare per associazione mafiosa. Un indagato è accusato di far parte di una 'filiale' criminale a Roma. La sua difesa sostiene che manchino le prove di una vera attività mafiosa, come la violenza e il controllo militare del territorio. La Corte rigetta il ricorso, stabilendo un principio chiave sulla **delocalizzazione della 'ndrangheta**: una filiale in un nuovo territorio non ha bisogno di usare la violenza esplicita. Essa 'eredita' la forza intimidatrice e la fama criminale dalla 'casa madre' calabrese. Questa reputazione è sufficiente a generare paura e sottomissione, permettendo al gruppo di infiltrarsi nell'economia. L'indagato, quindi, resta in carcere.
Continua »
Associazione di tipo mafioso: la fama del clan basta per il carcere
Un indagato contesta la custodia in carcere per partecipazione a una 'locale' di 'ndrangheta a Roma, sostenendo la mancanza di prove sulla forza intimidatrice del gruppo. La Cassazione rigetta il ricorso, stabilendo un principio fondamentale: una filiale 'delocalizzata' di un'organizzazione storica non ha bisogno di compiere atti violenti per dimostrare la sua pericolosità. La sua forza intimidatrice è implicita, ereditata direttamente dalla fama criminale della 'casa madre' in Calabria. La semplice esistenza della filiale, che ne replica le strutture e i metodi, è sufficiente per configurare il reato di associazione di tipo mafioso e giustificare la massima misura cautelare. L'indagato perde e resta in carcere.
Continua »
Associazione mafiosa delocalizzata: la Cassazione
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di un imputato condannato per partecipazione ad un'associazione mafiosa delocalizzata di tipo 'ndranghetista in Trentino. La sentenza chiarisce i criteri per configurare il reato ex art. 416-bis c.p. per le cellule criminali operanti fuori dai territori storici, sottolineando l'importanza del collegamento funzionale con la 'casa madre' e della percezione esterna della forza intimidatrice, anche se limitata a specifici settori economici.
Continua »
Associazione di stampo mafioso: la Cassazione chiarisce
La Corte di Cassazione ha confermato la decisione del Tribunale del Riesame di riqualificare il reato contestato a un indagato da associazione di stampo mafioso (art. 416-bis c.p.) a semplice associazione per delinquere (art. 416 c.p.). Il caso riguardava un gruppo criminale autonomo, attivo nel settore delle false fatturazioni. La Corte ha rigettato il ricorso del Pubblico Ministero, sottolineando che, per configurare un'associazione di stampo mafioso autonoma e non collegata a clan storici, è indispensabile fornire la prova concreta dell'esteriorizzazione della forza intimidatrice del gruppo, ovvero la capacità di generare assoggettamento e omertà nel territorio. Tale prova non è stata ritenuta sufficiente nel caso di specie.
Continua »
Associazione mafiosa straniera: la Cassazione conferma
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi di alcuni membri di un'organizzazione criminale di origine nigeriana, confermando la qualifica di associazione mafiosa straniera. La Corte ha ribadito che per integrare il reato ex art. 416-bis c.p. non è necessario il controllo geografico del territorio, ma è sufficiente l'assoggettamento di una specifica comunità attraverso la forza di intimidazione del vincolo associativo.
Continua »
Associazione mafiosa: quando si è partecipe del clan
Un individuo ha impugnato un'ordinanza di custodia cautelare per partecipazione ad una associazione mafiosa, sostenendo che il suo coinvolgimento fosse limitato al narcotraffico e non al clan di famiglia. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la decisione del Tribunale del Riesame. I giudici hanno ritenuto provata l'esistenza di un'integrazione stabile e organica dell'indagato nella struttura del sodalizio, con un ruolo nevralgico che andava ben oltre i semplici legami familiari, configurando così la piena partecipazione all'associazione mafiosa.
Continua »
Associazione di stampo mafioso: la Cassazione decide
La Corte di Cassazione ha esaminato un caso complesso riguardante l'esistenza di una nuova associazione di stampo mafioso in Lombardia, formata da membri di Cosa Nostra, 'Ndrangheta e Camorra. A differenza del Giudice per le Indagini Preliminari, che aveva negato l'esistenza di un'associazione unitaria, il Tribunale del Riesame ne aveva affermato la sussistenza. La Cassazione ha in gran parte confermato la decisione del Riesame, ritenendo adeguata la motivazione sulla sussistenza dei gravi indizi di colpevolezza per il reato associativo, ma ha annullato con rinvio la decisione su un capo d'accusa minore per un difetto di motivazione.
Continua »
Associazione di stampo mafioso: la Cassazione conferma
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di un indagato contro un'ordinanza di custodia cautelare in carcere per il reato di associazione di stampo mafioso. Il caso riguarda una nuova organizzazione criminale operante in Lombardia, formata da esponenti di diverse mafie storiche ('ndrangheta, cosa nostra, camorra). La Corte ha confermato la sussistenza di un sodalizio autonomo, dotato di propria forza intimidatrice e operatività, respingendo le eccezioni sulla mancanza di gravità indiziaria, sull'incompetenza territoriale e sulle esigenze cautelari, nonostante l'età avanzata dell'indagato.
Continua »
Associazione mafiosa: quando il ricorso è inammissibile
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso contro un'ordinanza di custodia cautelare per il reato di associazione mafiosa. L'appello è stato respinto perché mirava a una rivalutazione dei fatti, compito che esula dalle competenze della Corte di legittimità. La sentenza chiarisce che il gruppo criminale in questione non era una nuova entità, ma un'articolazione di un clan storico, la cui forza intimidatrice era già consolidata sul territorio. La decisione del Tribunale del riesame, basata su intercettazioni e altri elementi probatori, è stata ritenuta logica e congruamente motivata.
Continua »