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Fallimento In Estensione

35 provvedimenti applicano questo termine

Definizione

Procedura per cui, dichiarato il fallimento di una società con soci illimitatamente responsabili, il fallimento si estende automaticamente anche a questi ultimi, che rispondono con il loro patrimonio personale.

Norme più ricorrenti in questi provvedimenti

Provvedimenti

Fallimento in estensione: il socio non contesta l’insolvenza
Un socio illimitatamente responsabile è stato dichiarato fallito a seguito di un procedimento di fallimento in estensione legato alla crisi della propria società di persone. Il socio ha impugnato la decisione sostenendo che la società non si trovasse in stato di insolvenza e lamentando la violazione dei propri diritti di difesa per mancata convocazione iniziale. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del socio. I giudici hanno stabilito che, una volta divenuta definitiva la sentenza che dichiara il fallimento della società, l'accertamento dell'insolvenza fa stato verso tutti. Il socio dichiarato fallito per estensione non può più contestare i presupposti del fallimento societario, ma può solo dimostrare la propria eventuale estraneità alla compagine sociale.
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Fallimento della supersocietà di fatto: vincoli e soci occulti
La curatela fallimentare ha richiesto e ottenuto la dichiarazione di insolvenza di un'entità aziendale occulta gestita da una famiglia, che univa due società commerciali e una persona fisica. La socia ha presentato ricorso sostenendo il decorso del termine annuale dal primo fallimento societario e qualificando le movimentazioni economiche come meri accordi di riorganizzazione ereditaria familiare. La Corte di Cassazione ha confermato il fallimento della supersocietà di fatto e della socia illimitatamente responsabile. I giudici hanno chiarito che il limite di un anno per la dichiarazione di fallimento decorre esclusivamente dall'iscrizione della cancellazione nel Registro delle Imprese, beneficio inaccessibile alle società di fatto irregolari.
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Rigetto istanza di fallimento: il ricorso costa caro
Una società creditrice ha chiesto il fallimento di un'impresa terza, ritenendola parte di un gruppo economico già insolvente. Il Tribunale ha respinto la domanda e la Corte di Appello ha dichiarato inammissibile il successivo reclamo per tardività. La creditrice ha quindi presentato ricorso in Cassazione. I Supremi Giudici hanno ribadito che il rigetto dell'istanza di fallimento non è impugnabile davanti alla Corte di Cassazione, poiché non produce effetti definitivi sui diritti e non impedisce la riproposizione della domanda. A causa della manifesta infondatezza dell'azione, contraria a un orientamento giurisprudenziale pacifico, la Suprema Corte ha respinto il ricorso e ha condannato la ricorrente per responsabilità aggravata e lite temeraria.
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Fallimento: senza istanza di ricusazione la sentenza è valida
Il Tribunale dichiarava il fallimento in estensione di una società di fatto. La Corte d'appello annullava la decisione poiché il giudice delegato, che aveva autorizzato il ricorso, faceva parte del collegio giudicante, ritenendo la sentenza nulla. La Cassazione accoglie il ricorso del Fallimento. La Suprema Corte chiarisce che l'incompatibilità del giudice non comporta la nullità automatica della sentenza per vizio di costituzione. La parte interessata ha l'onere di presentare una tempestiva istanza di ricusazione prima della decisione. In mancanza di tale istanza, la violazione dell'obbligo di astensione non può essere fatta valere come motivo di nullità in sede di impugnazione. La causa viene quindi rinviata alla Corte d'appello per un nuovo esame.
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Fallimento post-mortem: l’audizione dell’erede del fallendo è ora un obbligo
La Corte di Cassazione affronta il caso di un socio occulto di una società di fatto, deceduto da anni, al quale viene esteso il fallimento. La sua erede non era stata convocata nel procedimento prefallimentare. La Corte stabilisce un principio fondamentale: l'audizione dell'erede del fallendo è sempre obbligatoria. Questa convocazione è necessaria per garantire il diritto di difesa, poiché la dichiarazione di fallimento post-mortem pregiudica sia il patrimonio ereditario sia la reputazione del defunto. L'erede, anche se non imprenditore, ha un interesse giuridicamente rilevante a partecipare al procedimento. La sentenza precedente, che negava questo diritto, è stata annullata con rinvio.
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Fallimento in Estensione: SRL fallita travolge il socio occulto
La Corte di Cassazione affronta un caso di fallimento in estensione. Una società a responsabilità limitata, una volta fallita, si rivela essere solo la facciata di una più grande 'società di fatto' gestita da un imprenditore individuale. Il tribunale estende il fallimento anche a quest'ultimo e a un'altra società coinvolta. L'imprenditore si oppone, sostenendo vizi di procedura e l'impossibilità di estendere il fallimento partito da una S.r.l. La Cassazione rigetta il ricorso, stabilendo due principi chiave. Primo: se i creditori o il curatore si uniscono alla richiesta di fallimento, sanano l'eventuale difetto di iniziativa del Pubblico Ministero. Secondo: il fallimento in estensione si applica anche se l'impresa fallita originariamente è una società di capitali, confermando che la sostanza dei rapporti economici prevale sulla forma giuridica.
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Fallimento Holding di Fatto: Condannata Anche Senza Nome
La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità del fallimento di una holding di fatto e dei suoi soci. La vicenda nasce dall'azione del curatore di una società controllata, che ha chiesto il fallimento della holding 'occulta' per i gravi danni patrimoniali subiti a causa di una gestione abusiva. La Corte ha stabilito un principio chiave: il fallimento della holding di fatto è possibile anche se questa non ha mai agito spendendo il proprio nome. L'enorme debito derivante dal risarcimento del danno (ex art. 2497 c.c.) è sufficiente a dimostrare lo stato di insolvenza e a giustificare la dichiarazione di fallimento, esteso anche ai soci illimitatamente responsabili.
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Fallimento in Estensione: Società Occulta Travolta dal Crac
Una società viene dichiarata fallita. Il tribunale scopre che essa operava insieme ad altre società e persone fisiche come un'unica 'super-società' non dichiarata. Di conseguenza, applica il principio del fallimento in estensione, dichiarando falliti anche tutti gli altri soci occulti. Questi ultimi ricorrono in Cassazione, sostenendo di essere entità separate e che i termini per il fallimento fossero scaduti. La Corte Suprema rigetta il ricorso, confermando il fallimento in estensione. Viene stabilito che, in una società occulta, il termine annuale per dichiarare il fallimento di un socio decorre non dal suo recesso 'segreto', ma da quando la sua uscita diventa nota ai terzi, cosa mai avvenuta. La decisione finale conferma la responsabilità illimitata di chi opera attraverso società di fatto.
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Fallimento supersocietà di fatto: due Srl, un unico crac
La Corte di Cassazione ha confermato il fallimento di una S.r.l. e di un imprenditore in estensione a quello di un'altra S.r.l. già fallita. I giudici hanno riconosciuto l'esistenza di una 'supersocietà di fatto', ovvero un'unica impresa operante attraverso tre soggetti formalmente distinti ma sostanzialmente uniti. La difesa sosteneva si trattasse di una holding, ma la Corte ha dato peso agli elementi concreti: stessa sede, stessa attività, gestione unitaria e confusione patrimoniale. Questa sentenza ribadisce che anche le società di capitali possono essere coinvolte nel fallimento della supersocietà di fatto di cui sono socie, con conseguenze patrimoniali gravissime.
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Avvocato senza procura: ricorso perso e spese a carico del legale
Una società e un suo socio ricorrono in Cassazione contro l'estensione di un fallimento, basata sulla loro presunta partecipazione a una 'società di fatto'. La Corte Suprema, tuttavia, non entra nel merito della questione. Dichiara il ricorso inammissibile per un grave vizio di forma: l'atto era stato presentato da un avvocato senza procura valida. In base a un principio consolidato, la Corte ha stabilito che l'attività del legale non produce effetti per il cliente. Di conseguenza, ha condannato l'avvocato stesso a pagare personalmente tutte le spese processuali della controparte.
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Usa fondi aziendali per la famiglia: è bancarotta fraudolenta
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per bancarotta fraudolenta per distrazione a carico del socio di una farmacia. L'imputato aveva sistematicamente prelevato ingenti somme dai conti aziendali per destinarle a spese personali e familiari. La difesa sosteneva si trattasse di bancarotta semplice, ma i giudici hanno ribadito un principio fondamentale: i beni della società sono una garanzia per i creditori e non possono essere usati per scopi privati. Tale condotta, sottraendo risorse all'azienda, danneggia volontariamente i creditori e integra il reato più grave. La condanna del socio amministratore è diventata definitiva, mentre per la socia coniuge la pena dovrà essere ricalcolata.
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Fallimento supersocietà di fatto: Aziende distinte, destino unico
Un imprenditore e diverse società a lui collegate, sebbene formalmente distinte, operavano come un'unica impresa nel settore edile. I giudici hanno dichiarato il fallimento di questa entità non formalizzata, definendola una 'supersocietà di fatto'. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione, stabilendo un principio fondamentale: il **fallimento supersocietà di fatto** può essere provato attraverso una valutazione complessiva di vari indizi, come la gestione unificata, la confusione patrimoniale e lo scopo comune. L'analisi atomistica e separata dei singoli indizi è errata. La valutazione dei giudici, basata su prove presuntive, è stata ritenuta corretta e non riesaminabile, portando alla conferma definitiva del fallimento per tutti i soggetti coinvolti.
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Super società di fatto: il fallimento colpisce i soci occulti
Il caso riguarda la dichiarazione di fallimento di una super società di fatto composta da un'azienda tipografica, un'altra società e un professionista. I soggetti avevano creato un legame nascosto per gestire finanziamenti pubblici e indennizzi assicurativi, condividendo rischi e profitti. La Corte di Cassazione ha confermato che il fallimento della prima azienda si estende a tutti i membri del gruppo occulto. Non rileva il fatto che il legame non fosse pubblico, poiché la collaborazione era concreta e finalizzata a un obiettivo economico comune. La decisione stabilisce che il termine di un anno per dichiarare il fallimento non protegge i soci che hanno agito nell'ombra fino a quando il loro legame non viene scoperto dal giudice.
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Supersocietà di fatto: quando il fallimento colpisce tutti
La Corte di Cassazione ha confermato il fallimento di una supersocietà di fatto nata dalla collaborazione non dichiarata tra una società a responsabilità limitata e una società in nome collettivo. I giudici hanno accertato che le due aziende operavano in modo coordinato, condividendo risorse, dipendenti e obiettivi economici come se fossero un unico soggetto giuridico. Poiché l'azienda principale era insolvente, il tribunale ha esteso il fallimento a tutti i membri della collaborazione occulta. La sentenza chiarisce che anche le società di capitali possono far parte di una società di fatto se esiste un chiaro intento di cooperazione. Il ricorso presentato dai soci è stato respinto perché la valutazione dei fatti compiuta dai giudici di merito è risultata logica e coerente con le prove raccolte.
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Fallimento associazione non riconosciuta: l’amministratore rischia?
Un centro di formazione professionale, organizzato come associazione non riconosciuta, viene dichiarato fallito. Di conseguenza, anche la persona che agiva in suo nome e per suo conto viene dichiarata fallita 'in estensione'. L'interessato si oppone, sostenendo che la sua responsabilità personale non giustifica una misura così grave. La Corte di Cassazione, investita della questione, non emette una decisione finale. Riconosce la complessità del problema e rinvia la causa a una pubblica udienza per stabilire se la responsabilità di chi agisce per un'associazione possa portare al **fallimento associazione non riconosciuta** in estensione. La questione rimane aperta.
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Supersocietà di fatto: guida al fallimento
La Corte di Cassazione ha confermato il fallimento di una Supersocietà di fatto operante nel settore sanitario, composta da due società di capitali e diversi membri di un nucleo familiare. La decisione ribadisce che il termine di un anno per la dichiarazione di fallimento previsto dall'art. 10 l.fall. non si applica alle società non iscritte al registro delle imprese. Inoltre, l'insolvenza della società occulta può essere desunta dall'ingente passivo accumulato dal socio che agiva all'esterno, qualora i debiti siano riferibili all'attività comune.
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Fallimento in estensione: tempi e prescrizione soci
La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità del fallimento in estensione dichiarato nei confronti di un socio illimitatamente responsabile di una società agricola, nonostante fossero trascorsi oltre dieci anni dalla sentenza di fallimento della società stessa. Il cuore della decisione risiede nel principio per cui la domanda di ammissione al passivo presentata contro la società interrompe la prescrizione dei crediti anche verso i soci solidali. Tale interruzione ha effetto permanente per tutta la durata della procedura concorsuale, rendendo inapplicabile l'eccezione di prescrizione decennale sollevata dal socio, poiché il fallimento in estensione è un atto dovuto che deriva automaticamente dallo status di socio al momento del dissesto.
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Fallimento in estensione: effetti e proprietà beni
Una società commerciale ha impugnato il sequestro di tre autocaravan operato durante un inventario fallimentare, dimostrando di averli acquistati regolarmente. I giudici di merito avevano inizialmente respinto la domanda ipotizzando un'interposizione fittizia a favore di una società di fatto, il cui fallimento era stato dichiarato successivamente. La Cassazione ha annullato la decisione, stabilendo che il **fallimento in estensione** produce effetti solo ex nunc e che non è possibile attribuire la proprietà a una procedura concorsuale diversa che non è stata parte del giudizio.
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Socio accomandante fallimento: quando si estende?
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un socio accomandante a cui era stato esteso il fallimento della società. L'estensione era dovuta alla sua ingerenza nella gestione, che gli ha fatto perdere la responsabilità limitata. La Corte ha stabilito che non è possibile contestare in sede di legittimità gli accertamenti di fatto del giudice di merito se ben motivati, e che un vizio procedurale è irrilevante se il ricorso è palesemente infondato, confermando il principio del "socio accomandante fallimento" in caso di amministrazione di fatto.
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Socio occulto fallimento: PEC valida per la notifica
Una professionista è stata dichiarata fallita quale socio occulto di una S.r.l. La Corte di Cassazione ha rigettato il suo ricorso, confermando principi cruciali in materia. È stata ritenuta valida la notifica dell'istanza di fallimento all'indirizzo PEC professionale della ricorrente, anche se non legato all'attività imprenditoriale contestata. Inoltre, la Corte ha ribadito che il termine annuale per la dichiarazione di fallimento non si applica al socio occulto, in quanto tale beneficio è riservato solo a chi rispetta gli obblighi di pubblicità legale.
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