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Fallimento In Estensione

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35 provvedimenti applicano questo termine

Provvedimenti

Fallimento in estensione: creditore non è parte
In un caso di fallimento in estensione ai soci, la Corte di Cassazione ha stabilito un principio cruciale: il creditore che ha originariamente richiesto il fallimento della società non è una parte necessaria nel successivo giudizio di reclamo promosso dai soci. La Corte ha cassato la decisione d'appello che aveva dichiarato estinto il procedimento per la mancata integrazione del contraddittorio nei confronti di tale creditore, rinviando la causa per un nuovo esame.
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Società irregolare: fallimento e soci illimitati
La Cassazione chiarisce che in una società irregolare, i patti interni che limitano la responsabilità di alcuni soci non sono opponibili ai terzi. Di conseguenza, tutti i soci sono illimitatamente responsabili e possono essere dichiarati falliti in estensione, anche se il loro coinvolgimento era condizionato al pagamento di debiti pregressi.
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Socio di fatto: la valutazione delle prove del giudice
La Corte di Cassazione dichiara inammissibile il ricorso di una persona a cui era stato esteso il fallimento per essere stata ritenuta socio di fatto di un'impresa. La Corte ribadisce che la valutazione delle prove testimoniali e la loro attendibilità sono di competenza esclusiva del giudice di merito e non possono essere oggetto di un nuovo esame in sede di legittimità.
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Fallimento in estensione: identità d’impresa è cruciale
Il fallimento di un imprenditore individuale è stato esteso ai suoi presunti soci di fatto. Questi hanno presentato ricorso, sostenendo che l'attività dell'impresa individuale (costruzioni) fosse diversa da quella della società di fatto (holding). La Corte di Cassazione, con un'ordinanza interlocutoria, non ha deciso il caso ma, riconoscendo la crucialità del tema del fallimento in estensione, ha rimesso la questione a una pubblica udienza per definire se, ai fini dell'estensione, le attività dell'individuo e della società debbano essere identiche.
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Fallimento in estensione: soci e creditori
La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 17546/2024, ha stabilito che i creditori istanti per il fallimento di una società non sono parti necessarie nel successivo procedimento di fallimento in estensione a carico del socio illimitatamente responsabile. La Corte ha chiarito che l'oggetto dei due giudizi è distinto, riguardando il primo l'insolvenza della società e il secondo la responsabilità personale del socio. La decisione si fonda sull'evoluzione della normativa fallimentare, che ha superato il precedente carattere ufficioso del procedimento di estensione. Viene inoltre ribadito che l'ingerenza del socio accomandante nella gestione, anche attraverso atti isolati, ne determina la responsabilità illimitata.
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Socio Occulto Fallimento: Senza Limiti di Tempo?
Un'ordinanza della Cassazione esamina il caso dell'estensione del fallimento a un socio accomandante che, dopo il recesso formale, ha continuato a ingerirsi nella gestione societaria. La Corte d'Appello aveva stabilito che per il socio occulto fallimento non si applica il termine annuale di prescrizione, poiché la sua responsabilità illimitata deriva dalla gestione di fatto e non dalla qualifica formale. La Suprema Corte ha rinviato la decisione per trattative tra le parti, ma il principio resta cruciale.
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Ingerenza socio accomandante: quando scatta il fallimento
La Corte di Cassazione ha confermato il fallimento in estensione di una socia accomandante per ingerenza nella gestione societaria. La Corte ha stabilito che detenere una procura generale per operare sui conti bancari della società, con facoltà di emettere assegni e spendere il nome sociale, costituisce un atto di amministrazione che viola il divieto imposto dall'art. 2320 c.c. Questa violazione comporta la perdita del beneficio della responsabilità limitata, rendendo la socia illimitatamente responsabile per i debiti sociali, indipendentemente dalle motivazioni familiari o dalla frequenza degli atti compiuti.
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Supersocietà di fatto: l’autonoma insolvenza è cruciale
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 144/2024, ha stabilito un principio fondamentale in materia di fallimento esteso a una cosiddetta "supersocietà di fatto". Il caso riguardava l'estensione del fallimento di una S.r.l. ai suoi soci occulti, persone fisiche e un'altra società, ritenuti parte di un unico ente imprenditoriale non formalizzato. La Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso della curatela fallimentare, confermando che per dichiarare il fallimento di una supersocietà di fatto non è sufficiente l'insolvenza di uno dei suoi membri, ma è necessario dimostrare uno stato di insolvenza autonomo e proprio della supersocietà stessa. La decisione ha anche esteso la revoca del fallimento a un socio che non aveva partecipato al secondo grado di giudizio, in applicazione del principio espansivo della sentenza.
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Supersocietà di fatto: abuso e fallimento in estensione
La Corte di Cassazione ha chiarito che l'abuso gestionale di una società a vantaggio dei suoi controllori non esclude a priori la configurabilità di una supersocietà di fatto tra la società abusata e gli stessi controllori. In un caso di presunto svuotamento patrimoniale, la Corte ha annullato la decisione d'appello per un'analisi superficiale, affermando la necessità di esaminare in concreto tutti gli indizi di un sodalizio occulto. La sentenza è stata cassata con rinvio per una nuova valutazione dei fatti.
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Supersocietà di fatto: la Cassazione e il fallimento
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 64/2024, ha dichiarato inammissibile il ricorso contro il fallimento di una supersocietà di fatto. La decisione conferma che l'esistenza di tale società può essere provata da elementi indiziari come la gestione coordinata, la commistione patrimoniale e attività complementari tra diverse aziende. Il fallimento della supersocietà di fatto comporta l'estensione automatica dello stesso ai soci illimitatamente responsabili.
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Socio accomandante: quando si perde la responsabilità
La Corte di Cassazione ha confermato l'estensione del fallimento a un socio accomandante che, pur non avendo cariche formali, aveva di fatto gestito la società. La sentenza chiarisce che operare sul conto corrente e trattare con i creditori costituisce ingerenza nella gestione, comportando la perdita della responsabilità limitata. Inoltre, le dichiarazioni rese al curatore fallimentare e i fatti non contestati in primo grado sono state considerate prove decisive.
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Fallimento socio occulto: quale legge si applica?
La Corte di Cassazione conferma il fallimento di un socio occulto di una 'supersocietà' di fatto. La Corte stabilisce che, se la procedura madre è stata aperta sotto la vecchia legge fallimentare, questa continua ad applicarsi anche alle procedure di estensione avviate dopo l'entrata in vigore del Codice della Crisi. Inoltre, viene ribadita la validità dell'uso di prove atipiche, come gli atti di un'indagine penale, per accertare il vincolo sociale occulto. La pronuncia chiarisce importanti aspetti del diritto transitorio nel contesto del fallimento socio occulto.
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Fallimento in estensione: le vecchie regole valgono?
La Cassazione chiarisce che per un fallimento in estensione, se la procedura originaria è iniziata sotto la vecchia legge fallimentare, si applicano ancora quelle norme, anche se l'estensione è chiesta dopo l'entrata in vigore del Codice della Crisi. Il caso riguardava una 'supersocietà' di fatto e la Corte ha confermato la validità dell'uso di prove atipiche da un procedimento penale.
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Supersocietà di fatto: l’abuso non esclude il fallimento
Un tribunale dichiara il fallimento di una supersocietà di fatto tra due società e alcuni soci. La Corte d'Appello revoca la decisione, ritenendola un caso di abuso da parte di una holding di fatto. La Cassazione cassa la sentenza d'appello, stabilendo che l'abuso di una società a vantaggio di un'altra non esclude a priori l'esistenza di una supersocietà di fatto, se c'è un'attività economica comune. Il caso è rinviato per una nuova valutazione.
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Abuso del diritto: no a concordati per ritardare il fallimento
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 20182/2025, ha stabilito che la presentazione di una nuova domanda di concordato preventivo, al solo scopo di eludere le conseguenze negative di una precedente procedura destinata all'insuccesso, costituisce un abuso del diritto. La Corte ha rigettato il ricorso di una società, confermando sia la sua dichiarazione di fallimento sia l'estensione dello stesso a un'altra società, riconosciuta come socia di una supersocietà di fatto. La decisione ribadisce che gli strumenti di risoluzione della crisi non possono essere usati in modo strumentale e dilatorio per paralizzare le legittime istanze dei creditori.
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