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Estorsione (Art. 629 C.P.)

7 provvedimenti applicano questo termine

Definizione

Reato commesso da chi costringe qualcuno, mediante violenza o minaccia, a fare o a omettere qualcosa per procurare a sé o ad altri un ingiusto profitto con danno altrui.

Norme più ricorrenti in questi provvedimenti

Provvedimenti

Accordo sulla Pena: Il Ricorso Inammissibile e le Sue Conseguenze
Un Imputato, condannato per estorsione, ha presentato ricorso alla Corte di Cassazione. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile perché l'Imputato aveva precedentemente raggiunto un accordo sulla pena in appello (ex art. 599-bis c.p.p.). Tale accordo preclude ulteriori impugnazioni, anche per questioni di diritto, rendendo il ricorso inammissibile. La Corte ha condannato l'Imputato a pagare le spese processuali e una sanzione di tremila euro alla Cassa delle Ammende per aver determinato l'inammissibilità per colpa.
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Gravi indizi di colpevolezza: la Cassazione conferma il carcere per mafia
Un Indagato, accusato di associazione di tipo mafioso e estorsione, ha visto confermata la sua custodia in carcere. Ha presentato ricorso contestando la valutazione dei gravi indizi di colpevolezza e delle esigenze cautelari, sostenendo un'errata interpretazione delle intercettazioni e che il tempo trascorso attenuasse il pericolo. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. Ha ribadito che il giudice di legittimità non riesamina i fatti, ma verifica la logicità della motivazione. La Corte ha ritenuto logica la valutazione delle intercettazioni e ha chiarito che il semplice decorso del tempo non supera la presunzione di attualità delle esigenze cautelari per reati di stampo mafioso.
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Estorsione per recupero crediti: condannato chi minaccia terzi
Un creditore ha incaricato un terzo di sollecitare il pagamento di una somma residua dovuta per la riparazione di un veicolo. L'incaricato ha attuato la richiesta mediante gravi minacce rivolte ai familiari del debitore, soggetti del tutto estranei al rapporto contrattuale, riuscendo ad ottenere il saldo. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna dell'incaricato per il reato di estorsione per recupero crediti, escludendo la derubricazione nel meno grave reato di esercizio arbitrario delle proprie ragioni. I giudici hanno chiarito che l'impiego di intimidazioni contro terzi estranei trasforma la pretesa in un profitto ingiusto non tutelabile in sede giudiziaria. Contestualmente, la Corte ha confermato l'assoluzione del creditore originario, in quanto del tutto inconsapevole delle condotte minatorie e delle persone a cui l'incaricato si sarebbe rivolto.
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Estorsione e metodo mafioso: recupero crediti e minacce implicite
La vicenda riguarda una complessa serie di condotte criminose messe in atto da un gruppo criminale organizzato operante nel nord Italia, dedito al recupero forzoso di crediti, al traffico di stupefacenti e alla detenzione illegale di armi. Gli imputati imponevano la riscossione dei crediti mediante pressioni ambientali, visite perentorie di più soggetti e minacce implicite, evocando legami con ambienti della criminalità organizzata. I ricorrenti contestavano la configurabilità dell'associazione criminale e l'applicazione dell'aggravante di estorsione e metodo mafioso, invocando in alternativa il reato meno grave di esercizio arbitrario delle proprie ragioni. La Corte di Cassazione ha confermato in massima parte l'impianto accusatorio, ribadendo che l'intervento di terzi estranei con interessi propri e l'uso di minacce implicite connotano pienamente l'estorsione e metodo mafioso, accogliendo solo parzialmente i ricorsi su specifiche posizioni marginali ed errori di calcolo della pena.
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Busta paga e ricatto: l’estorsione sul posto di lavoro
Un responsabile aziendale pretendeva dalle commesse la restituzione in contanti di una quota del compenso accreditato, minacciando il licenziamento o il mancato rinnovo del contratto. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna dell'uomo per il reato di estorsione sul posto di lavoro, dichiarando inammissibile il ricorso difensivo. I giudici hanno ritenuto pienamente attendibili le dichiarazioni delle lavoratrici, avvalorate dai riscontri bancari e dalle testimonianze dei familiari. Costringere i dipendenti a rinunciare a parte della retribuzione prospettando la perdita del posto costituisce un illecito penale a tutti gli effetti.
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Tentata estorsione: incensurato perde lo sconto di pena massimo
Un uomo, condannato per i reati di spaccio di stupefacenti e tentata estorsione, ha proposto ricorso in Cassazione contestando la misura della pena. In particolare, l'imputato lamentava che il giudice di merito gli avesse concesso solo la riduzione della metà della pena per il tentativo, anziché il massimo di due terzi, nonostante la sua condizione di incensurato. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici di legittimità hanno confermato che la riduzione di pena per la tentata estorsione è stata correttamente quantificata nella metà. La gravità delle modalità con cui è stato commesso il fatto e la ripetizione delle condotte criminali giustificano pienamente la scelta dei giudici di merito, superando la generica obiezione basata sulla sola assenza di precedenti penali. L'imputato perde il ricorso e deve pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Recidiva per estorsione: la pericolosità sociale vince in Cassazione
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di un imputato per estorsione, rigettando il suo ricorso contro l'applicazione della recidiva. I giudici hanno stabilito che la ripetizione di condotte illecite e la natura stessa del reato sono chiari indicatori di una persistente pericolosità sociale. Questa valutazione giustifica pienamente una pena più severa. La Corte ha ritenuto che la decisione del giudice precedente non fosse superficiale, ma basata su una corretta analisi della capacità a delinquere dell'imputato. Di conseguenza, il ricorso è stato dichiarato inammissibile e la pena aggravata confermata.
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