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Effetto Devolutivo

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1060 provvedimenti applicano questo termine

Provvedimenti

Onere della prova provvedimento: la Cassazione decide
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 7387/2025, ha chiarito un principio fondamentale sull'onere della prova di un provvedimento amministrativo. La Suprema Corte ha cassato la decisione della Corte d'Appello che aveva dichiarato la nullità di alcune fideiussioni basandosi su un provvedimento della Banca d'Italia, considerandolo erroneamente un fatto notorio. È stato stabilito che un atto amministrativo non rientra nel principio "iura novit curia" e non può essere considerato un fatto notorio; pertanto, la parte che intende avvalersene ha l'onere di produrlo formalmente in giudizio.
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Perdita di chance: risarcimento e giurisdizione
Una lavoratrice del settore pubblico ha ottenuto un risarcimento per perdita di chance dopo che un ritardo nell'inquadramento le ha impedito di partecipare a una selezione per una posizione superiore. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione, rigettando il ricorso dell'Amministrazione. L'ordinanza chiarisce importanti aspetti sulla giurisdizione del giudice ordinario in materie connesse a precedenti giudizi amministrativi e sulla corretta riproposizione delle domande in appello.
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Inammissibilità ricorso: prova di resistenza in Cassazione
La Corte di Cassazione dichiara l'inammissibilità di due ricorsi. Il primo, presentato da un imputato che aveva concordato la pena in appello, viene respinto perché il patteggiamento limita i motivi di impugnazione. Il secondo, basato su un vizio di composizione del collegio giudicante di primo grado, viene rigettato applicando il principio della "prova di resistenza", dimostrando che la condanna si fondava su prove assunte validamente. Questa sentenza chiarisce i limiti dell'impugnazione e conferma l'inammissibilità del ricorso in casi specifici.
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Concordato in appello: limiti del ricorso Cassazione
Un'ordinanza della Corte di Cassazione chiarisce i limiti del ricorso contro una sentenza emessa a seguito di 'concordato in appello' (ex art. 599-bis c.p.p.). L'imputato, dopo aver concordato una riduzione di pena in appello, ha presentato ricorso in Cassazione sollevando questioni estranee all'accordo. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, ribadendo che la rinuncia ai motivi di appello preclude l'esame di questioni non concordate, salvo casi di palese illegalità della pena.
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Motivazione accertamento catastale: la Cassazione
Una società impugnava un avviso di accertamento per una nuova rendita catastale, lamentando la carenza di motivazione. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che, a seguito di una procedura DOCFA avviata dal contribuente, l'obbligo di motivazione dell'accertamento catastale è soddisfatto con l'indicazione dei dati oggettivi e della classe attribuita, qualora l'Agenzia non contesti i fatti ma effettui solo una diversa valutazione tecnica.
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Accertamento bancario: Cassazione chiarisce i limiti
La Corte di Cassazione, con una recente ordinanza, ha annullato la decisione di una commissione tributaria in un caso di accertamento bancario a carico di una società e del suo amministratore. La Corte ha chiarito importanti principi: la non retroattività delle nuove soglie per i prelevamenti non giustificati, la sufficienza della mera riproposizione dei motivi in appello e la necessità di una motivazione specifica per affermare la responsabilità personale dell'amministratore per i debiti fiscali della società.
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Licenziamento disciplinare: la sentenza penale non basta
Un dipendente pubblico, licenziato per assenteismo e falsa attestazione della presenza, ha impugnato il provvedimento basandosi su una parziale assoluzione in sede penale. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando il licenziamento disciplinare. La Corte ha stabilito che una sentenza definitiva della Corte dei Conti, che accerta gravi inadempienze lesive del rapporto fiduciario, costituisce una base sufficiente e autonoma per la sanzione espulsiva, indipendentemente dall'esito del processo penale.
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Patteggiamento in appello: ricorso generico inammissibile
La Corte di Cassazione dichiara inammissibile un ricorso contro una sentenza di patteggiamento in appello, ritenendolo generico. La Corte chiarisce che, in caso di accordo sulla pena, il giudice d'appello non è tenuto a motivare il mancato proscioglimento, essendo la sua cognizione limitata alla congruità della pena concordata. L'imputato, accettando il patteggiamento in appello, rinuncia di fatto agli altri motivi.
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Patteggiamento in appello: limiti al ricorso
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di due imputati che, dopo un patteggiamento in appello, lamentavano il mancato riconoscimento delle attenuanti generiche. La Corte ha chiarito che l'accordo sulla pena implica la rinuncia a tali motivi, limitando drasticamente la possibilità di un successivo ricorso per cassazione.
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Concordato in appello: la rinuncia ai motivi
La Corte di Cassazione chiarisce che l'accordo sulla pena in un concordato in appello, secondo l'art. 599-bis c.p.p., comporta una rinuncia implicita agli altri motivi di impugnazione. In questo caso, un ricorrente aveva pattuito la pena ma poi ha impugnato la sentenza per il mancato accoglimento della richiesta di sanzioni sostitutive. La Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, poiché il motivo relativo alle sanzioni sostitutive doveva considerarsi rinunciato, limitando la cognizione del giudice ai soli punti oggetto dell'accordo.
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Patteggiamento in appello: motivazione della pena
La Corte di Cassazione dichiara inammissibile il ricorso contro una sentenza emessa con patteggiamento in appello. L'unico motivo del ricorso, ovvero l'omessa motivazione sul trattamento sanzionatorio, è stato respinto. La Corte ha chiarito che, quando la pena è frutto di un accordo tra le parti, il giudice non è tenuto a fornire una motivazione sulla sua congruità, poiché la sua cognizione è limitata ai motivi non rinunciati dall'imputato.
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Concordato in appello: limiti al ricorso in Cassazione
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 6633/2025, chiarisce i limiti del ricorso contro una sentenza emessa a seguito di 'concordato in appello' (art. 599-bis c.p.p.). L'accordo sulla pena comporta la rinuncia ad altri motivi, creando una preclusione processuale. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile perché basato su motivi estranei all'accordo (una misura cautelare) o manifestamente infondati (una pena accessoria), confermando che l'impugnazione è possibile solo in casi eccezionali di illegalità della pena o vizi del consenso.
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Patteggiamento in appello: limiti al ricorso
La Corte di Cassazione dichiara inammissibili i ricorsi di quattro imputati contro una sentenza d'appello. La Corte ha stabilito che, in caso di patteggiamento in appello (art. 599-bis c.p.p.), le eccezioni generiche sulla mancata motivazione o sull'omessa applicazione dell'art. 129 c.p.p. non sono ammissibili, limitando la cognizione del giudice ai soli motivi non rinunciati.
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Concordato in appello: limiti al ricorso per Cassazione
La Corte di Cassazione dichiara inammissibile il ricorso di un imputato che, dopo aver raggiunto un accordo sulla pena tramite concordato in appello, ha lamentato la mancata valutazione delle condizioni per il proscioglimento. La Corte ribadisce che il concordato in appello limita i motivi di ricorso, precludendo doglianze su punti rinunciati, come l'applicazione dell'art. 129 c.p.p. (sentenza di proscioglimento).
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Concordato in appello: limiti del ricorso in Cassazione
La Corte di Cassazione dichiara inammissibile il ricorso di un imputato che, dopo aver raggiunto un concordato in appello per il reato di ricettazione, ha tentato di sollevare in sede di legittimità motivi attinenti al proscioglimento. La Corte ribadisce che il concordato in appello limita la possibilità di impugnazione ai soli vizi dell'accordo, precludendo la discussione sul merito della colpevolezza, che si considera rinunciata.
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Inammissibilità ricorso cassazione: i motivi nuovi
La Corte di Cassazione ha dichiarato l'inammissibilità di un ricorso poiché i motivi (relativi a recidiva e trattamento sanzionatorio) non erano stati precedentemente sollevati in appello, interrompendo la 'catena devolutiva'. La Corte ha ribadito che l'inammissibilità del ricorso cassazione scatta anche per motivi generici, che mirano a una rivalutazione dei fatti, non consentita in sede di legittimità.
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Inammissibilità ricorso: i limiti del giudizio
La Corte di Cassazione dichiara l'inammissibilità del ricorso di un imputato contro una sentenza della Corte d'Appello. I motivi dell'inammissibilità del ricorso risiedono nel fatto che una delle censure non era stata sollevata nel precedente grado di giudizio, interrompendo così la catena devolutiva, mentre l'altra contestava una decisione discrezionale del giudice di merito (il diniego della messa alla prova) che risultava adeguatamente motivata e, pertanto, non sindacabile in sede di legittimità.
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Motivi di appello: quando non si possono sollevare
La Corte di Cassazione dichiara inammissibile un ricorso per truffa, stabilendo che i motivi di appello non possono consistere in una mera rilettura dei fatti già valutati nei gradi di merito. Inoltre, la Corte ribadisce che non è possibile introdurre per la prima volta in sede di legittimità questioni nuove, come la presunta illegittimità del querelante, se non sono state sollevate precedentemente.
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Effetto devolutivo: limiti del giudice in appello
La Corte di Cassazione chiarisce i limiti dei poteri del giudice d'appello in virtù dell'effetto devolutivo. In un caso di furto, il giudice di secondo grado aveva applicato un'aggravante non considerata in primo grado, nonostante l'appello fosse stato proposto solo dall'imputato. La Suprema Corte ha annullato la decisione, specificando che la cognizione del giudice è limitata ai punti contestati nell'atto di appello. L'esclusione dell'aggravante ha comportato l'estinzione del reato per prescrizione.
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Recidiva specifica: quando è configurabile?
Un soggetto ricorre in Cassazione contestando la qualifica di recidiva specifica per reati di narcotraffico, in relazione a una precedente condanna per tentato furto di oltre 20 anni prima. La Corte Suprema ha rigettato il ricorso, stabilendo che reati diversi possono essere considerati 'della stessa indole' se accomunati da un movente di lucro e da una continuità nel percorso criminale del reo, come l'affiliazione a clan mafiosi. Questo legame sostanziale può superare anche un notevole lasso di tempo tra i crimini, legittimando l'aggravante della recidiva specifica.
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