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Domanda Nuova In Appello

79 provvedimenti applicano questo termine

Definizione

Una richiesta giudiziaria introdotta per la prima volta durante il processo di appello. La legge la vieta (art. 345 c.p.c.) per garantire che il secondo grado di giudizio si concentri sulla revisione della decisione di primo grado e non su nuove questioni.

Norme più ricorrenti in questi provvedimenti

Provvedimenti

Domanda nuova in appello: somme identiche ma fatti diversi
Una lavoratrice ha avviato una causa contro una cooperativa e una società commerciale chiedendo differenze retributive per somministrazione irregolare di manodopera. Il Tribunale ha respinto la richiesta. Nel giudizio di secondo grado, la lavoratrice ha modificato la pretesa, chiedendo le somme direttamente alla cooperativa come datore di lavoro subordinato esclusivo. La Corte di Appello ha dichiarato inammissibile il ricorso per presenza di una domanda nuova in appello vietata dalla legge. La Corte di Cassazione ha confermato integralmente la decisione. I giudici supremi hanno chiarito che mutare i fatti costitutivi e la natura del rapporto integra una radicale trasformazione della causa. La medesima somma monetaria richiesta non evita il divieto processuale se il titolo giuridico cambia integralmente.
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Domanda Nuova in Appello: l’IVA non richiesta non può essere recuperata
Un'Azienda Venditrice ha venduto un immobile a dei Promissari Acquirenti. Nel contratto preliminare era prevista l'IVA sul prezzo. Dopo la sentenza di primo grado che disponeva il trasferimento dell'immobile, l'Azienda ha proposto appello chiedendo il pagamento dell'IVA. La Corte d'Appello ha dichiarato la domanda inammissibile, ritenendola una **domanda nuova in appello**. La Cassazione ha confermato questa decisione. Ha stabilito che la richiesta di pagamento dell'IVA non era stata avanzata in primo grado e costituiva una pretesa diversa, modificando sia l'oggetto della richiesta (petitum) sia le ragioni (causa petendi). Il ricorso dell'Azienda è stato rigettato, con condanna alle spese.
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Risoluzione del contratto di compravendita: addio agli acconti
La Venditrice di un immobile cita in giudizio l'Acquirente per grave inadempimento degli accordi contrattuali e mancato rispetto dei termini temporali, chiedendo lo scioglimento del vincolo e il rilascio del bene. L'Acquirente rimane contumace in primo grado e perde la causa. In sede di appello, l'Acquirente contesta l'inadempimento e richiede la restituzione delle somme già versate a titolo di prezzo. I giudici di secondo grado rigettano l'impugnazione. La Suprema Corte di Cassazione conferma la decisione: la risoluzione del contratto di compravendita per mancato rispetto del termine essenziale opera di diritto. Inoltre, il giudice non può ordinare la restituzione degli importi versati se la parte non ha presentato un'espressa richiesta in primo grado, trattandosi in appello di una domanda nuova inammissibile.
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La domanda nuova in appello blocca la condanna della banca
Una società correntista ha citato in giudizio la propria banca per rideterminare il saldo del conto corrente, contestando addebiti illegittimi per interessi e commissioni. L'istituto bancario si è limitato a chiedere il rigetto delle pretese in primo grado. Nel successivo giudizio di secondo grado, la società cessionaria del credito ha chiesto per la prima volta la condanna al pagamento dell'intero importo. La Corte di Cassazione ha stabilito che costituisce un'inammissibile domanda nuova in appello la richiesta di condanna avanzata dal creditore che in primo grado non ha svolto domande riconvenzionali. I giudici supremi hanno cancellato l'ordine di pagamento emesso dalla Corte territoriale, limitandosi a rideterminare formalmente il saldo del conto corrente senza condanna esecutiva.
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Arricchimento senza causa: la Cassazione blocca le domande nuove
Un'istituzione di assistenza ha fornito servizi di ricovero per anziani a un Comune, che non ha pagato le rette dopo la scadenza della convenzione. L'istituzione ha inizialmente chiesto il pagamento contrattuale. In appello, la Corte ha accolto la richiesta, riqualificandola come indennizzo per arricchimento senza causa. Il Comune ha contestato, sostenendo che l'arricchimento senza causa era una domanda nuova e inammissibile in appello. La Cassazione ha accolto il ricorso del Comune, ribadendo che la domanda di indennizzo per arricchimento senza causa è sostanzialmente diversa da quella contrattuale e non può essere introdotta per la prima volta in appello. La sentenza d'appello è stata cassata e la causa rinviata per un nuovo esame.
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Uso della cosa comune: la Cassazione annulla il verdetto
Un contenzioso condominiale vedeva contrapposti i proprietari di un immobile e un vicino riguardo alla realizzazione di una veranda addossata al muro dello stabile e alla modifica di un balcone. Il vicino chiedeva la demolizione della veranda, mentre i proprietari ne sostenevano la legittimità invocando la disciplina sull'uso della cosa comune. La Corte d'Appello ordinava la rimozione della veranda, ritenendo inammissibile la tesi dei proprietari poiché basata su fatti considerati nuovi. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso dei proprietari, precisando che specificare la posizione del manufatto costituisce una semplice difesa e non una domanda inammissibile. La Suprema Corte ha inoltre riscontrato l'omesso esame delle contestazioni sulle distanze legali relative al balcone. La sentenza è stata annullata con rinvio ad altra sezione.
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Contratti della Pubblica Amministrazione e vendita di case popolari
Un Ente Locale proponeva a un'assegnataria l'acquisto dell'alloggio popolare occupato. La donna accettava e versava l'acconto, ma l'ente sospendeva la vendita per problemi catastali e restituiva il denaro. Alla morte dell'inquilina, le eredi e la nipote convivente citavano l'ente per ottenere il trasferimento coattivo del bene. I giudici di merito respingevano la domanda: i contratti della Pubblica Amministrazione richiedono la firma simultanea su un unico documento e non si perfezionano con semplici lettere. La Corte di Cassazione ha confermato che lo scambio epistolare non vincola l'ente al trasferimento, ma ha riaperto il giudizio sulla nipote convivente. La richiesta della nipote di subentrare nell'acquisto come convivente non era una domanda nuova e andava esaminata.
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Domanda nuova in appello: limiti e inammissibilità
La Corte d'Appello di Napoli ha confermato l'inammissibilità di una domanda nuova in appello relativa alla restituzione di somme per indebito oggettivo. Il caso riguardava l'opposizione a una cartella esattoriale derivante da una fideiussione bancaria. La Corte ha stabilito che introdurre nuovi fatti storici e titoli giuridici diversi dal primo grado altera l'oggetto del giudizio, violando il principio del doppio grado di giurisdizione e i limiti dell'art. 345 c.p.c.
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Chiede il saldo di 10.000 euro: non è domanda nuova in appello
Una professionista ha chiesto la condanna di una società al pagamento delle proprie spettanze per l'attività di assistenza nella preparazione di un concordato preventivo. In primo grado ha richiesto oltre 188.000 euro o la somma ritenuta di giustizia. Il Tribunale ha accertato un accordo per 35.000 euro, di cui 25.000 già pagati. In appello, la professionista ha richiesto il saldo di 10.000 euro, ma i giudici di secondo grado hanno ritenuto tale richiesta inammissibile configurandola come una domanda nuova in appello e rilevando una carenza di interesse. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso della professionista: ridurre la somma richiesta mantenendo lo stesso contratto non costituisce una domanda nuova in appello. Inoltre, sussiste l'interesse ad agire poiché la società debitrice contestava la liquidità e l'esigibilità del credito residuo.
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Domanda nuova in appello: buste paga inutili se tardive
Il Lavoratore ha chiesto il pagamento di differenze retributive e indennità per ferie non godute. In appello, ha presentato un calcolo dettagliato basato sul confronto di tutte le buste paga dal 2010 al 2014. La Corte d'Appello ha ritenuto inammissibile questa richiesta perché costituiva una domanda nuova in appello, non formulata in primo grado. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, respingendo il ricorso del Lavoratore. I giudici hanno chiarito che la semplice presenza dei documenti nel fascicolo non basta a giustificare l'introduzione di un nuovo tema di indagine in secondo grado. Il Lavoratore perde definitivamente la causa e deve versare un ulteriore contributo unificato.
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Domanda nuova in appello: perde il terreno chi cambia richiesta
Un cittadino ha chiesto al Tribunale l'affrancazione di un terreno comunale, sostenendo di esserne il livellario. Il Tribunale ha rigettato la richiesta per mancanza di prove e per l'avvenuta espropriazione del fondo. In appello, il cittadino ha cambiato strategia chiedendo di essere dichiarato direttamente proprietario del terreno. La Corte d'Appello ha dichiarato inammissibile la richiesta poiché costituisce una domanda nuova in appello, vietata dalla legge. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, dichiarando il ricorso inammissibile. I giudici hanno ribadito che non è consentito modificare radicalmente la pretesa iniziale durante il secondo grado di giudizio, poiché ciò violerebbe il diritto di difesa della controparte. Il ricorrente ha perso definitivamente la causa ed è stato condannato al pagamento di un ulteriore contributo unificato.
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Domanda nuova in appello: risparmiatore perde con il promotore
Un risparmiatore cita in giudizio una compagnia assicurativa e un promotore finanziario chiedendo la restituzione delle somme investite in una polizza. In corso di causa, il risparmiatore raggiunge un accordo transattivo con la compagnia, incassando il valore della polizza e una somma aggiuntiva. Decide però di proseguire la causa contro il promotore finanziario, chiedendo in appello il risarcimento del danno quantificato in misura pari agli interessi e alla rivalutazione sull'intero capitale. La Corte d'Appello dichiara inammissibile la richiesta. La Corte di Cassazione conferma la decisione: modificare la richiesta originaria e indirizzare verso il promotore finanziario una pretesa risarcitoria precedentemente rivolta solo alla compagnia costituisce una inammissibile domanda nuova in appello, poiché altera i soggetti e l'oggetto della contestazione iniziale.
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Domanda nuova in appello: no al rimborso dopo la risoluzione
Un'impresa di costruzioni (L'Appaltatore) stipula un contratto di appalto con un ente pubblico (Il Committente) per la realizzazione di alcuni pozzi. A causa di gravi ritardi nell'esecuzione, il rapporto viene risolto. L'Appaltatore agisce in giudizio chiedendo la risoluzione per colpa del Committente e il rimborso delle spese di esproprio anticipate. Il Tribunale rigetta le richieste principali dell'Appaltatore. In appello, L'Appaltatore chiede la restituzione delle somme a titolo di effetto retroattivo della risoluzione. La Corte d'Appello dichiara inammissibile tale richiesta poiché costituisce una domanda nuova in appello. La Corte di Cassazione conferma questa decisione, stabilendo che la risoluzione del contratto, pur avendo effetto retroattivo, non consente al giudice di disporre restituzioni senza una specifica e tempestiva domanda formulata già nel primo grado di giudizio.
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Domanda nuova in appello: no al ricalcolo della retribuzione
Un dipendente pubblico ha chiesto il ricalcolo della Retribuzione Individuale di Anzianità (RIA). In primo grado ha calcolato le somme basandosi sui parametri del quarto livello. In appello, invece, ha richiesto per la prima volta i parametri del sesto livello. La Corte d'Appello ha dichiarato inammissibile la richiesta poiché costituiva una domanda nuova in appello, vietata dal codice di procedura civile. Inoltre, ha dichiarato prescritti i crediti anteriori ai cinque anni dalla messa in mora. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione, dichiarando il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che l'interpretazione della domanda spetta solo al giudice di merito e che la prescrizione decorre da quando il diritto può essere fatto valere, ossia da quando il lavoratore ha ricevuto le buste paga con importi inferiori. Il Lavoratore perde la causa.
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Domanda nuova in appello: il valore in denaro salva il socio
Due fratelli, soci paritari di due aziende, firmano una scrittura privata per dividersi i beni e cessare il rapporto societario. Sorge un conflitto sull'adempimento degli accordi. Il Socio A chiede il trasferimento di alcuni immobili, ma in appello, vista l'impossibilità del trasferimento diretto poiché i beni appartengono a una società terza, richiede il pagamento del loro controvalore in denaro. La Corte d'Appello dichiara inammissibile questa richiesta considerandola una domanda nuova in appello. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso del Socio A: chiedere l'equivalente in denaro invece del trasferimento del bene non costituisce una domanda nuova vietata, poiché riguarda la stessa vicenda sostanziale e tende alla stessa utilità finale. La sentenza viene cassata con rinvio.
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Domanda nuova in appello: eredi perdono il risarcimento
Gli eredi di un committente hanno impugnato la decisione della Corte d'Appello che aveva confermato la condanna al pagamento dei lavori e delle prestazioni professionali del direttore dei lavori. La Corte d'Appello aveva ritenuto inammissibile la loro richiesta di risarcimento di 150.000 euro per gravi vizi costruttivi, qualificandola come una vietata domanda nuova in appello. Gli eredi si sono rivolti alla Corte di Cassazione lamentando l'errata qualificazione della domanda. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno rilevato il difetto di specificità del ricorso, in violazione del principio di autosufficienza, poiché i ricorrenti non hanno trascritto i motivi dell'atto di appello. Di conseguenza, gli eredi perdono la causa e devono pagare le spese processuali.
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Impugnazione delibera condominiale: nuovi motivi in appello? No
Una società immobiliare promuove un'impugnazione di una delibera condominiale per la sostituzione di tubature, lamentando la mancata convocazione, la lesione della sua proprietà privata e l'errata ripartizione delle spese. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso, stabilendo un principio fondamentale: non è possibile introdurre per la prima volta in appello motivi di invalidità non sollevati nel primo giudizio. La Corte ha inoltre confermato che la società non aveva fornito prove della lesione alla sua proprietà, trattandosi di una mera sostituzione di tubi preesistenti. Vince quindi il Condominio, con condanna della società al pagamento delle spese legali.
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Occupazione senza titolo: traliccio sul terreno ma il giudice dà torto
Una società proprietaria di un terreno ha citato in giudizio un'emittente radiofonica per occupazione senza titolo, chiedendo la restituzione dell'area e il risarcimento. Sul terreno erano presenti un traliccio e un casotto per le trasmissioni. Tuttavia, la proprietaria non è riuscita a provare che quelle installazioni appartenessero all'emittente radiofonica, poiché le prove indicavano che fossero di un tecnico terzo. La Cassazione ha confermato la decisione, respingendo la richiesta. Ha inoltre dichiarato inammissibile un nuovo argomento introdotto in appello, secondo cui l'emittente occupava il terreno 'per mezzo' del tecnico. La proprietaria ha perso la causa perché non ha dimostrato chi fosse il reale responsabile dell'occupazione.
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Onere della contestazione specifica: azienda perde contro l’INPS
La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso di un'Azienda contro una richiesta di pagamento dell'Ente Previdenziale per contributi non versati. L'Azienda si era inizialmente opposta in modo generico, senza fornire calcoli alternativi o prove specifiche. Solo in appello aveva dettagliato le sue critiche. La Corte ha ribadito un principio fondamentale del rito del lavoro: l'onere della contestazione specifica. Chi si difende deve contestare subito e punto per punto i calcoli della controparte. Una critica tardiva e generica è inefficace e porta alla sconfitta. L'Azienda ha quindi perso la causa ed è stata condannata a pagare i contributi e le spese legali.
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Domanda nuova in appello: Fisco vince per errore del contribuente
Un contribuente, titolare di un centro scommesse, si è visto annullare in appello un avviso di accertamento perché la richiesta di documenti preliminare era stata notificata a un indirizzo incompleto. L'Amministrazione Finanziaria ha però fatto ricorso in Cassazione, sostenendo che il difetto di notifica fosse una **domanda nuova in appello**, non sollevata in primo grado. La Corte di Cassazione ha dato ragione al Fisco, affermando il principio che nuove contestazioni non possono essere introdotte nel secondo grado di giudizio. La sentenza d'appello è stata annullata e il processo dovrà essere celebrato nuovamente, senza poter considerare il vizio di notifica.
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