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Divieto Di Concorrenza

5 provvedimenti applicano questo termine

Definizione

L'obbligo di legge che vieta a un socio di svolgere attività economiche concorrenti con quelle della società di cui fa parte, per non danneggiarla.

Norme più ricorrenti in questi provvedimenti

Provvedimenti

Divieto di concorrenza dell’agente: risarcimento e no indennità
Un agente di commercio ha subito una condanna al risarcimento danni per oltre 96.000 euro a causa della violazione del divieto di concorrenza dell'agente. La società mandante ha infatti accertato che l'agente ha svolto attività concorrenziale a favore di un'altra ditta nel settore della telefonia. L'agente ha impugnato la decisione sostenendo che il contratto fosse limitato solo a una tipologia di prodotti e contestando la mancanza di giusta causa nel proprio recesso. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione di secondo grado: l'interpretazione del contratto spetta al giudice di merito e le prove raccolte hanno dimostrato la condotta illecita. Di conseguenza, la Suprema Corte ha negato all'agente sia l'indennità sostitutiva del preavviso sia l'indennità di fine rapporto ex art. 1751 c.c., condannandolo anche al pagamento delle spese di giudizio.
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Cede il B&B ma riapre nello stesso stabile: divieto concorrenza
Un imprenditore cede la gestione di un bed and breakfast a un acquirente ma, poco dopo la stipula, avvia un'analoga attività ricettiva all'interno dello stesso edificio. L'acquirente agisce in giudizio denunciando la violazione del divieto di concorrenza e chiedendo il risarcimento economico. La Corte d'Appello accerta la natura imprenditoriale del servizio e condanna il cedente al risarcimento del danno. La Corte di Cassazione dichiara il ricorso del venditore inammissibile: la qualificazione dell'attività come impresa era ormai definitiva e non contestabile. Il cedente perde la causa e deve pagare i danni e le spese legali.
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Divieto di concorrenza del socio: recesso valido ma sanzionabile
Un socio accomandatario, unico iscritto all'albo degli agenti assicurativi, ha comunicato il proprio recesso dalla società. Prima che il recesso diventasse efficace, ha disdetto il contratto di agenzia della società e ha trasferito l'intero portafoglio clienti a una nuova impresa familiare da lui creata. La Corte d'Appello aveva negato il risarcimento, ritenendo che il recesso avrebbe comunque fatto perdere i clienti alla società. La Cassazione ha invece accolto il ricorso della società e del socio superstite. La Corte ha stabilito che tale condotta viola il divieto di concorrenza del socio (art. 2301 c.c.). Il danno esiste ed è risarcibile, poiché la società avrebbe potuto cercare un altro socio qualificato durante il preavviso. La causa torna in appello per quantificare il danno tramite perizia tecnica.
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Esclusione del socio: concorrenza sleale e sanzioni processuali
La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità della esclusione del socio di una società di trasporti, accusato di aver violato il divieto di concorrenza e di non aver prestato la propria opera lavorativa come pattuito. Il socio uscente aveva impugnato la delibera assembleare sostenendo l'illegittimità del provvedimento e chiedendo, a sua volta, l'estromissione dell'altro socio amministratore. I giudici di merito hanno rigettato le sue istanze, rilevando prove documentali dell'attività concorrente svolta tramite un'altra impresa. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, sottolineando che il giudice non può sostituirsi alla volontà dei soci nelle decisioni gestionali. Inoltre, il ricorrente è stato condannato per responsabilità aggravata per aver insistito nel giudizio nonostante una proposta di definizione anticipata negativa, configurando un abuso del processo.
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Divieto di concorrenza e cessione di quote sociali
La Suprema Corte affronta il tema dell'estensione del divieto di concorrenza ex art. 2557 c.c. alla cessione di quote sociali. Nel caso di specie, gli acquirenti di una società di ristorazione lamentavano la violazione del divieto da parte dei venditori, che avevano aperto un nuovo locale nelle vicinanze. Sebbene la giurisprudenza ammetta l'applicazione analogica della norma quando la cessione di quote realizza una sostituzione sostanziale dell'imprenditore, la decisione finale dipende dall'accertamento dell'idoneità della nuova impresa a sviare la clientela. La Corte ha confermato che tale valutazione è un accertamento di fatto riservato ai giudici di merito, dichiarando inammissibile il ricorso poiché mirava a una revisione delle prove non consentita in sede di legittimità.
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