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Disegno Criminoso

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2109 provvedimenti applicano questo termine

Provvedimenti

Reato continuato: negato lo sconto se passano dodici anni
Il Condannato ha richiesto l'applicazione della disciplina del reato continuato per unificare le pene di due diverse condanne definitive. La prima condanna riguardava reati fiscali commessi tra il 1995 e il 2002, mentre la seconda riguardava reati di estorsione, usura e autoriciclaggio commessi tra il 2014 e il 2015. Il Giudice dell'esecuzione ha respinto la richiesta a causa dell'enorme distanza temporale e della diversa natura dei reati. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, dichiarando il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che un intervallo di tempo così lungo esclude l'esistenza di un unico disegno criminoso iniziale. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Reato continuato e alcol: lo stile di vita non è un piano
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino che chiedeva il riconoscimento del reato continuato per diverse condanne accumulate nel tempo, tra cui resistenza a pubblico ufficiale, violazione di domicilio e guida in stato di ebbrezza. Il ricorrente sosteneva che i reati fossero legati da un unico disegno criminoso causato dalla sua dipendenza dall'alcol. I giudici hanno invece confermato la decisione del Tribunale di Cassino: la forte distanza temporale e la diversità dei luoghi in cui sono avvenuti i fatti dimostrano uno stile di vita disordinato e non una pianificazione unitaria. L'alcoldipendenza, da sola, non basta a unificare reati così diversi. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Reato continuato: no allo sconto di pena per furti distanti nel tempo
Il Condannato ha richiesto al Giudice dell'esecuzione il riconoscimento del reato continuato per tre condanne definitive relative a furto, ricettazione e uso indebito di carte di credito, commessi tra il 2012 e il 2015. Il Tribunale ha respinto la richiesta evidenziando che i reati erano avvenuti in comuni e regioni differenti, a distanza di oltre un anno l'uno dall'altro, senza prove di un unico progetto iniziale. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del Condannato, confermando che la distanza temporale e geografica esclude l'unificazione delle pene in mancanza di elementi concreti forniti dalla difesa. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Continuazione dei reati: perché il tempo non basta
Il Condannato ha richiesto al giudice dell'esecuzione il riconoscimento della continuazione dei reati per diverse condanne subite per furto, ricettazione e rapina impropria. Il Tribunale ha respinto la richiesta, rilevando che la vicinanza temporale e l'omogeneità dei reati non dimostrano da sole un unico disegno criminoso. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del Condannato, confermando che la valutazione del giudice di merito era logica e coerente. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla cassa delle ammende.
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Reato continuato: no allo sconto di pena per gli omicidi di mafia
Il Condannato, esponente di un clan mafioso, ha chiesto l'applicazione della disciplina del reato continuato tra una condanna all'ergastolo per due omicidi e precedenti condanne per associazione mafiosa ed estorsione. La Corte d'assise d'appello ha respinto la richiesta, escludendo un unico disegno criminoso. La Corte di Cassazione ha confermato il rigetto, stabilendo che non esiste un automatismo tra il reato associativo e i singoli reati fine. I due omicidi, infatti, erano stati determinati da motivi contingenti ed estemporanei (il sospetto che una vittima avesse informazioni su una sparizione e il comportamento irrispettoso dell'altra), non programmabili fin dall'inizio dell'associazione. Il ricorso è stato quindi rigettato, con condanna al pagamento delle spese.
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Reato continuato: perché la stessa arma non unifica le condanne
Il Condannato ha chiesto l'applicazione del reato continuato per unificare le pene di due diverse condanne definitive: un sequestro di persona commesso a febbraio 2020 insieme ad altre otto persone, e la detenzione di un'arma e droga avvenuta quattro mesi dopo. Il ricorrente sosteneva che la pistola sequestrata a giugno fosse la stessa usata per il sequestro. La Corte di Cassazione ha rigettato la richiesta, dichiarando il ricorso inammissibile. I giudici hanno stabilito che l'uso della stessa arma non basta a dimostrare un unico disegno criminoso originario, data la distanza di tempo (quattro mesi) e le modalità del tutto differenti dei due reati. Di conseguenza, il Condannato perde il ricorso e deve pagare le spese processuali e tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Reato continuato: perché la somiglianza dei fatti non basta
Il Ricorrente ha richiesto l'applicazione della disciplina del reato continuato per due condanne relative alla violazione delle misure di prevenzione della sorveglianza speciale. Le condotte illecite, distanziate di quattro mesi, consistevano nella mancata firma quotidiana e in uno spostamento non autorizzato in un altro Comune. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando la decisione del giudice dell'esecuzione. La Suprema Corte ha chiarito che la semplice violazione della medesima norma non è sufficiente a dimostrare l'esistenza di un unico disegno criminoso. Mancando la prova di una pianificazione preventiva unitaria, i fatti devono essere considerati come decisioni autonome e successive. Il Ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Continuazione dei reati: no allo sconto per spacci differenti
Il Condannato ha richiesto l'applicazione della continuazione dei reati per due diverse condanne legate allo spaccio di sostanze stupefacenti, sostenendo che fossero parte di un unico piano. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che la vicinanza temporale non basta a dimostrare il medesimo disegno criminoso. Nel primo caso, il soggetto trasportava eroina a Mazara del Vallo con un complice; nel secondo, vendeva hashish e marijuana a Palermo insieme al fratello minorenne. Trattandosi di droghe diverse, complici differenti e contesti territoriali distanti, le condotte rivelano una scelta di vita delinquenziale e non un unico progetto iniziale. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Reato continuato: no allo sconto di pena per furti occasionali
Il Condannato ha proposto ricorso in Cassazione contro il rifiuto del Tribunale di applicare il reato continuato per unificare le pene di due diverse condanne per furto. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che per configurare il reato continuato non basta la generica finalità di lucro. Nel caso specifico, i furti sono stati commessi a distanza di oltre un anno e in province diverse (Vicenza e Verona). Inoltre, le modalità d'azione erano rudimentali ed estemporanee, escludendo una pianificazione preventiva (medesimo disegno criminoso). Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Reato continuato: l’arresto interrompe il disegno criminoso
Il Condannato ha richiesto l'applicazione della disciplina del reato continuato per unificare cinque diverse condanne per spaccio di stupefacenti. La Corte di Appello ha accolto la richiesta solo per le ultime due sentenze, escludendo le prime tre a causa di ampi intervalli temporali (circa cinque anni complessivi) e di precedenti arresti in flagranza con conseguente carcerazione. Il Condannato ha proposto ricorso in Cassazione. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando che la carcerazione interrompe normalmente l'unicità del disegno criminoso e che la distanza temporale rende inverosimile una programmazione unitaria iniziale. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Reato continuato: negato il cumulo tra furti e soggiorno
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un soggetto che chiedeva l'applicazione della disciplina del reato continuato tra due condanne definitive. La prima condanna riguardava il reato di associazione per delinquere finalizzata ai furti in gioielleria, mentre la seconda riguardava la violazione dell'obbligo di soggiorno. I giudici hanno evidenziato che i reati presentano una natura giuridica differente e sono stati commessi a distanza di ben tre anni l'uno dall'altro. Mancando la prova di un unico e preventivo disegno criminoso che collegasse le due condotte, la richiesta di unificazione delle pene è stata respinta. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Reato continuato: sei anni di distanza negano lo sconto
Il Condannato ha chiesto al giudice dell'esecuzione la riduzione della pena e il riconoscimento del vincolo del reato continuato tra una truffa del 2012 e otto truffe del 2018. La Corte di appello ha rigettato l'istanza, evidenziando che il passaggio in giudicato della sentenza impediva la rideterminazione della pena e che il divario temporale di sei anni escludeva un disegno criminoso unitario. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, rigettando il ricorso. La Suprema Corte ha chiarito che l'intangibilità del giudicato cede solo di fronte a una pena illegale. Inoltre, per applicare il reato continuato, non bastano l'omogeneità dei reati o le stesse modalità esecutive, ma serve la prova di un programma iniziale unitario, escluso in questo caso dal lungo tempo trascorso tra i fatti.
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Reato continuato: la povertà non basta a unire le condanne
Il Tribunale di Santa Maria Capua Vetere ha respinto la richiesta di un venditore ambulante volta a ottenere il riconoscimento del reato continuato per tre condanne definitive per ricettazione commesse nel 2010. Il condannato sosteneva che i reati fossero legati da un unico disegno criminoso, dettato da difficoltà economiche e vicinanza temporale. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando che la vicinanza nel tempo e l'identità del movente economico non bastano a dimostrare una pianificazione preventiva unitaria. Grava infatti sul condannato l'onere di allegare elementi specifici e concreti che dimostrino una reale programmazione iniziale dei reati, e non una semplice scelta di vita delinquenziale o una risposta a bisogni contingenti. Di conseguenza, il ricorso è stato rigettato con condanna alle spese.
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Continuazione tra reati: negato lo sconto di pena al latitante
Il Ricorrente ha richiesto il riconoscimento della continuazione tra reati per unificare la pena relativa a estorsioni e associazione mafiosa (iniziate nel 2012) con quella per il possesso di documenti falsi (avvenuto nel 2018 durante la sua latitanza). La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che non può esistere un unico disegno criminoso tra la partecipazione iniziale all'associazione e un reato commesso anni dopo per sottrarsi alla cattura. Al momento della nascita del sodalizio, infatti, il soggetto non poteva prevedere la futura latitanza. Di conseguenza, la richiesta di continuazione tra reati è stata respinta, confermando la separazione delle pene e condannando il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Lavoro di pubblica utilità sostitutivo: quando scatta il no
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per spaccio di lieve entità. L'imputato lamentava il mancato riconoscimento del lavoro di pubblica utilità sostitutivo e della continuazione con un precedente reato. I giudici hanno confermato il diniego della pena sostitutiva a causa della gravità dei fatti, dei precedenti penali e di un arresto in flagranza avvenuto durante il processo. Inoltre, la Cassazione ha escluso il vincolo della continuazione tra la coltivazione di marijuana del 2017 e la detenzione di stupefacenti del 2018, evidenziando la distanza temporale di un anno e mezzo e l'assenza di un unico disegno criminoso. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Reato continuato: no allo sconto se i delitti sono distanti
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso de Il Condannato contro la decisione del Giudice dell'esecuzione che aveva negato l'applicazione della disciplina del reato continuato per reati commessi a distanza di oltre venti anni. La Suprema Corte ha chiarito che spetta al condannato l'onere di dimostrare l'esistenza di un unico disegno criminoso programmato fin dall'inizio. Nel caso specifico, l'enorme distanza temporale tra i reati (tra cui un tentato omicidio del 1996 e un'associazione mafiosa recente), la diversa natura dei reati e i lunghi periodi di detenzione escludono una programmazione unitaria. Di conseguenza, il ricorso è stato rigettato con condanna al pagamento delle spese e della sanzione pecuniaria.
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Reato continuato: il Covid spezza il disegno criminoso
Il giudice dell'esecuzione ha parzialmente respinto la richiesta di applicazione della disciplina del reato continuato avanzata da un condannato per tre reati di spaccio. Mentre i primi due episodi, commessi a distanza di cinque mesi, sono stati unificati, il terzo reato, compiuto dopo oltre sette mesi e durante il lockdown per la pandemia da Covid-19, è stato escluso. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del condannato, confermando che la semplice inclinazione a delinquere o uno stile di vita criminale non equivalgono all'unicità del disegno criminoso. Inoltre, le restrizioni del periodo pandemico hanno rappresentato un fattore di interruzione oggettiva della programmazione criminosa originaria. Di conseguenza, il ricorrente perde il ricorso ed è condannato al pagamento delle spese processuali.
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Reato continuato: no allo sconto se la polizia interrompe la lite
Il Tribunale di Termini Imerese ha respinto la richiesta di applicazione della disciplina del reato continuato in fase esecutiva per due condanne inflitte a una donna. I reati riguardavano una minaccia aggravata con coltello contro il fratello e la successiva resistenza a un pubblico ufficiale intervenuto per sedare la lite. La Cassazione ha rigettato il ricorso della condannata, confermando che non può esservi reato continuato senza la prova di un unico disegno criminoso preventivo. La resistenza alle forze dell'ordine, nata dall'improvviso intervento della polizia, rappresenta una reazione estemporanea e non programmata. La semplice tendenza a delinquere o la contiguità temporale dei fatti non bastano a dimostrare una pianificazione unitaria. La ricorrente è stata condannata al pagamento delle spese processuali.
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Reato continuato: la Cassazione smentisce il rifiuto in blocco
Il Condannato ha richiesto il riconoscimento del reato continuato in fase esecutiva per diversi gruppi di reati commessi tra il 1991 e il 2021. La Corte d'appello ha respinto la richiesta ritenendo l'elevato numero di reati indice di una scelta di vita criminale complessiva. La Cassazione ha accolto il ricorso del Condannato, annullando la decisione con rinvio. I giudici di legittimità hanno chiarito che il giudice dell'esecuzione non può limitarsi a valutare l'intero arco temporale complessivo, ma deve verificare l'esistenza del disegno criminoso per singoli gruppi di reati cronologicamente vicini. Inoltre, la Corte d'appello ha omesso di considerare che per alcuni di questi reati era già stato precedentemente riconosciuto il vincolo della continuazione da un altro giudice.
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Continuazione in sede esecutiva: tra omicidi e piano mafioso
Il Condannato ha richiesto il riconoscimento della continuazione in sede esecutiva tra una condanna per associazione mafiosa e una per due omicidi commessi nel 2003. Il giudice dell'esecuzione ha rigettato la richiesta, ritenendo che i delitti fossero occasionali e non programmati fin dall'inizio. La Corte di Cassazione ha annullato questo provvedimento. I giudici di legittimità hanno stabilito che il magistrato non ha valutato correttamente gli indici della continuazione, come il ruolo di vertice del ricorrente e la vicinanza temporale dei fatti. La Cassazione ha quindi ordinato un nuovo esame del caso, imponendo una motivazione approfondita sul legame tra l'associazione e i singoli reati.
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