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Dimissioni Per Giusta Causa

20 provvedimenti applicano questo termine

Definizione

L'interruzione del rapporto di lavoro da parte del dipendente, motivata da un comportamento talmente grave del datore di lavoro da non consentire la prosecuzione del rapporto neanche per un giorno.

Norme più ricorrenti in questi provvedimenti

Provvedimenti

Dimissioni per Giusta Causa: Retribuzione Non Pagata, Ma Nessun Recesso Immediato
Un Dirigente si è dimesso dopo anni di retribuzioni inferiori al dovuto, chiedendo un decreto ingiuntivo per le differenze e l'indennità sostitutiva del preavviso. L'Azienda si è opposta. I giudici di merito hanno riconosciuto solo una parte delle differenze retributive, escludendo però le "dimissioni per giusta causa" perché l'inadempimento, pur protratto, non era stato così grave da impedire la prosecuzione del rapporto. La Corte di Cassazione ha confermato queste decisioni, rigettando sia il ricorso del Dirigente che quello incidentale dell'Azienda, ribadendo che l'onere di dimostrare la gravità dell'inadempimento spetta al lavoratore.
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Demansionamento accertato e dimissioni per giusta causa negate
Un dipendente sottoscriveva un patto di dequalificazione con la propria azienda, venendo poi assegnato a compiti non corrispondenti a quanto stabilito. Il Tribunale e la Corte d'Appello dichiaravano nullo l'accordo, riconoscendo al dipendente oltre quarantamila euro di differenze retributive non percepite. Tuttavia, i giudici respingevano la domanda per il riconoscimento delle dimissioni per giusta causa con la conseguente indennità di preavviso. La prolungata permanenza nelle mansioni inferiori per svariati mesi dimostrava l'assenza di un'intollerabilità tale da impedire la temporanea prosecuzione del rapporto. La Corte di Cassazione ha confermato integralmente questa statuizione. I giudici di legittimità hanno ribadito che valutare l'idoneità del demansionamento a giustificare il recesso immediato costituisce un accertamento di fatto riservato esclusivamente ai giudici territoriali.
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Dimissioni per giusta causa: l’Azienda non paga e perde in Cassazione
Un Lavoratore ha rassegnato le dimissioni per giusta causa a causa del mancato pagamento delle retribuzioni da parte dell'Azienda. I giudici di primo e secondo grado hanno riconosciuto la validità delle dimissioni per giusta causa e hanno condannato l'Azienda a pagare le somme dovute. L'Azienda ha presentato ricorso in Cassazione, sostenendo di aver adempiuto e che l'onere della prova fosse stato mal interpretato. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso dell'Azienda, confermando che l'Azienda non ha dimostrato di aver pagato il Lavoratore. La sentenza ha ribadito che spetta al datore di lavoro provare l'avvenuto pagamento delle retribuzioni.
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Dimissioni per giusta causa: l’attesa non cancella l’indennità
Un lavoratore ha rassegnato le dimissioni per giusta causa a causa del mancato pagamento regolare degli stipendi da parte dell'azienda, successivamente fallita. Il Tribunale ha respinto la richiesta di ammissione al passivo per l'indennità di preavviso, ritenendo le dimissioni tardive rispetto al primo mese di ritardo nei pagamenti. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso del lavoratore, stabilendo che la valutazione dell'immediatezza delle dimissioni deve essere flessibile. Il dipendente ha il diritto di attendere un tempo ragionevole per verificare se la crisi aziendale sia temporanea, senza perdere il diritto all'indennità. La Suprema Corte ha cassato il decreto e ha rinviato la causa al Tribunale.
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Dimissioni per giusta causa: conta la paga reale, non teorica
Un dirigente rassegna le dimissioni per giusta causa a causa del mancato pagamento di stipendi e contributi da parte dell'azienda, successivamente fallita. Il lavoratore chiede l'ammissione al passivo fallimentare delle indennità di preavviso e supplementare, pretendendo che siano calcolate sulla retribuzione teorica originaria di 260.000 euro anziché su quella ridotta di 150.000 euro, accettata in un precedente accordo novativo. Il Tribunale calcola le indennità sulla retribuzione effettiva di 150.000 euro ed esclude il demansionamento. La Corte di Cassazione rigetta il ricorso del lavoratore: l'interpretazione dei contratti spetta ai giudici di merito. Il lavoratore perde la causa e le indennità restano calcolate sulla retribuzione inferiore.
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Dimissioni e preavviso non pagato: la NASpI copre il vuoto?
Una lavoratrice si dimette per giusta causa ma l'azienda le paga solo una parte dell'indennità di preavviso. La questione legale è se l'indennità di disoccupazione debba coprire il periodo di preavviso non pagato. La Corte di Cassazione, riconoscendo che non esistono precedenti su questo specifico punto, ha ritenuto la questione di grande importanza. Per questo motivo, ha rinviato la decisione finale a un'udienza pubblica per un esame più approfondito. Il caso è cruciale per definire il rapporto tra NASpI e periodo di preavviso non retribuito.
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Dimissioni per giusta causa: se tardive, il lavoratore paga
Un dipendente di banca si dimetteva oltre sei mesi dopo aver subito un trasferimento e un demansionamento illegittimi, invocando le dimissioni per giusta causa per non rispettare un lungo periodo di preavviso pattuito nel contratto. La Corte di Cassazione ha stabilito che, nonostante l'illegittimità del comportamento dell'azienda, il notevole ritardo nella reazione del lavoratore viola il principio di immediatezza. Questo principio è un requisito fondamentale per le dimissioni per giusta causa. Di conseguenza, il recesso è stato considerato valido ma non supportato da giusta causa, obbligando il lavoratore a pagare all'azienda l'indennità per il mancato preavviso.
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Dimissioni per giusta causa: l’accordo che ferma la Cassazione
Un lavoratore, a seguito di demansionamento, ha presentato dimissioni per giusta causa, ottenendo in Appello il diritto al risarcimento del danno e all'indennità di preavviso. L'Azienda ha impugnato la decisione in Cassazione. Tuttavia, durante il giudizio, le parti hanno raggiunto un accordo transattivo in sede sindacale. La Corte di Cassazione, prendendo atto dell'accordo, non ha deciso nel merito della questione ma ha dichiarato la cessazione della materia del contendere, chiudendo definitivamente la controversia legale e stabilendo che ogni parte pagasse le proprie spese legali.
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Trasferimento a Catania: niente NASpI senza colpa dell’azienda
Un lavoratore si dimette a seguito di un trasferimento da Genova a Catania e chiede l'indennità di disoccupazione. La Corte di Cassazione interviene sul tema delle dimissioni per giusta causa e NASpI, stabilendo un principio fondamentale. La sola distanza geografica del trasferimento non è sufficiente per giustificare le dimissioni e ottenere la NASpI. È necessario dimostrare che il trasferimento era illegittimo, ovvero che l'azienda non aveva comprovate ragioni tecniche, organizzative o produttive per disporlo. Senza la prova di un grave inadempimento del datore di lavoro, la disoccupazione non può essere considerata 'involontaria'. La Corte ha quindi annullato la decisione precedente che concedeva l'indennità, rinviando il caso per una nuova valutazione.
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NASpI per giusta causa: non basta la diffida, la Cassazione vuole la prova
Una lavoratrice si dimette per un grave comportamento del datore di lavoro e chiede l'indennità di disoccupazione. La Corte di Cassazione interviene sul tema della NASpI per dimissioni per giusta causa, stabilendo un principio fondamentale. Non è sufficiente dimostrare la semplice volontà di agire legalmente contro l'ex datore di lavoro, come suggerito da una circolare dell'Ente Previdenziale. Il lavoratore ha l'onere di provare in tribunale i fatti specifici che costituiscono la giusta causa delle dimissioni. La legge sull'onere della prova prevale su qualsiasi disposizione amministrativa interna. Di conseguenza, il diritto alla NASpI non è automatico ma deve essere supportato da prove concrete.
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Dimissioni per giusta causa e contributi INPS
La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità delle dimissioni per giusta causa presentate da un lavoratore a causa del mancato versamento dei contributi previdenziali per 16 mesi. Nonostante la tutela del principio di automaticità delle prestazioni, l'omissione contributiva protratta lede il nesso fiduciario tra le parti, rendendo intollerabile la prosecuzione del rapporto.
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Dimissioni per giusta causa: la Cassazione decide
Una lavoratrice si dimette invocando le dimissioni per giusta causa. Il Tribunale le riconosce il diritto all'indennità, ma la Corte d'Appello ribalta la decisione. La Corte di Cassazione interviene, dichiarando inammissibile il ricorso della lavoratrice per un errore formale nella sua presentazione e, al contempo, facendo chiarezza sui principi che regolano la compensazione delle spese legali quando una sentenza viene parzialmente modificata in appello.
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Dimissioni per giusta causa: la prova del nesso causale
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 30310/2024, ha dichiarato inammissibile il ricorso di un lavoratore che chiedeva il riconoscimento della NASpI a seguito di dimissioni per giusta causa, motivate dall'omesso versamento dei contributi da parte del datore di lavoro. La Corte ha stabilito che, per la validità delle dimissioni per giusta causa, non è sufficiente l'inadempimento datoriale, ma è necessario che il lavoratore dimostri il nesso di causalità e immediatezza tra la conoscenza dell'inadempimento e la sua decisione di recedere dal rapporto.
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Dimissioni per giusta causa: reazione tardiva nega la NASpI
Una lavoratrice si dimette per presunto mobbing e illecite trattenute in busta paga, chiedendo la NASpI. La Corte d'Appello ha negato l'indennità, stabilendo che la mancata e tempestiva contestazione dei comportamenti del datore di lavoro esclude le dimissioni per giusta causa, rendendo il recesso un atto volontario non indennizzabile.
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Dimissioni per giusta causa: Sospensione illegittima
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 18263/2024, ha stabilito che la condotta del datore di lavoro che impedisce al dipendente dimissionario di svolgere la propria attività durante il periodo di preavviso costituisce un inadempimento grave. Tale comportamento, che svuota di contenuto la prestazione lavorativa, giustifica le dimissioni per giusta causa del lavoratore, a prescindere dalla breve durata della sospensione e dalla continuazione del pagamento della retribuzione.
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Dimissioni per giusta causa: quando spetta la NASpI?
La Corte di Cassazione ha stabilito che le dimissioni a seguito di un trasferimento ad altra sede non garantiscono automaticamente il diritto all'indennità di disoccupazione (NASpI). Se il giudice di merito accerta l'assenza di una vera e propria 'giusta causa', il lavoratore non ha diritto al sussidio, anche se le circolari amministrative prevedono diversamente. La valutazione del giudice sui fatti concreti prevale su ogni previsione generale. Il caso in esame riguarda le dimissioni per giusta causa di un lavoratore a seguito di un trasferimento.
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Dimissioni per giusta causa e Naspi: il caso amianto
Un lavoratore si dimette invocando le dimissioni per giusta causa a causa di stipendi non pagati e della presenza di amianto sul luogo di lavoro. L'INPS nega la Naspi. La Cassazione conferma la decisione, sottolineando che la rassegnazione delle dimissioni quasi due anni dopo la scoperta del rischio amianto fa venir meno il requisito dell'immediatezza, essenziale per la giusta causa e quindi per l'accesso all'indennità di disoccupazione.
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Dimissioni per giusta causa: quando il ritardo è grave?
Un lavoratore si è dimesso per giusta causa a causa di ritardi nel pagamento di alcune voci retributive. La Corte di Cassazione ha confermato le decisioni dei giudici di merito, negando la sussistenza delle dimissioni per giusta causa. La Corte ha ritenuto decisivo il fatto che il lavoratore avesse atteso oltre quattro mesi dal saldo delle somme per rassegnare le dimissioni, dimostrando così che l'inadempimento non era talmente grave da impedire la prosecuzione del rapporto e rendendo il recesso pretestuoso.
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Dimissioni per giusta causa: stipendi non pagati
Lavoratori presentano dimissioni per giusta causa a seguito di ripetuti ritardi nel pagamento degli stipendi. L'ente datore di lavoro, un'associazione non lucrativa, si difendeva attribuendo la colpa a mancati pagamenti da parte dei suoi committenti. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'ente, confermando le decisioni dei giudici di merito. È stato ribadito che il ritardato pagamento delle retribuzioni giustifica le dimissioni e il diritto all'indennità di preavviso, essendo irrilevanti le difficoltà finanziarie del datore.
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Dimissioni per giusta causa: la parola alla Cassazione
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di una lavoratrice che si era dimessa per giusta causa a seguito di una contestazione disciplinare da parte della sua banca. La Corte ha ribadito che la valutazione della giusta causa è un accertamento di fatto riservato ai giudici di merito e che una mera incolpazione disciplinare, se non lesiva della dignità, non è sufficiente a giustificare il recesso. Il ricorso è stato respinto anche per vizi procedurali, come la commistione di diversi motivi di impugnazione.
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