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Diffamazione Sui Social Network

10 provvedimenti applicano questo termine

Norme più ricorrenti in questi provvedimenti

Provvedimenti

Diffamazione sui Social Network: Post Offensivi Confermato il Risarcimento
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi presentati da due individui condannati in appello per diffamazione sui social network. I due avevano pubblicato post offensivi su Facebook contro una donna e il suo coniuge. Il Tribunale li aveva assolti penalmente, ma la Corte d'Appello li aveva condannati al risarcimento dei danni civili. La Cassazione ha confermato la condanna civile, ritenendo che le prove della diffamazione sui social network fossero sufficienti e che l'omessa denuncia di un eventuale 'furto di identità' del profilo fosse un valido indizio di colpevolezza. I ricorrenti dovranno pagare le spese processuali e risarcire la parte civile.
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Diffamazione sui social network tra screenshot e hackeraggio
Alcuni organizzatori di corsi denunciano un partecipante per diffamazione sui social network, allegando gli screenshot di messaggi denigratori pubblicati all'interno di un gruppo online. La Corte di Appello assolve l'imputato ritenendo non dimostrata la visibilità dei post e valorizzando la tesi difensiva di un presunto furto d'identità. Le persone offese impugnano la sentenza in Cassazione per ottenere il risarcimento del danno. I Giudici di legittimità giudicano ammissibile il ricorso e rilevano la palese illogicità della motivazione assolutoria. Il tribunale territoriale ha infatti svalutato le prove documentali e ignorato la tardività della denuncia di hackeraggio. La decisione penale viene superata e il procedimento prosegue dinanzi alla Sezione Civile.
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Diffamazione sui social network tra notizia falsa e critica
Un cittadino ha condiviso su un gruppo Facebook un articolo di giornale online riguardante la presunta riconferma lavorativa di un ex sindaco locale, commentando il link con la semplice espressione «Senza parole». La notizia riportata dal quotidiano si è poi rivelata errata. L'ex amministratore ha sporto querela per diffamazione, lamentando anche la mancata rimozione tempestiva del post. La Corte di Cassazione ha confermato l'assoluzione dell'imputato, stabilendo che la condivisione di una notizia giornalistica verosimile unita a un commento generico rientra nel legittimo diritto di critica e non configura il delitto di diffamazione sui social network. Il lettore comune non ha il dovere professionale di verificare le fonti della stampa, né un'espressione sobria può trasformarsi in un attacco personale o ingiurioso.
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Diffamazione sui social network: critica o finta veridicità?
Una utente del web ha pubblicato diversi messaggi su una nota piattaforma social accusando una giornalista e attivista, insignita di onorificenza presidenziale, di sostenere fazioni terroristiche armate autrici di crimini di guerra. L'autrice dei post ha invocato l'esercizio del diritto di critica e la convinzione in buona fede della veridicità delle accuse. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna al risarcimento dei danni per diffamazione sui social network. I giudici hanno stabilito che le opinioni espresse non poggiavano su una base fattuale verificata, traducendosi in una denigrazione gratuita e lesiva dell'onore della persona offesa.
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Diffamazione sui social network: postare diffide costa caro
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di diffamazione sui social network a carico di un'imputata. La donna aveva pubblicato sul proprio profilo Facebook lo stralcio di una lettera di messa in mora ricevuta dalla parte offesa, aggiungendo commenti denigratori volti a esporre la vittima al pubblico ludibrio. La Suprema Corte ha respinto la tesi difensiva della provocazione. I giudici hanno chiarito che una formale richiesta di adempimento non costituisce un fatto ingiusto e che la reazione online era avvenuta a distanza di tempo, escludendo qualsiasi immediatezza. Dichiarato inammissibile il ricorso anche sulla prescrizione, l'imputata deve risarcire le spese processuali e la parte civile.
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Diffamazione sui social network: la Cassazione condanna l’insulto
Un utente ha pubblicato su Facebook il commento "che carogne" contro la Polizia Locale, colpevole di aver multato una cittadina durante la pandemia. Il Giudice per le indagini preliminari ha disposto l'archiviazione per particolare tenuità del fatto. L'indagato ha proposto ricorso sostenendo che si trattasse di legittimo diritto di critica e contestando la validità della querela. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno stabilito che l'espressione supera i limiti della continenza, configurando una vera e propria diffamazione sui social network. L'offesa gratuita alla dignità degli agenti esclude la scriminante della critica. L'indagato è stato condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Diffamazione sui social network: l’insulto non è critica
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di diffamazione a carico di un utente che aveva pubblicato su Facebook insulti gravi contro un noto medico. L'imputato sosteneva di aver agito per provocazione, reagendo a un post in cui il medico esprimeva soddisfazione per la radiazione di un collega contrario ai vaccini. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, stabilendo che la soddisfazione per un provvedimento disciplinare legittimo non costituisce un fatto ingiusto. Di conseguenza, non si applica la causa di non punibilità della provocazione. Inoltre, l'uso di espressioni volgari e attacchi personali supera ampiamente il limite della continenza, configurando pienamente il reato di diffamazione sui social network. L'imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali.
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Diffamazione sui social network: condanna confermata
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di diffamazione aggravata a carico di un utente che aveva pubblicato post offensivi su una nota piattaforma online. La difesa sosteneva la tardività della querela per l'incertezza sulla data di pubblicazione dei post e giustificava l'uso del termine "mafioso" basandosi su una condanna di primo grado della vittima. I giudici hanno respinto il ricorso, stabilendo che il termine per sporgere querela decorre dal momento in cui la vittima ha conoscenza certa del fatto offensivo, non dalla data di pubblicazione. Inoltre, l'uso di epiteti infamanti e l'accusa di spaccio non sono giustificati da precedenti giudiziari non definitivi. La sentenza conferma che la diffamazione sui social network è punibile e che la tutela della reputazione prevale sulle accuse infondate o premature.
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Diffamazione sui social network: la critica non scusa l’insulto
Una cittadina ha pubblicato su Facebook commenti offensivi, definendo "coglionazzi" e "quattro stronzi" alcuni intervistati in un servizio televisivo locale. La Corte d'Appello l'aveva assolta ritenendo le espressioni espressione del diritto di critica. La Cassazione ha invece accolto il ricorso delle persone offese, stabilendo che l'uso di termini marcatamente dispregiativi supera il limite della continenza e configura il reato di diffamazione sui social network. Inoltre, l'assenza dei nomi non esclude il reato se i soggetti sono identificabili tramite foto. La sentenza è stata annullata con rinvio al giudice civile.
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Diffamazione sui social network: reato estinto ma il danno resta
Un condomino, gestore di un bar rumoroso, offende ripetutamente la vicina di casa sulla propria pagina Facebook privata. La vittima produce in giudizio le fotocopie degli screenshot dei post offensivi. La Corte di Cassazione dichiara prescritto il reato di diffamazione sui social network agli effetti penali, ma conferma la condanna del gestore al risarcimento dei danni civili e al pagamento delle spese legali. I giudici stabiliscono che le fotocopie degli screenshot costituiscono prove documentali valide e utilizzabili, anche senza una perizia informatica, se supportate da indizi precisi e concordanti come il movente, il contesto di forte litigiosità e la coincidenza temporale tra le denunce della vittima e la pubblicazione dei post offensivi.
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