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Detrazione Iva

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329 provvedimenti applicano questo termine

Provvedimenti

Operazioni soggettivamente inesistenti: tra fisco e lavori reali
L'Agenzia delle Entrate ha contestato a una società di costruzioni la detrazione di costi e IVA per presunte operazioni soggettivamente inesistenti, ritenendo la ditta fornitrice una società cartiera. Dopo un primo rinvio della Cassazione, che imponeva di valutare le prove sull'effettiva esecuzione dei lavori, il giudice del rinvio ha riconosciuto la detraibilità dei costi basandosi solo sulle norme del 2012, omettendo però di esaminare i documenti probatori prodotti dalla contribuente. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso della società, evidenziando che il giudice di merito ha violato l'obbligo di conformarsi al precedente dictum. Di conseguenza, la Suprema Corte ha cassato la sentenza e ha rinviato la causa alla Corte di giustizia tributaria di secondo grado del Lazio per un nuovo e completo esame delle prove.
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Avviso di accertamento: il fisco non può cambiare le carte
L'Amministrazione Finanziaria ha emesso un avviso di accertamento contro uno Studio Legale, contestando la detrazione IVA su una fattura per la cessione di un contratto, ritenuta priva di reale motivazione economica. La Commissione Tributaria Regionale ha dato ragione al fisco, ma basandosi su un motivo diverso: ha ritenuto che il contratto fosse stato modificato e non semplicemente ceduto. Lo Studio Legale ha fatto ricorso in Cassazione. La Suprema Corte ha accolto il ricorso, stabilendo che il giudice tributario non può decidere la causa basandosi su motivazioni diverse da quelle indicate nell'avviso di accertamento originario. La sentenza è stata quindi cassata con rinvio per un nuovo giudizio.
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Indebita detrazione IVA: sanzioni anche senza uso del credito
Un Ente Religioso ha impugnato un avviso di accertamento con cui l'Agenzia delle Entrate contestava l'indebita detrazione IVA per acquisti relativi ad attività fuori campo IVA. Il contribuente sosteneva di non dover subire sanzioni poiché il credito, sebbene esposto in dichiarazione, non era stato concretamente utilizzato. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che il diritto alla detrazione si esercita con la sola indicazione del credito in dichiarazione. Di conseguenza, l'esposizione di un credito inesistente o non spettante fa scattare le sanzioni tributarie, a prescindere dal suo effettivo utilizzo o da una successiva rinuncia parziale.
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Accertamento induttivo: l’omessa dichiarazione cancella l’IVA
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di una società che non aveva presentato le dichiarazioni fiscali né istituito i registri contabili obbligatori. L'Amministrazione Finanziaria ha quindi legittimamente applicato l'accertamento induttivo per ricostruire l'IVA e l'IRAP dovute. I giudici hanno chiarito che l'omessa dichiarazione annuale impedisce la detrazione dell'IVA sugli acquisti, anche se le fatture sono presenti o registrate in contabilità interna. Inoltre, la determinazione forfettaria del reddito imponibile (pari al 10% dei ricavi) operata dal fisco tiene già conto in modo indiretto dei costi sostenuti dall'impresa. La società perde la causa e deve pagare le spese processuali.
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Detrazione IVA: tra sdoganamento tardivo e acquisti sottocosto
La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'Amministrazione Finanziaria contro una società siderurgica, confermando la legittimità del recupero d'imposta. Il caso riguarda la negata detrazione IVA su due fronti. Nel primo caso, relativo a operazioni soggettivamente inesistenti con una società cartiera, i giudici hanno stabilito che gli indizi di frode (come i prezzi sottocosto) vanno valutati globalmente e non in modo isolato. Nel secondo caso, la Corte ha confermato che la detrazione IVA sulle merci importate sorge solo al momento dell'effettivo sdoganamento e non prima, anche se i beni si trovano già fisicamente in Italia. La sentenza chiarisce la ripartizione dell'onere della prova nelle frodi carosello e i limiti temporali per detrarre l'imposta sulle importazioni.
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Rimborso IVA negato: la Cassazione punisce il ritardo della società
Una società di costruzioni ha richiesto il rimborso IVA per un credito derivante da lavori di appalto ultimati nel 2007. Le fatture erano state emesse nel 2007, ma pagate e registrate solo nel 2011 a seguito di una transazione. La società ha inserito il credito nella dichiarazione del 2011 senza detrarlo, presentando istanza di rimborso solo a fine 2013. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della società. I giudici hanno chiarito che il diritto alla detrazione sorge al momento dell'emissione della fattura e scade entro il secondo anno successivo. Una volta perso tale diritto, il rimborso IVA straordinario deve essere richiesto tassativamente entro due anni dal pagamento. Essendo l'ultimo pagamento avvenuto ad aprile 2011, la richiesta di fine 2013 è tardiva.
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Operazioni oggettivamente inesistenti: IVA persa ma sanzione ridotta
L'Amministrazione Finanziaria ha contestato a una società la detrazione dell'IVA su fatture per acquisti di energia elettrica, ritenendo che si trattasse di operazioni oggettivamente inesistenti. Le indagini avevano rivelato un giro di vendite circolari a saldo zero tra società collegate, prive di reale struttura e finalizzate solo a ottenere finanziamenti bancari. La Corte di Cassazione ha confermato l'indetraibilità dell'IVA, poiché le compravendite erano puramente cartolari e prive di reale passaggio di energia. Tuttavia, i giudici hanno accolto il ricorso della società sulle sanzioni: applicare una sanzione pari al 100% dell'imposta detratta è sproporzionata se non vi è stato un effettivo danno per l'Erario, dato che l'IVA era stata comunque versata a valle. La causa è stata rinviata per ricalcolare la sanzione.
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Omessa dichiarazione IVA: fatture nascoste non salvano dal carcere
L'Amministratrice di una società è stata condannata per il reato di omessa dichiarazione IVA relativo all'anno d'imposta 2012, avendo evaso oltre 61.000 euro. La difesa sosteneva che il superamento della soglia di punibilità penale fosse escluso calcolando l'IVA detraibile da alcune fatture passive pagate ma mai registrate. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che, in caso di omessa dichiarazione IVA, non è possibile portare in detrazione imposte relative a fatture non registrate in contabilità, prive di sottoscrizione o timbro e per le quali manca la prova dell'effettivo pagamento. Inoltre, la Corte ha confermato il diniego delle attenuanti generiche, non bastando la semplice incensuratezza e in presenza di precedenti penali per reati di frode. L'imputata perde la causa e deve pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Inerenza dei costi: fatture regolari ma generiche non deducibili
L'Amministrazione Finanziaria ha emesso un avviso di accertamento nei confronti di una società di postproduzione cinematografica, recuperando a tassazione maggiori imposte (IRES, IRAP e IVA) per l'anno 2017. Il recupero derivava dal disconoscimento di costi considerati non documentati e privi del requisito di inerenza, a causa di fatture con descrizioni estremamente generiche. La Corte di Giustizia Tributaria di secondo grado aveva annullato l'atto ipotizzando erroneamente un caso di false fatturazioni. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Fisco, stabilendo che la semplice regolarità formale delle fatture non basta a dimostrare l'inerenza dei costi. Spetta infatti al contribuente l'onere di provare e documentare la concreta destinazione delle spese all'attività d'impresa. La sentenza impugnata è stata cassata con rinvio per un nuovo giudizio.
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Detrazione IVA: valida anche senza il pagamento della fattura
L'Agenzia delle Entrate ha contestato a una società di produzione cinematografica l'indebita detrazione IVA su tre fatture pagate solo parzialmente, oltre ad ammortamenti non spettanti. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso della società sul punto dell'imposta sul valore aggiunto. I giudici hanno stabilito che la detrazione IVA spetta anche se la fattura non è stata ancora pagata, purché l'operazione sia reale e documentata da una fattura regolare. Non è necessario dimostrare l'effettivo pagamento per esercitare questo diritto, salvaguardando così il principio di neutralità fiscale dell'imposta. La sentenza d'appello è stata cassata con rinvio per un nuovo esame.
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Detrazione IVA senza operazioni attive: stop al Fisco
L'Agenzia delle Entrate ha impugnato la decisione che riconosceva a una società il diritto alla detrazione dell'IVA su acquisti effettuati per la costruzione di un centro polisportivo, nonostante l'omessa indicazione del credito nella dichiarazione dell'anno precedente e l'assenza di operazioni attive. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del Fisco, confermando che la detrazione IVA senza operazioni attive è pienamente legittima per le attività preparatorie e di investimento, purché vi sia un'effettiva inerenza all'attività d'impresa programmata e manchino intenti fraudolenti. Nel caso specifico, i tempi pluriennali per la realizzazione della struttura sportiva giustificano la mancata emissione di fatture attive, rendendo legittimo il recupero dell'imposta assolta sugli acquisti. Vince la società contribuente.
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Detrazione IVA con dichiarazione omessa: sostanza batte forma
L'Azienda ha impugnato un avviso di accertamento con cui il Fisco ha negato la detrazione IVA per l'anno 2012 a causa del ritardo ultra-novantennale nella presentazione della dichiarazione annuale, equiparata a omessa. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'Azienda, stabilendo che la detrazione IVA con dichiarazione omessa non può essere negata automaticamente se sussistono i requisiti sostanziali dell'operazione e se il diritto è stato esercitato nelle liquidazioni periodiche entro il termine biennale di decadenza. La Suprema Corte ha quindi cassato la decisione d'appello, rinviando la causa per un nuovo esame che verifichi l'effettiva sussistenza dei requisiti sostanziali e l'esercizio del diritto nelle liquidazioni periodiche.
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Detrazione IVA: Fisco batte buona fede e pagamenti tracciati
L'Agenzia delle Entrate ha contestato a una società la detrazione IVA su acquisti effettuati tramite società fittizie. I giudici di merito avevano inizialmente dato ragione all'impresa, ritenendo sufficiente la tracciabilità dei pagamenti e l'assenza di una prova sulla volontà di frodare il fisco. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso del Fisco, stabilendo che la detrazione IVA può essere negata anche senza dolo diretto. È infatti sufficiente che l'imprenditore, usando la normale diligenza professionale, potesse accorgersi che l'operazione rientrava in una frode fiscale. Di conseguenza, la tracciabilità dei pagamenti e la regolarità formale dei documenti non bastano a dimostrare la buona fede dell'acquirente.
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Diritto alla detrazione IVA: quando la forma cede al tempo
L'Agenzia delle Entrate ha emesso una cartella di pagamento contro una società in liquidazione, disconoscendo un credito d'imposta poiché derivante da una dichiarazione dei redditi considerata omessa per tardività. La Commissione Tributaria Regionale aveva dato ragione alla società. La Corte di Cassazione ha invece accolto parzialmente il ricorso del fisco, concentrandosi sul diritto alla detrazione IVA. La Corte ha stabilito che, sebbene l'omessa dichiarazione non cancelli automaticamente il credito, per l'IVA è fondamentale rispettare il termine biennale di decadenza per l'esercizio della detrazione. La sentenza è stata quindi cassata con rinvio alla Commissione Tributaria Regionale del Veneto, che dovrà verificare se tale termine sia scaduto o meno per l'imposta maturata nel 2005.
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Cessione di azienda: la finta vendita non inganna il Fisco
L'Agenzia delle Entrate ha contestato a una società la detrazione dell'IVA su un acquisto di beni e macchinari, ritenendo che l'operazione costituisse in realtà una cessione di azienda, soggetta a imposta di registro e non a IVA. I giudici di merito avevano dato ragione alla società, ritenendo gli indizi insufficienti. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso del Fisco. La Suprema Corte ha stabilito che i giudici di secondo grado hanno omesso di valutare complessivamente tutti gli indizi emersi (stessi locali, stessi soci, passaggio di quasi tutti i dipendenti e dei contratti). La sentenza è stata quindi cassata con rinvio per un nuovo esame che tenga conto della reale portata della cessione di azienda.
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Somministrazione illecita di manodopera: l’azienda perde l’IVA
Una società di logistica ha impugnato un avviso di accertamento con cui l'Amministrazione Finanziaria contestava l'indebita detrazione IVA e l'indeducibilità di costi per servizi di facchinaggio, riqualificati come somministrazione illecita di manodopera. Inoltre, l'ufficio contestava l'indeducibilità dei compensi erogati ai propri amministratori tramite fittizi contratti di consulenza, privi della preventiva delibera assembleare. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della società. I giudici hanno chiarito che la somministrazione illecita di manodopera comporta la nullità del contratto e impedisce la detrazione dell'IVA e la deduzione dei costi IRAP. Inoltre, i compensi degli amministratori richiedono sempre una specifica delibera dei soci, senza la quale le spese non sono deducibili. La società è stata condannata anche al pagamento delle spese di giudizio.
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Somministrazione irregolare di manodopera: ko l’appalto fittizio
L'Agenzia delle Entrate ha emesso un avviso di accertamento nei confronti di una società in liquidazione, contestando la fittizietà di un contratto di appalto di servizi. L'amministrazione ha riqualificato il rapporto in somministrazione irregolare di manodopera, negando la detraibilità dell'IVA e la deducibilità dell'IRAP sulle somme pagate. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della società, confermando la legittimità dell'accertamento. I giudici hanno evidenziato che la società committente selezionava direttamente il personale e ne gestiva gli orari, mentre l'appaltatore non esercitava alcun potere direttivo né assumeva rischi d'impresa. Di conseguenza, mancando una reale prestazione di servizi da parte dell'appaltatore, l'IVA indicata in fattura non è detraibile e i costi non sono deducibili ai fini IRAP, a nulla rilevando che le imposte fossero state teoricamente versate dal soggetto interposto.
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Detrazione IVA nel mandato senza rappresentanza: stop del Fisco
L'Amministrazione Finanziaria ha contestato la detrazione IVA nel mandato senza rappresentanza operata da una Società Controllata. Quest'ultima aveva detratto l'IVA applicata dalla Società Controllante nel riaddebitarle i costi per servizi postali, originariamente fatturati esenti da IVA. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Fisco, stabilendo che nel mandato senza rappresentanza il riaddebito deve mantenere lo stesso trattamento fiscale dell'operazione principale. Inoltre, richiamando la giurisprudenza europea, la Corte ha chiarito che l'esenzione IVA per i servizi postali non si applica a tariffe speciali e negoziate individualmente. La sentenza d'appello è stata cassata con rinvio per un nuovo esame dei fatti.
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Esenzione IVA corsi di formazione: la Cassazione dà torto al fisco
L'Ufficio Fiscale ha emesso un avviso di accertamento contro un'Agenzia per il Lavoro, contestando l'indebita detrazione dell'imposta in relazione a servizi di formazione professionale erogati da una sua società consociata. Secondo il fisco, tali operazioni beneficiavano dell'esenzione IVA corsi di formazione ai sensi dell'art. 10 del d.P.R. 633/1972, rendendo indetraibile l'imposta assolta a monte. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'Agenzia per il Lavoro. I giudici hanno chiarito che i corsi finanziati tramite un fondo bilaterale privato e gestiti da società lucrative non possono considerarsi esenti, poiché manca il requisito del riconoscimento pubblico del soggetto formatore. Di conseguenza, le prestazioni sono pienamente imponibili e l'IVA pagata è detraibile. La Suprema Corte ha quindi annullato definitivamente l'atto impositivo.
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Diritto alla detrazione IVA: sì al credito, no allo sconto sanzioni
L'Agenzia delle Entrate ha impugnato la decisione che riconosceva a un commerciante al dettaglio, omissivo della dichiarazione dei redditi, il diritto alla detrazione IVA sugli acquisti e annullava le sanzioni addebitandole al commercialista. La Cassazione ha stabilito che il diritto alla detrazione IVA spetta anche in caso di violazioni formali (come l'omessa dichiarazione), purché sussistano i requisiti sostanziali provati da fatture. Tuttavia, la Corte ha accolto il ricorso del Fisco sulle sanzioni: il contribuente risponde dell'omessa dichiarazione commessa dal professionista incaricato, a meno che non provi di aver vigilato sul suo operato o di averlo denunciato. Infine, ha annullato la condanna alle spese a favore del contribuente rimasto contumace e la deducibilità di costi non motivata. La causa è stata rinviata per un nuovo esame.
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