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Detenzione Domiciliare

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1293 provvedimenti applicano questo termine

Provvedimenti

Affidamento in prova al servizio sociale: negato se recidivo
Il Tribunale di Sorveglianza ha negato l'affidamento in prova al servizio sociale a un condannato, ritenendolo socialmente pericoloso a causa dei suoi numerosi precedenti penali e della dichiarazione di delinquenza abituale. Il condannato ha proposto ricorso in Cassazione, lamentando la mancata acquisizione della relazione socio-familiare dell'UEPE e l'omessa valutazione della detenzione domiciliare. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che l'acquisizione della relazione UEPE non è obbligatoria se gli atti dimostrano già una chiara pericolosità sociale. Inoltre, la richiesta di detenzione domiciliare era inammissibile per superamento dei limiti di pena, e la memoria difensiva è stata depositata oltre i termini di legge. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla cassa delle ammende.
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Detenzione domiciliare negata: la Cassazione respinge il ricorso
Il Tribunale di sorveglianza nega la detenzione domiciliare a un detenuto a causa della sua elevata pericolosità sociale, evidenziata da precedenti penali, evasioni e violazioni disciplinari. Il condannato propone ricorso in Cassazione, ritenendo la motivazione astratta e generica. La Suprema Corte dichiara il ricorso inammissibile: i motivi di impugnazione non contestano specificamente i fatti concreti accertati dai giudici di merito, come i due episodi di evasione e le violazioni della sorveglianza speciale. Di conseguenza, la Cassazione conferma il diniego della detenzione domiciliare e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria a favore della Cassa delle ammende.
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Affidamento in prova negato ma arresti concessi: la decisione
Il Tribunale di Sorveglianza ha negato a un condannato l'affidamento in prova al servizio sociale, concedendogli invece la detenzione domiciliare a causa della sua persistente pericolosità sociale e di pendenze penali in corso. Il condannato ha fatto ricorso in Cassazione, lamentando una presunta contraddizione tra le due decisioni. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando che l'affidamento in prova richiede una ridotta pericolosità sociale e una reale propensione alla rieducazione, requisiti assenti nel caso di specie. Al contrario, la detenzione domiciliare, avendo una natura più afflittiva e contenitiva, può essere concessa anche in presenza di una residua pericolosità. Il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Liberazione anticipata negata: il peso dei reati non definitivi
Il Condannato ha proposto ricorso contro il diniego della liberazione anticipata per un semestre di pena. Durante tale periodo, l'uomo ha subito un fermo per ricettazione, con conseguente revoca della detenzione domiciliare, e ha commesso un'infrazione disciplinare. Il Tribunale di sorveglianza ha negato il beneficio, ritenendo tali condotte incompatibili con il percorso rieducativo. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, per negare la liberazione anticipata, l'autorità giudiziaria può valutare anche indagini penali in corso senza attendere una sentenza definitiva, purché i fatti dimostrino la mancata adesione del detenuto al percorso di reinserimento sociale. Il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Affidamento in prova terapeutico: negato se manca il pentimento
Il Tribunale di sorveglianza ha negato a un condannato l'ammissione all'affidamento in prova terapeutico e alla detenzione domiciliare. Il soggetto presentava elevata pericolosità sociale, precedenti penali, assenza di attività lavorativa e nessuna revisione critica del proprio passato criminale. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del condannato, confermando che l'affidamento in prova terapeutico non può essere concesso a chi è ritenuto socialmente pericoloso. Tale misura richiede infatti la collaborazione attiva del soggetto, incompatibile con la sua pericolosità. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Ravvedimento del collaboratore di giustizia: negati i domiciliari
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di un detenuto, ex boss mafioso e collaboratore di giustizia, che chiedeva la detenzione domiciliare speciale. Il Tribunale di Sorveglianza aveva negato la misura rilevando che, nonostante la condotta regolare in carcere e i permessi premio fruiti, mancava una reale revisione critica dei gravissimi reati commessi. La Suprema Corte ha confermato questa decisione, stabilendo che il ravvedimento del collaboratore di giustizia non può essere presunto solo grazie alla collaborazione con la magistratura. È invece necessaria una valutazione complessiva che dimostri un effettivo e profondo cambiamento della personalità del condannato, soprattutto a fronte di un passato criminale di eccezionale gravità. Di conseguenza, il detenuto rimane in carcere e deve pagare le spese processuali.
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Liberazione condizionale: no al diniego se il lavoro è rischioso
Un collaboratore di giustizia, condannato per gravi reati associativi e in detenzione domiciliare dal 2015, ha richiesto la liberazione condizionale. Il Tribunale di Sorveglianza ha respinto l'istanza, ritenendo insufficiente il suo percorso di reinserimento a causa del mancato svolgimento di un'attività lavorativa e della modesta entità delle donazioni risarcitorie. La Corte di Cassazione ha annullato questa decisione, stabilendo che la valutazione del ravvedimento deve essere globale. I giudici di legittimità hanno evidenziato che la mancanza di lavoro non può essere addebitata al condannato senza considerare i gravissimi rischi per la sua incolumità e le forti limitazioni di movimento dovute al programma di protezione. Il Tribunale dovrà quindi riesaminare il caso tenendo conto delle reali possibilità del soggetto.
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Differimento della pena: la salute prevale sui ritardi del carcere
Il Detenuto, affetto da gravi patologie ortopediche e altre complicanze mediche, ha richiesto il differimento della pena o la detenzione domiciliare. Il Tribunale di sorveglianza ha respinto la richiesta, ritenendo le patologie astrattamente curabili in carcere, nonostante l'amministrazione penitenziaria non avesse garantito le visite specialistiche necessarie per gravi carenze di personale. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Detenuto, stabilendo che la compatibilità con il carcere va valutata in concreto. Il giudice non può basarsi su un'idoneità teorica dei presidi sanitari se le cure non sono effettivamente accessibili. Di conseguenza, la Cassazione ha annullato la decisione precedente, ordinando un nuovo esame che includa una perizia medica e un corretto bilanciamento tra la pericolosità sociale e il diritto alla salute.
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Differimento della pena per motivi di salute: prevale la dignità
Il Tribunale di Sorveglianza ha respinto la richiesta di un detenuto all'ergastolo volta a ottenere il differimento della pena per motivi di salute o la detenzione domiciliare. L'uomo soffriva di un grave ritardo mentale e depressione con rischio di autolesionismo. La Cassazione ha accolto il ricorso del detenuto e ha annullato la decisione precedente. I giudici di legittimità hanno stabilito che, di fronte a gravi patologie psichiatriche documentate, il giudice non può negare la misura alternativa senza disporre accertamenti tecnici approfonditi o una perizia medica. Il caso è stato rinviato per una nuova valutazione.
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Affidamento in prova al servizio sociale: no al diniego automatico
Il Tribunale di Sorveglianza ha negato l'affidamento in prova al servizio sociale a un condannato, ritenendolo ancora socialmente pericoloso sulla base di un vecchio diniego e senza considerare il corretto svolgimento di un anno di detenzione domiciliare. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del condannato, stabilendo che il giudizio sulla pericolosità sociale non può basarsi su formule generiche o sulla sola gravità del reato commesso. I giudici devono valutare in modo concreto e analitico i progressi compiuti e gli elementi positivi di risocializzazione. Per questo motivo, la Suprema Corte ha annullato l'ordinanza di diniego e ha disposto un nuovo esame del caso da parte del Tribunale di Sorveglianza.
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Affidamento in prova ai servizi sociali: stop ai dinieghi vaghi
Il Tribunale di Sorveglianza negava a un condannato l'affidamento in prova ai servizi sociali, applicando la detenzione domiciliare. La decisione si basava sulla presunta pericolosità sociale del soggetto, desunta da un vecchio precedente del 2018 per falso e da generiche pendenze per spaccio. Il condannato ricorreva in Cassazione, evidenziando il proprio percorso di reinserimento lavorativo e familiare. La Suprema Corte ha accolto il ricorso, stabilendo che il diniego di misure rieducative richiede una motivazione rigorosa e non formule generiche. La Cassazione ha annullato il provvedimento con rinvio per un nuovo esame.
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Ravvedimento del collaboratore di giustizia: perché non basta
Il Tribunale di Sorveglianza ha negato la detenzione domiciliare a un collaboratore di giustizia condannato a oltre ventisette anni di carcere per gravi reati associativi. Nonostante i pareri favorevoli degli organi inquirenti e la fruizione di permessi premio, i giudici hanno ritenuto insufficiente il percorso di risocializzazione. La Corte di Cassazione ha confermato il rigetto, stabilendo che il ravvedimento del collaboratore di giustizia non può essere presunto solo grazie alla collaborazione o alla buona condotta. È necessaria una reale e profonda rielaborazione del passato criminale, che nel caso specifico è risultata superficiale e priva di concrete condotte riparatorie verso le vittime. Il ricorrente resta quindi in carcere.
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Morte del ricorrente: si estingue il ricorso per la salute
Il Tribunale di sorveglianza di Napoli rigettava la richiesta di differimento della pena e detenzione domiciliare presentata da un detenuto per motivi di salute. Il difensore proponeva ricorso in Cassazione per contestare tale decisione. Tuttavia, prima della fissazione dell'udienza di discussione, avveniva la morte del ricorrente. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso improcedibile. I giudici hanno chiarito che la morte del ricorrente estingue il rapporto processuale, impedendo qualsiasi decisione sui motivi di impugnazione, poiché manca il soggetto stesso che ha promosso il giudizio. Di conseguenza, non è possibile effettuare alcun approfondimento sul merito del ricorso.
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Affidamento in prova: no ai benefici se il rischio recidiva è alto
Il Tribunale di Sorveglianza ha negato a un condannato l'affidamento in prova ai servizi sociali e la detenzione domiciliare. Il difensore ha fatto ricorso in Cassazione, sostenendo che il divieto di concedere più volte le misure alternative non si applicasse, poiché l'affidamento in prova era una misura diversa da quella già ottenuta in passato. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il diniego non è dipeso da un blocco automatico della legge, ma da una valutazione di merito: il condannato presentava un elevato rischio di commettere nuovi reati, visti i numerosi precedenti penali e le pendenze recenti. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato a pagare le spese e tremila euro alla cassa delle ammende.
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Revoca della detenzione domiciliare: il video riapre il carcere
Il Tribunale di Sorveglianza ha disposto la revoca della detenzione domiciliare nei confronti di un condannato, dopo la segnalazione di nuovi reati di evasione e danneggiamento documentati da un filmato. Il condannato ha proposto ricorso in Cassazione, sostenendo che i video non provassero con certezza la sua identità. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, per revocare una misura alternativa, il giudice di sorveglianza può valutare i nuovi indizi di reato senza attendere una sentenza definitiva. È sufficiente che i nuovi comportamenti dimostrino l'incompatibilità del soggetto con il percorso di reinserimento sociale. Il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese e di tremila euro alla cassa delle ammende.
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Misure alternative alla detenzione: no al rigetto automatico
Il Tribunale di Sorveglianza aveva negato a un condannato l'accesso alle misure alternative alla detenzione, basandosi esclusivamente sulla gravità dei suoi precedenti penali e su informazioni di polizia. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del condannato, stabilendo che la gravità del reato e i precedenti non possono, da soli, giustificare il rigetto delle misure alternative alla detenzione. I giudici devono valutare anche la condotta attuale, il percorso rieducativo avviato e i risultati dell'osservazione scientifica della personalità. Poiché il tribunale di merito ha omesso di esaminare questi elementi positivi e le richieste subordinate di semilibertà e detenzione domiciliare, la Cassazione ha annullato l'ordinanza, disponendo un nuovo esame del caso.
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Affidamento in prova al servizio sociale: stop a scambi di persona
Il Tribunale di Sorveglianza negava l'affidamento in prova al servizio sociale e la detenzione domiciliare a un condannato, ritenendolo socialmente pericoloso a causa di gravi precedenti penali. Il condannato ricorreva in Cassazione, sostenendo di essere incensurato e vittima di un errore di omonimia. La Suprema Corte ha accolto il ricorso, stabilendo che non spetta al cittadino l'onere di dimostrare l'assenza di precedenti penali, ma è compito del giudice svolgere i dovuti accertamenti d'ufficio. Di conseguenza, la Cassazione ha annullato la decisione precedente, ordinando un nuovo esame per verificare la reale identità penale del ricorrente.
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Patrocinio a spese dello Stato: no al rigetto per vizi formali
Il Tribunale di Sorveglianza aveva dichiarato inammissibile la richiesta di patrocinio a spese dello Stato presentata da un cittadino, poiché l'istanza non indicava il numero del procedimento di sorveglianza. Il richiedente ha proposto ricorso, evidenziando che l'istanza era allegata a una nuova domanda di detenzione domiciliare, quindi non collegata a un processo già pendente. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che l'indicazione del numero di ruolo è obbligatoria solo per i procedimenti già in corso. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato il provvedimento di rigetto e ha rinviato gli atti al Tribunale di Sorveglianza per una nuova valutazione della domanda.
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Affidamento in prova negato: la mancata collaborazione costa caro
Il Tribunale di sorveglianza ha negato l'affidamento in prova e la detenzione domiciliare a un soggetto condannato per reati di droga. Il condannato ha proposto ricorso in Cassazione, lamentando la mancanza di indagini sulla sua situazione familiare e la mancata valutazione di elementi positivi come la residenza e la disoccupazione. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno evidenziato che le indagini sociali non si sono svolte a causa del comportamento dello stesso condannato, il quale non si è presentato presso l'UEPE. Inoltre, l'uomo aveva già subito la revoca di un precedente affidamento in prova per violazione delle prescrizioni. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Affidamento in prova: il lavoro non cancella i precedenti
Il Tribunale di Sorveglianza ha negato a un condannato l'affidamento in prova al servizio sociale e la detenzione domiciliare per una pena di tre anni e dieci mesi. Il condannato ha proposto ricorso in Cassazione, sostenendo di avere un lavoro stabile e di svolgere attività di volontariato, e che il diniego si basasse solo sulla presunta mancanza di occupazione. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il rifiuto della misura alternativa non si fondava solo sulla situazione lavorativa, ma soprattutto sui numerosi precedenti penali, sui carichi pendenti e sulla persistente pericolosità sociale del soggetto, evidenziata dai rapporti delle forze dell'ordine. Il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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