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Detenzione Domiciliare

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1293 provvedimenti applicano questo termine

Provvedimenti

Affidamento in prova al servizio sociale negato per i precedenti
Il Tribunale di Sorveglianza ha negato a un condannato l'affidamento in prova al servizio sociale, concedendogli invece la detenzione domiciliare. Il Tribunale ha ritenuto prevalenti i precedenti penali e le segnalazioni negative delle forze dell'ordine rispetto alla condotta positiva evidenziata dagli uffici sociali. Il condannato ha proposto ricorso in Cassazione, lamentando un'illogica valutazione delle prove. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando che il giudice di merito ha motivato in modo logico e coerente la prevalenza degli elementi negativi. La Cassazione non può riesaminare i fatti o sostituire la propria valutazione a quella del giudice di merito. Il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Affidamento in prova: no se manca il lavoro e il reato è grave
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di un condannato per reati di droga contro il diniego della misura alternativa dell'affidamento in prova al servizio sociale. Il Tribunale di Sorveglianza aveva ritenuto più idonea la detenzione domiciliare, evidenziando la gravità dei reati e l'assenza di un'attività lavorativa o socialmente utile. La Suprema Corte ha chiarito che la mancanza di lavoro non è di per sé un ostacolo assoluto all'affidamento in prova al servizio sociale, potendo essere sostituita dal volontariato. Tuttavia, essa costituisce un elemento di valutazione legittimo insieme alla gravità del reato e all'esigenza di controllo. Di conseguenza, i giudici hanno confermato la decisione precedente, condannando il ricorrente al pagamento delle spese processuali.
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Affidamento in prova: la Cassazione esige il ravvedimento
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di un condannato che chiedeva l'ammissione all'affidamento in prova al servizio sociale per espiare la pena residua relativa a reati di droga e ricettazione. Il Tribunale di Sorveglianza aveva negato la misura a causa dei numerosi precedenti penali accumulati tra il 1991 e il 2015 e di una recente segnalazione per traffico di stupefacenti nel 2021, disponendo invece la detenzione domiciliare. La Suprema Corte ha confermato che per ottenere l'affidamento in prova non basta l'assenza di elementi ostativi, ma occorrono elementi positivi che dimostrino un effettivo percorso di risocializzazione e di revisione critica del proprio passato. Il ricorso è stato quindi rigettato con condanna alle spese.
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Ricorso per cassazione personale: no al detenuto fai-da-te
Il Tribunale di Sorveglianza di Torino rigettava la richiesta di detenzione domiciliare avanzata da un detenuto. Quest'ultimo proponeva autonomamente ricorso alla Suprema Corte. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, poiché la legge vieta il ricorso per cassazione personale. Ogni impugnazione davanti alla Suprema Corte deve essere firmata, a pena di inammissibilità, da un difensore abilitato al patrocinio dinanzi alle giurisdizioni superiori. Questa regola si applica anche ai procedimenti di sorveglianza e ai soggetti detenuti, nonostante le oggettive difficoltà pratiche legate alla restrizione della libertà personale. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Detenzione domiciliare: no a sconti per chi viola le regole
Il Condannato ha proposto ricorso per Cassazione contestando la legittimità costituzionale dell'articolo 47-ter, comma 8, dell'ordinamento penitenziario. Secondo la difesa, la norma equipara ingiustamente condotte diverse nell'ambito della detenzione domiciliare, punendo ogni allontanamento come evasione. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, ritenendo la questione manifestamente infondata. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Spaccio di stupefacenti: condannata la moglie che fa da corriere
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per un'imputata accusata di spaccio di stupefacenti in concorso con il marito, quest'ultimo agli arresti domiciliari. La donna sosteneva che il suo ruolo fosse marginale e che l'attivita dovesse qualificarsi come fatto di lieve entita. Inoltre, chiedeva che la detenzione e la cessione della droga venissero considerate come un unico reato. I giudici hanno rigettato il ricorso, stabilendo che la moglie svolgeva un ruolo essenziale, fungendo da braccio operativo del marito. Le condotte di detenzione e cessione, essendo distinte nel tempo e nelle modalita, configurano reati autonomi uniti dal vincolo della continuazione e non un unico reato assorbito. L'imputata perde il ricorso ed e condannata al pagamento delle spese processuali.
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Affidamento in prova al servizio sociale: l’età non è un limite
Un uomo di ottantadue anni, condannato per usura ed estorsione, ha chiesto l'affidamento in prova al servizio sociale per espiare la pena residua di circa un anno. Il Tribunale di sorveglianza ha respinto la richiesta, concedendo solo la detenzione domiciliare, a causa della gravità dei reati passati, dell'età avanzata e del mancato risarcimento alle vittime. La Corte di Cassazione ha annullato questa decisione. I giudici hanno chiarito che la gravità del reato e l'età avanzata non possono bloccare automaticamente l'affidamento in prova al servizio sociale. Inoltre, il mancato risarcimento non può essere l'unico motivo di rifiuto se non si valutano le reali possibilità economiche del condannato. Il caso dovrà essere interamente riesaminato.
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Carenza di interesse: pena scontata e niente spese di giustizia
Il Condannato ha impugnato il provvedimento che respingeva le sue istanze di affidamento in prova e detenzione domiciliare. Nel corso del giudizio di legittimit, la pena detentiva giunta a naturale compimento. La Corte di Cassazione ha rilevato la sopravvenuta carenza di interesse, dichiarando il ricorso inammissibile. Essendo venuto meno l'interesse alla decisione solo dopo la presentazione del ricorso, la Corte ha escluso la condanna del ricorrente alle spese processuali e alla cassa delle ammende, escludendo qualsiasi profilo di soccombenza virtuale.
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Affidamento in prova al servizio sociale negato per indisciplina
Il Condannato, con una pena di due anni e otto mesi per lesioni, resistenza e droga, ha chiesto l'affidamento in prova al servizio sociale. Il Tribunale di Sorveglianza ha negato la misura a causa della condotta indisciplinata del soggetto, che aveva perso il lavoro per motivi disciplinari e non mostrava un reale cambiamento di vita. Il Condannato ha proposto ricorso in Cassazione. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando che per ottenere l'affidamento in prova al servizio sociale occorre una seria revisione critica del proprio passato e un concreto progetto di reinserimento. Il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Morte del condannato: si spegne la pretesa punitiva dello Stato
Il Condannato, che stava scontando la pena dell'ergastolo in regime di detenzione domiciliare per gravi motivi di salute, ha proposto ricorso in Cassazione contro la decisione del Tribunale di Sorveglianza. Quest'ultimo aveva negato il differimento facoltativo della pena a causa di una presunta pericolosità sociale attuale del soggetto. Tuttavia, prima che la Suprema Corte potesse pronunciarsi sul ricorso, è sopravvenuta la morte del condannato. Di conseguenza, i giudici di legittimità hanno dichiarato l'annullamento senza rinvio del provvedimento impugnato. La morte del condannato estingue infatti la pretesa punitiva dello Stato e determina l'immediata chiusura di ogni procedimento penale o esecutivo ancora pendente nei suoi confronti.
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Differimento pena per motivi di salute: rigettato il ricorso
Il Detenuto ha richiesto il differimento pena per motivi di salute o l'accesso alla detenzione domiciliare. Il Tribunale di Sorveglianza ha respinto la richiesta basandosi su recenti accertamenti medici e su un periodo di osservazione psichiatrica. Il Detenuto ha proposto ricorso in Cassazione, lamentando un difetto di motivazione e contrapponendo la perizia del proprio consulente di parte a quella dei medici della struttura. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che contestare la decisione basandosi solo sul parere del proprio consulente rappresenta un semplice dissenso di merito, non un vizio di legittimità. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Errore di iscrizione a ruolo: la Cassazione cancella il doppione
Il Detenuto, sottoposto alla misura della detenzione domiciliare, ha proposto ricorso contro il decreto del Magistrato di Sorveglianza che gli revocava l'autorizzazione ad allontanarsi dal domicilio. La Corte di Cassazione, tuttavia, ha rilevato che per lo stesso ricorso era stato erroneamente creato un secondo fascicolo processuale, sul quale si era già pronunciata con una precedente sentenza. A causa di questo errore di iscrizione a ruolo, la Suprema Corte ha dichiarato il non luogo a provvedere, poiché la questione era già stata definitivamente decisa.
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Detenzione domiciliare per motivi di salute: ricorso inammissibile
Il Condannato ha richiesto il differimento della pena o l'accesso alla detenzione domiciliare per motivi di salute. Il Tribunale di Sorveglianza ha respinto l'istanza ritenendo le sue condizioni compatibili con il carcere. Il Condannato ha proposto ricorso in Cassazione lamentando un difetto di motivazione. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, poiché il ricorrente si è limitato a contestare la valutazione di merito dei giudici precedenti senza evidenziare reali vizi logici o giuridici nella decisione. Di conseguenza, la richiesta di detenzione domiciliare per motivi di salute è stata definitivamente respinta e il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Particolare tenuità del fatto: negata a chi guida ai domiciliari
Il caso riguarda un automobilista condannato per guida senza patente. Il conducente ha proposto ricorso in Cassazione chiedendo l'applicazione della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto e la conversione della pena. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la particolare tenuità del fatto richiede una valutazione complessiva della gravità della condotta. Nel caso specifico, l'illecito è stato commesso mentre il soggetto si trovava in regime di detenzione domiciliare, elemento che esclude qualsiasi ipotesi di lieve entità. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Spaccio in detenzione domiciliare: niente attenuanti generiche
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un soggetto condannato per spaccio di lieve entità. L'imputato contestava la severità della pena e il mancato riconoscimento delle attenuanti generiche. I giudici hanno chiarito che commettere un reato mentre si sconta una pena in detenzione domiciliare dimostra una spiccata capacità a delinquere. Di conseguenza, il diniego delle attenuanti generiche è pienamente giustificato. L'imputato perde il ricorso e deve pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Revoca della detenzione domiciliare: dal salotto alla cella
Il Tribunale di sorveglianza ha disposto la revoca della detenzione domiciliare nei confronti di un uomo che, mentre scontava la sua pena a casa, è evaso per aggredire un condomino in strada con un cacciavite di 54 centimetri, minacciando di morte lui e la sua famiglia. Il condannato ha fatto ricorso in Cassazione, lamentando una mancata valutazione complessiva della sua condotta e l'omessa acquisizione di prove a sua difesa. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, confermando che l'evasione e la gravità dell'aggressione dimostrano l'assoluta incompatibilità del soggetto con la misura alternativa. La revoca della detenzione domiciliare è quindi legittima quando viene meno il rapporto di fiducia con lo Stato, determinando il rientro immediato del condannato in carcere per espiare la pena residua.
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Misure alternative alla detenzione: stop benefici ai recidivi
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un condannato contro il diniego del Tribunale di Sorveglianza sull'applicazione di misure alternative alla detenzione, come l'affidamento in prova e la detenzione domiciliare. Il richiedente lamentava una mancata valutazione della sua attività lavorativa e della condotta recente. La Suprema Corte ha chiarito che, per concedere i benefici esterni, non basta l'assenza di elementi negativi recenti. È invece necessario un giudizio prognostico positivo basato sulla personalità, sui precedenti penali e sulla stabilità del domicilio. Avendo il condannato numerosi precedenti e una personalità non affidabile, la Cassazione ha confermato il rigetto, condannandolo anche al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Detenzione domiciliare per motivi di salute: quando è negata
Il Condannato ha richiesto il differimento dell'esecuzione della pena o, in alternativa, l'ammissione alla detenzione domiciliare per motivi di salute. Il Tribunale di Sorveglianza ha respinto l'istanza, ritenendo le sue condizioni di salute compatibili con il regime carcerario. Il Condannato ha proposto ricorso per Cassazione, lamentando una carenza di motivazione e valorizzando la perizia del proprio consulente tecnico e l'assenza di precedenti penali. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici di legittimità hanno chiarito che le contestazioni del ricorrente riguardavano valutazioni di merito già adeguatamente esaminate nei gradi precedenti. Di conseguenza, la richiesta di detenzione domiciliare per motivi di salute è stata definitivamente respinta, con condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Impedimento legittimo dell’imputato: processo nullo se detenuto
L'Imputato, sottoposto a detenzione domiciliare per altra causa, non ha potuto partecipare alle udienze del processo a suo carico. Il Tribunale di primo grado, pur conoscendo lo stato di detenzione, non ha rinviato l'udienza né ha disposto la sua traduzione in aula, limitandosi ad autorizzarlo a comparire e notificando l'atto al difensore. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che la detenzione domiciliare costituisce un impedimento legittimo dell'imputato. Di conseguenza, il giudice ha l'obbligo di rinviare l'udienza e ordinare la traduzione del detenuto, salvo sua esplicita rinuncia. La Suprema Corte ha quindi annullato senza rinvio le sentenze di primo e secondo grado per violazione del diritto al contraddittorio, disponendo la trasmissione degli atti al Tribunale per la celebrazione di un nuovo e corretto giudizio.
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Detenzione domiciliare negata: commettere reati cancella i benefici
Il Tribunale di Sorveglianza ha respinto la richiesta di detenzione domiciliare avanzata da un condannato. Quest'ultimo, mentre si trovava gia agli arresti domiciliari, ha commesso nuovi reati della stessa natura, venendo ricondotto in carcere. Il condannato ha proposto ricorso in Cassazione, sostenendo che il giudice del nuovo processo lo aveva comunque ritenuto idoneo agli arresti domiciliari e che tale valutazione doveva favorire la concessione della misura alternativa. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la valutazione cautelare e quella penitenziaria si basano su presupposti differenti. La reiterazione di condotte criminose durante una misura di favore dimostra una pericolosita sociale incompatibile con la detenzione domiciliare. Il ricorrente e stato condannato anche al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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