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Detenzione Domiciliare — Anno 2023

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253 provvedimenti applicano questo termine

Altri anni per Detenzione Domiciliare

Provvedimenti

Affidamento in prova: stop alle contraddizioni dei giudici
La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso de Il Condannato contro l'ordinanza del Tribunale di Sorveglianza che negava l'affidamento in prova al servizio sociale. Il Tribunale aveva basato il rifiuto sulla mancanza di lavoro e su un reato pendente. Tuttavia, la Cassazione ha rilevato una palese contraddizione: lo stesso Tribunale aveva autorizzato il soggetto a uscire per lavorare durante la detenzione domiciliare. Inoltre, i giudici hanno chiarito che, per concedere l'affidamento in prova al servizio sociale, non serve una completa revisione critica del passato, ma basta che tale percorso sia avviato. È necessario valutare il comportamento successivo alla condanna, senza limitarsi ai carichi pendenti. La sentenza è stata annullata con rinvio per un nuovo esame.
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Misure alternative alla detenzione negate per condotta violenta
Il Tribunale di Sorveglianza ha negato a un condannato le misure alternative alla detenzione a causa della gravità del reato di resistenza a pubblico ufficiale e di una relazione comportamentale negativa del carcere di Rebibbia, che evidenziava immaturità e assenza di un percorso di revisione critica. Il condannato ha proposto ricorso in Cassazione lamentando un travisamento dei fatti e una errata valutazione della sua condotta successiva. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile: i giudici di merito hanno valutato correttamente e in modo completo il comportamento aggressivo del soggetto. La Cassazione ha confermato che le valutazioni sulla personalità del condannato non sono sindacabili se logicamente motivate, condannando il ricorrente al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Autorizzazione al lavoro: sì anche se l’azienda è sequestrata
Il Tribunale di Sorveglianza aveva negato a un condannato l'affidamento in prova e l'autorizzazione al lavoro durante la detenzione domiciliare, motivando il diniego con la gravità dei reati e il sequestro preventivo dell'azienda del figlio presso cui lavorava. La Corte di Cassazione ha accolto parzialmente il ricorso del condannato. I giudici di legittimità hanno stabilito che il diniego dell'autorizzazione al lavoro era generico e ingiustificato. Il Tribunale non aveva valutato la condotta impeccabile dell'uomo durante i precedenti arresti domiciliari, né l'utilità sociale dell'impiego. Inoltre, il sequestro dell'azienda non rileva, poiché l'attività continuava legalmente sotto la gestione di un amministratore giudiziario. La sentenza è stata annullata limitatamente al divieto di lavorare, con rinvio per un nuovo esame.
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Detenzione domiciliare: no al diniego basato solo su vecchi reati
Il Tribunale di Sorveglianza di Roma ha negato a un condannato le misure alternative dell'affidamento in prova e della detenzione domiciliare, basandosi su vecchi precedenti penali e su valutazioni negative dei Carabinieri. Il condannato ha proposto ricorso, evidenziando l'idoneità del proprio domicilio e l'assenza di denunce recenti. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso limitatamente alla detenzione domiciliare. I giudici di legittimità hanno stabilito che la presenza di vecchi precedenti e le valutazioni morali non sono sufficienti a negare la misura se il domicilio è idoneo e non vi è pericolo di fuga. La sentenza è stata annullata con rinvio per un nuovo esame.
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Affidamento in prova negato a chi incolpa la vittima
Il Tribunale di Sorveglianza ha negato l'affidamento in prova a un uomo condannato per maltrattamenti in famiglia, concedendogli solo la detenzione domiciliare. Il rifiuto si basa sulla totale assenza di una revisione critica del reato: l'uomo ha infatti negato le violenze, accusando l'ex moglie di averlo denunciato solo per vendetta e motivi economici. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, dichiarando inammissibile il ricorso del condannato. I giudici hanno ribadito che, per ottenere l'affidamento in prova, è indispensabile che il condannato mostri una reale consapevolezza del disvalore delle proprie azioni e rispetti la sentenza di condanna. Negare i fatti e colpevolizzare la vittima dimostra l'assenza di questo percorso rieducativo, rendendo rischiosa la concessione di misure alternative più favorevoli.
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Affidamento in prova al servizio sociale negato per stalking
Il Tribunale di sorveglianza ha negato a un condannato per atti persecutori l'ammissione all'affidamento in prova al servizio sociale, disponendo invece la detenzione domiciliare. Nonostante il condannato avesse un lavoro e una casa, i giudici hanno rilevato la persistenza di un comportamento assillante e morboso verso la vittima, emerso da recenti indagini. Il condannato ha fatto ricorso in Cassazione, sostenendo di essersi reinserito socialmente e criticando l'attendibilità della persona offesa. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile: l'affidamento in prova al servizio sociale richiede una reale evoluzione della personalità e l'assenza di rischi di recidiva. Il comportamento assillante dimostra il mancato avvio di un vero percorso di recupero, rendendo necessaria la misura più contenitiva dei domiciliari.
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Affidamento in prova al servizio sociale: no al ricorso generico
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un detenuto contro la decisione del Tribunale di Sorveglianza, che aveva negato la detenzione domiciliare e l'affidamento in prova al servizio sociale. Il diniego originario si fondava sulla pericolosità sociale del soggetto, desunta da alcuni procedimenti penali ancora in corso. La Suprema Corte ha rilevato che i motivi di ricorso erano del tutto generici e non contestavano in modo specifico le ragioni della decisione precedente. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Misure alternative alla detenzione: no ai rinvii se c’è recupero
Un collaboratore di giustizia, dopo aver scontato dieci anni di reclusione e aver intrapreso un positivo percorso di reinserimento con permessi premio e lavoro all'esterno, ha richiesto l'accesso alle misure alternative alla detenzione, nello specifico la detenzione domiciliare. Il Tribunale di sorveglianza ha respinto la domanda ritenendola prematura per carenza di gradualità. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del condannato, annullando il provvedimento con rinvio. I giudici di legittimità hanno stabilito che, a fronte di anni di condotta impeccabile all'esterno e relazioni favorevoli, il diniego basato sulla necessità di un'ulteriore e indefinita osservazione risulta illogico. Inoltre, il parere della Direzione nazionale antimafia, pur favorevole nei contenuti, era stato erroneamente interpretato in senso negativo dal Tribunale.
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Detenzione domiciliare: Cassazione annulla il no del Tribunale
Il Tribunale di sorveglianza aveva negato a un condannato per reati stradali la detenzione domiciliare, ritenendo il domicilio non verificato dall'U.E.P.E. e precario. Il condannato ha fatto ricorso, evidenziando che i Carabinieri avevano invece inviato una nota favorevole sull'idoneità dell'alloggio, ignorata dal Tribunale. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, annullando il diniego. La Suprema Corte ha stabilito che il giudice non può rigettare la richiesta senza disporre i dovuti accertamenti o ignorando i rapporti di polizia già disponibili. La causa torna al Tribunale per una nuova valutazione.
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Affidamento in prova al servizio sociale negato al reo recidivo
Il Tribunale di Sorveglianza ha negato l'affidamento in prova al servizio sociale e la detenzione domiciliare a un uomo condannato per furto aggravato. Il condannato ha proposto ricorso in Cassazione, sostenendo di avere un lavoro stabile come operaio edile e una convivenza fissa. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno evidenziato la notevole pericolosità sociale del soggetto, desunta da numerosi precedenti penali e da ben quarantanove controlli di polizia in compagnia di pregiudicati. Inoltre, l'abitazione proposta si trovava in un complesso ad alto tasso di criminalità e l'attività lavorativa, comportando continui spostamenti tra diversi cantieri, non garantiva i controlli necessari. Il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese e di quattromila euro alla Cassa delle Ammende.
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Detenzione domiciliare ultrasettantenni: no per reati ostativi
Il Condannato Ultrasettantenne ha richiesto la detenzione domiciliare ultrasettantenni a causa dell'età avanzata. Il Tribunale di Sorveglianza ha respinto la richiesta poiché l'uomo era stato condannato per un reato ostativo. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, dichiarando il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che chi ha commesso reati di particolare gravità non può accedere alla detenzione domiciliare facilitata per l'età, poiché il divieto di legge è assoluto e non ammette deroghe, tranne per la recidiva reiterata già dichiarata incostituzionale. Il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Detenzione domiciliare negata: il carcere resta per chi delinque
Il Tribunale di Sorveglianza ha negato a un condannato la possibilità di scontare la pena residua tramite la detenzione domiciliare. La decisione si fonda sulla persistente pericolosità sociale del soggetto, evidenziata dalla gravità dei reati commessi, da precedenti violazioni commesse proprio durante gli arresti domiciliari e in carcere, e da una dipendenza da stupefacenti non ancora superata. La Corte di Cassazione ha confermato questo orientamento, dichiarando inammissibile il ricorso del condannato. I giudici hanno chiarito che, secondo la Legge n. 199 del 2010, la misura alternativa va negata non solo in caso di pericolo di fuga, ma anche quando vi sia il rischio concreto che il soggetto compia nuovi reati. Il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Violazione della detenzione domiciliare: no alla tenuità del fatto
Il Ricorrente, sottoposto alla misura della detenzione domiciliare, è stato sorpreso all'esterno della propria abitazione, nei pressi del portone d'ingresso, in compagnia di un venditore ambulante con numerosi precedenti penali. Il Ricorrente ha impugnato la condanna lamentando la mancata applicazione della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto e invocando benefici penitenziari non applicabili al suo caso. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando la gravità della condotta. I giudici hanno evidenziato che la violazione della detenzione domiciliare non può considerarsi di scarsa rilevanza se il soggetto si associa a pregiudicati. Di conseguenza, il ricorrente perde la causa e viene condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria di tremila euro.
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Violazione della detenzione domiciliare: condanna per soli 30 minuti
Il Detenuto, sottoposto alla misura della detenzione domiciliare, si è allontanato dalla propria abitazione trenta minuti prima dell'orario in cui era autorizzato a uscire. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del condannato, confermando la sussistenza del dolo per la violazione della detenzione domiciliare. I giudici hanno escluso l'applicazione della particolare tenuità del fatto a causa dell'intensità della colpevolezza e della presenza di precedenti penali. La Suprema Corte ha ritenuto corretto il bilanciamento delle attenuanti generiche con la recidiva contestata. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Evasione dai domiciliari: la breve durata non evita la condanna
Il Detenuto, in regime di detenzione domiciliare, si è allontanato dalla propria abitazione in un orario non autorizzato dal Tribunale di Sorveglianza. La difesa ha presentato ricorso in Cassazione sostenendo l'irrilevanza penale del fatto a causa della brevità dell'assenza. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, stabilendo che la breve durata dell'allontanamento non esclude il reato di evasione dai domiciliari. La specifica disciplina di favore invocata non si applicava al caso concreto. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Affidamento in prova al servizio sociale: stop ai doppi benefici
Il Tribunale di sorveglianza ha dichiarato inammissibile la richiesta di detenzione domiciliare e di affidamento in prova al servizio sociale presentata da un condannato con recidiva reiterata, il quale aveva già fruito di tali benefici in passato. Il Condannato ha fatto ricorso in Cassazione, sostenendo che il precedente esito positivo della misura alternativa avesse estinto gli effetti penali, impedendo di considerare la recidiva. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, dichiarandolo inammissibile. I giudici hanno chiarito che la recidiva viene applicata dal giudice del processo principale e non può essere contestata nella fase di esecuzione della pena. Inoltre, la richiesta di altre misure, come la semilibertà, non era stata originariamente presentata. Il Condannato perde il ricorso e deve pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Affidamento in prova al servizio sociale: no a cattive compagnie
Il Tribunale di Sorveglianza ha negato a un condannato l'affidamento in prova al servizio sociale, concedendogli invece la detenzione domiciliare. La decisione si fonda sulla pendenza di procedimenti per reati simili al furto (per cui è stato condannato) e sulla frequentazione di soggetti legati alla criminalità. Il condannato ha fatto ricorso in Cassazione, sostenendo di svolgere attività lavorativa come ambulante e di non aver commesso recenti violazioni. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che l'affidamento in prova al servizio sociale richiede un effettivo avvio del percorso di risocializzazione. Nel caso specifico, la pericolosità sociale del soggetto e le sue frequentazioni impediscono una prognosi positiva, rendendo adeguata la sola misura più contenitiva della detenzione domiciliare. Il ricorrente è stato condannato alle spese e al pagamento di tremila euro.
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Affidamento in prova terapeutico negato per pericolosità
Il Condannato ha proposto ricorso per cassazione contro il diniego del Tribunale di Sorveglianza relativo alle richieste di detenzione domiciliare e di affidamento in prova terapeutico. Il ricorrente sosteneva che l'aggravante dell'uso di un coltello nel reato di estorsione fosse stata esclusa in appello e contestava la valutazione sulla sua pericolosità sociale. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che l'aggravante non era stata eliminata, ma solo ritenuta subvalente rispetto alle attenuanti generiche. Inoltre, la richiesta di affidamento in prova terapeutico è stata legittimamente respinta a causa della persistente pericolosità del soggetto, non scalfita dalla semplice proposta di un programma di recupero. Di conseguenza, il Condannato perde il ricorso e viene condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Affidamento in prova al servizio sociale negato: la Cassazione fissa i limiti
Il Tribunale di Sorveglianza ha concesso a un condannato la detenzione domiciliare, rigettando però la richiesta di affidamento in prova al servizio sociale a causa dei suoi precedenti penali. Il condannato ha proposto ricorso in Cassazione lamentando un difetto di motivazione sulla sua residua pericolosità sociale. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, poiché il ricorrente si è limitato a contestare il merito della decisione del Tribunale senza evidenziare reali vizi logici o giuridici nella motivazione. Di conseguenza, il condannato è stato condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Lavoro inesistente e pendenze: negato l’affidamento in prova
Il Tribunale di Sorveglianza ha negato a un cittadino l'affidamento in prova al servizio sociale, disponendo invece la detenzione domiciliare. Il richiedente ha proposto ricorso lamentando la mancata valutazione di elementi positivi, come la presunta attività lavorativa e l'assenza di legami criminali. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso poiché il ricorrente ha contestato il merito della decisione anziché evidenziare vizi logici nella motivazione. La decisione originaria si basava su procedimenti penali pendenti e informazioni negative delle forze dell'ordine. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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