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Detenzione Domiciliare — Anno 2022

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352 provvedimenti applicano questo termine

Altri anni per Detenzione Domiciliare

Provvedimenti

Affidamento in prova al servizio sociale: no a dinieghi datati
Il Tribunale di Sorveglianza negava l'affidamento in prova al servizio sociale a un uomo condannato a un anno di arresto per reati edilizi, applicando la detenzione domiciliare. Il diniego si fondava sulla passata abitualità nei reati e su un'informativa di polizia non aggiornata circa l'effettiva operatività della sua attività lavorativa. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del condannato, annullando il provvedimento con rinvio. I giudici di legittimità hanno chiarito che, per concedere la misura alternativa, non serve una completa e definitiva revisione critica del passato, ma basta che tale percorso sia stato avviato. Il giudice deve compiere un'istruttoria completa, valutando la condotta regolare degli ultimi anni, la situazione socio-familiare e acquisendo le relazioni aggiornate degli uffici sociali (UEPE), senza basarsi solo su elementi datati.
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Affidamento in prova al servizio sociale: no a ditte sospette
La Corte di Cassazione ha confermato il diniego della misura dell'affidamento in prova al servizio sociale per un uomo condannato a cinque mesi di reclusione per lesioni e minacce. Il Tribunale di Sorveglianza aveva concesso solo la detenzione domiciliare, ritenendo il soggetto non idoneo alla prova all'esterno. La Suprema Corte ha chiarito che non esiste una presunzione di affidabilità del condannato. La decisione di negare la misura alternativa più favorevole è legittima se fondata sulla condotta successiva al reato, come la frequentazione abituale di pregiudicati e la mancanza di concrete e credibili opportunità lavorative. Nel caso di specie, la ditta che offriva il lavoro era gestita da un soggetto denunciato per truffa. Il ricorso del condannato è stato quindi rigettato.
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Affidamento in prova al servizio sociale: risarcire per cambiare
Il Tribunale di Sorveglianza ha negato a un uomo, condannato per bancarotta fraudolenta e altri reati, l'ammissione all'affidamento in prova al servizio sociale, concedendogli solo la detenzione domiciliare per motivi di salute. La decisione si è basata sulla totale mancanza di consapevolezza dei propri errori e sul mancato risarcimento del danno alle vittime. Il condannato ha fatto ricorso in Cassazione, sostenendo che il risarcimento non fosse un requisito obbligatorio. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, sebbene il mancato risarcimento non possa essere l'unico motivo di diniego, esso rappresenta un valido elemento per valutare la reale volontà di recupero del condannato, specialmente se unito alla mancanza di un percorso di revisione critica del proprio passato criminale.
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Esecuzione della pena a domicilio: no ai dinieghi automatici
Il Tribunale di Sorveglianza aveva negato a un condannato l'applicazione della misura dell'esecuzione della pena a domicilio basandosi esclusivamente sul precedente diniego della detenzione domiciliare ordinaria e sulla sua generica pericolosità sociale. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del condannato, chiarendo che l'esecuzione della pena a domicilio è un istituto autonomo volto a contrastare il sovraffollamento carcerario e applicabile anche in deroga alle regole ordinarie. Per negare tale beneficio non basta un generico giudizio di inidoneità, ma occorrono specifiche e concrete ragioni che facciano temere la commissione di gravi delitti. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato l'ordinanza di diniego con rinvio per un nuovo esame.
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Misure alternative alla detenzione: no al diniego su dati vecchi
Il Tribunale di Sorveglianza di Roma aveva respinto la richiesta di ammissione alle misure alternative alla detenzione avanzata da un condannato a un anno e sei mesi di reclusione. Il diniego si basava su precedenti penali datati e su informazioni incomplete circa il domicilio e l'attività di volontariato. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del condannato, annullando il provvedimento. I giudici di legittimità hanno rilevato che il Tribunale ha omesso di acquisire la relazione dell'Ufficio Esecuzione Penale Esterna (UEPE) e non ha esercitato i propri poteri istruttori per verificare le informazioni sul domicilio e sul volontariato, limitandosi a vecchi dati di polizia. Il caso torna al Tribunale di Sorveglianza per una nuova valutazione.
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Affidamento in prova al servizio sociale negato senza lavoro stabile
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di un uomo condannato a tre anni di reclusione per riciclaggio, confermando il diniego della misura dell'affidamento in prova al servizio sociale. Il Tribunale di Sorveglianza aveva invece disposto la detenzione domiciliare. Il condannato lamentava che fossero stati ignorati la sua condotta carceraria positiva, l'età avanzata e lo stato di salute. La Suprema Corte ha chiarito che l'affidamento in prova al servizio sociale non è un diritto automatico, ma richiede elementi concreti per una prognosi favorevole di reinserimento. Nel caso specifico, l'assenza di un'attività lavorativa e di punti di riferimento stabili sul territorio impediva la creazione di un progetto rieducativo sicuro all'esterno, rendendo adeguata la sola misura domiciliare.
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Collaboratore di giustizia: il ravvedimento non si presume mai
Un collaboratore di giustizia, condannato a una lunga pena detentiva, ha richiesto l'accesso alla detenzione domiciliare e alla liberazione condizionale. Il Tribunale di Sorveglianza ha respinto la richiesta, evidenziando l'assenza di un reale cambiamento. La Corte di Cassazione ha confermato il diniego, stabilendo che il ravvedimento del collaboratore di giustizia non può essere presunto per il solo fatto della collaborazione o della mancanza di legami attuali con la criminalità organizzata. È invece necessario dimostrare in positivo un percorso effettivo di revisione critica del passato, che includa la considerazione per le vittime e un progetto di vita concreto. Di conseguenza, il ricorso del detenuto è stato rigettato.
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Droga del coinquilino e revoca della detenzione domiciliare
Il Tribunale di Sorveglianza ha disposto la revoca della detenzione domiciliare nei confronti di un soggetto ammesso a tale misura alternativa. Durante un controllo nell'abitazione condivisa con un coinquilino, le forze dell'ordine hanno rinvenuto e sequestrato della sostanza stupefacente. I giudici hanno ritenuto che la condotta del soggetto integrasse quantomeno il reato di favoreggiamento personale, facendo venir meno la fiducia alla base del beneficio. Il condannato ha proposto ricorso sostenendo si trattasse di una mera connivenza non punibile, poiché la droga apparteneva al coinquilino. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile: la decisione del Tribunale si fonda su dati oggettivi e non è possibile richiedere una nuova valutazione dei fatti in sede di legittimità. Il ricorrente perde il ricorso e deve pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Detenzione domiciliare: rigore nei calcoli per i collaboratori
Un collaboratore di giustizia ha richiesto la detenzione domiciliare speciale, ma il Tribunale di sorveglianza ha dichiarato la domanda inammissibile. Il soggetto deve espiare oltre ventuno anni di reclusione e non ha ancora scontato la quota minima di pena prevista dalla legge per accedere al beneficio. Il condannato ha proposto ricorso in Cassazione, sostenendo che il calcolo della pena espiata dovesse considerare precedenti periodi di carcerazione e sconti per liberazione anticipata. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando che il calcolo del titolo esecutivo includeva già correttamente tutti i periodi di carcerazione presofferti e la liberazione anticipata. Di conseguenza, la richiesta di detenzione domiciliare è stata dichiarata definitivamente inammissibile poiché il requisito temporale non è stato soddisfatto.
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Affidamento in prova al servizio sociale: sì anche senza lavoro
Il Tribunale di sorveglianza aveva negato l'affidamento in prova al servizio sociale a un condannato, ritenendo ostativa l'assenza di una proposta lavorativa e valorizzando generici dissapori familiari. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del condannato, annullando la decisione con rinvio. I giudici di legittimità hanno chiarito che l'attività lavorativa rappresenta solo uno degli elementi utili per il giudizio prognostico sul reinserimento sociale, ma non costituisce un requisito obbligatorio o una condizione ostativa assoluta per accedere alla misura alternativa. La Cassazione ha rilevato la totale mancanza di una motivazione logica e dettagliata da parte del Tribunale, che si era basato su elementi vaghi e non verificati, ordinando quindi un nuovo esame della richiesta di affidamento in prova al servizio sociale.
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Reato di evasione: l’orario sbagliato non salva dai domiciliari
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un soggetto condannato per il reato di evasione. L'imputato si era allontanato dalla propria abitazione dove si trovava in regime di detenzione domiciliare. La difesa ha sostenuto l'esistenza di un errore sull'orario di autorizzazione e l'assenza di volontà di fuggire, oltre a richiedere l'applicazione della particolare tenuità del fatto e delle attenuanti generiche. I giudici di legittimità hanno respinto le tesi difensive: le contestazioni sull'orario non erano state sollevate in appello, mentre la richiesta di rivalutare la gravità del fatto e i precedenti penali costituisce un giudizio di merito precluso in Cassazione. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Evasione dagli arresti domiciliari: il sonno non è una scusa
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino accusato di evasione dagli arresti domiciliari. Durante un controllo di routine, gli agenti di polizia avevano bussato ripetutamente alla porta dell'abitazione senza ricevere risposta. L'uomo si era giustificato sostenendo di essere immerso in un sonno profondo. I giudici hanno respinto questa tesi, evidenziando che i tentativi di chiamata si erano protratti per un tempo significativo e in un orario incompatibile con il sonno profondo. Di conseguenza, la Cassazione ha confermato la condanna del ricorrente, ordinandogli anche il pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria di tremila euro in favore della Cassa delle ammende.
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Rescissione del giudicato: la firma della madre condanna la figlia
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di una donna condannata per frode assicurativa, confermando il diniego della rescissione del giudicato. La difesa sosteneva che la donna non avesse avuto effettiva conoscenza del processo poiché l'atto di citazione, inviato alla sua residenza, era stato ritirato all'ufficio postale dalla madre delegata, mentre l'imputata si trovava in detenzione domiciliare altrove. I giudici hanno stabilito che il ritiro da parte di un soggetto delegato equivale alla notifica a mani proprie, in quanto il delegato agisce come alter ego del destinatario. La regolarità del ritiro, attestata dall'ufficiale postale, può essere contestata solo con querela di falso. Di conseguenza, la conoscenza dell'atto si presume effettiva e la condanna resta definitiva.
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Riparazione per ingiusta detenzione: stop se c’è un altro arresto
Il Ministero dell'Economia e delle Finanze ha impugnato l'ordinanza che riconosceva al Richiedente la riparazione per ingiusta detenzione per un periodo di custodia cautelare in carcere, seguito da un'assoluzione definitiva. Il Ministero ha eccepito che, nello stesso periodo, il Richiedente si trovasse già agli arresti domiciliari per un altro reato. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, rilevando una grave contraddizione nella motivazione dei giudici di merito, i quali non hanno accertato se vi fosse un titolo concorrente di detenzione. La Suprema Corte ha quindi annullato la decisione, stabilendo che l'esistenza di un altro provvedimento restrittivo di pari o maggiore gravità esclude il diritto all'indennizzo, e ha rinviato il caso alla Corte d'Appello per un nuovo esame.
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Affidamento in prova al servizio sociale: stop senza riscatto
Il Tribunale di Sorveglianza ha negato l'affidamento in prova al servizio sociale a un condannato, ritenendolo non meritevole a causa della mancanza di un lavoro stabile, di un precedente arresto per spaccio e dell'assenza di una rete familiare di supporto. L'Ufficio Esecuzione Penale Esterna ha inoltre evidenziato la totale mancanza di una revisione critica del proprio passato delinquenziale. Il condannato ha proposto ricorso in Cassazione, sostenendo che per accedere alla misura alternativa fosse sufficiente il solo avvio del percorso di recupero e non una compiuta rielaborazione. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, confermando che la valutazione complessiva della condotta attuale e l'assenza di elementi positivi precludono un giudizio prognostico favorevole. Di conseguenza, il ricorrente perde il ricorso e deve pagare le spese processuali.
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Affidamento in prova al servizio sociale: rigetto senza rinvio
Il Tribunale di Sorveglianza ha negato l'affidamento in prova al servizio sociale e altre misure alternative a un condannato con problemi di tossicodipendenza e ludopatia, privo di un percorso di recupero e di una stabile occupazione. La difesa ha impugnato la decisione, lamentando il mancato rinvio dell'udienza per l'assenza della relazione dell'ufficio sociale. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando che il giudice non ha l'obbligo di disporre ulteriori accertamenti o rinviare la decisione se i documenti già presenti dimostrano chiaramente l'inidoneità del condannato alla misura. Di conseguenza, il condannato perde il ricorso e deve pagare le spese processuali.
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Istanza di rinvio per PEC tardiva: il detenuto perde il ricorso
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di un detenuto che chiedeva l'annullamento della decisione del Tribunale di Sorveglianza. Quest'ultimo aveva negato la detenzione domiciliare poiché la pena residua superava i limiti di legge, non essendo ancora stato concesso lo sconto per liberazione anticipata. Il difensore del detenuto aveva inviato un'istanza di rinvio per PEC il giorno prima dell'udienza a causa della positività al Covid-19. Tuttavia, la richiesta non era confluita nel fascicolo cartaceo del giudice. La Cassazione ha stabilito che l'invio tardivo tramite PEC comporta il rischio, a carico del mittente, del mancato inserimento nel fascicolo. Di conseguenza, l'udienza svolta con un difensore d'ufficio è legittima e il ricorso è stato respinto.
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Affidamento in prova al servizio sociale: negato se si mente
Il Tribunale di Sorveglianza ha negato a un condannato l'ammissione all'affidamento in prova al servizio sociale, concedendogli invece la detenzione domiciliare. La decisione si fonda sull'assenza di una stabile attività lavorativa, elemento fondamentale per il reinserimento sociale, e sulla falsità delle dichiarazioni del richiedente circa la sua partecipazione in una società. Il condannato ha impugnato la decisione lamentando disparità di trattamento rispetto al fratello coimputato. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando che la scelta della misura alternativa spetta alla discrezionalità del giudice di merito. Quest'ultimo deve valutare individualmente la personalità e la stabilità lavorativa del soggetto. Il ricorrente perde la causa ed è condannato a pagare le spese processuali e tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Detenzione domiciliare negata: pena breve ma reato grave
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso de Il Condannato contro il diniego della detenzione domiciliare per una pena di sei mesi. Il Tribunale di Sorveglianza aveva respinto la richiesta a causa di una precedente condanna non definitiva a oltre sei anni per estorsione aggravata da metodo mafioso. La Suprema Corte ha confermato che la pendenza di reati gravi, sebbene non definitivi, giustifica una prognosi sfavorevole sulla pericolosità sociale del soggetto. Il giudice di merito ha infatti il potere discrezionale di valutare se la misura alternativa sia idonea a prevenire la recidiva e a favorire la risocializzazione. Di conseguenza, Il Condannato perde il ricorso e viene condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Affidamento in prova negato: confermati i domiciliari
Il Tribunale di sorveglianza ha negato a una condannata la misura dell'affidamento in prova al servizio sociale, concedendole invece la detenzione domiciliare per espiare una pena residua di due anni. La decisione si fonda sulla presenza di precedenti penali e su una segnalazione per minacce e molestie risalente al 2016, elementi che richiedono un monitoraggio più stretto per prevenire il rischio di recidiva. La condannata ha proposto ricorso in Cassazione, sostenendo di aver avviato un percorso di reinserimento sociale e lavorativo, senza tuttavia allegare i relativi documenti. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando che la concessione dell'affidamento in prova richiede una prognosi favorevole di reinserimento basata anche sulla condotta successiva ai reati, e ha condannato la ricorrente al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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