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Detenzione Di Stupefacenti

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161 provvedimenti applicano questo termine

Provvedimenti

Scorta o spaccio: la detenzione di stupefacenti
L'Imputato deteneva nella propria abitazione circa cinquanta grammi di sostanza illecita, suddivisa in due involucri e frazionata in dodici dosi singole. I giudici di merito hanno qualificato il fatto come reato di detenzione di stupefacenti per spaccio, escludendo la tesi difensiva della scorta per consumo personale. L'Imputato ha proposto ricorso per Cassazione, sostenendo che l'accusa non avesse provato la destinazione a terzi della droga. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il quantitativo e le modalità di confezionamento frazionato dimostrano la cessione a terzi. L'Imputato perde il ricorso ed è condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Detenzione di stupefacenti: rigettata la lieve entità
La Corte di Cassazione ha esaminato il ricorso presentato da un imputato condannato alla pena di due anni e otto mesi di reclusione e sedicimila euro di multa per il reato di detenzione di stupefacenti. La difesa contestava la mancata qualificazione del fatto nell'ipotesi autonoma di lieve entità, trattandosi del possesso di oltre ventotto grammi lordi di shaboo. I giudici di legittimità hanno respinto l'impugnazione dichiarandola inammissibile per manifesta infondatezza e genericità. Il ricorso riproduceva mere questioni di merito già correttamente vagliate e respinte nei precedenti gradi di giudizio, confermando integralmente la condanna e imponendo il pagamento di tremila euro alla cassa delle ammende.
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Detenzione di stupefacenti: uso personale o spaccio in auto?
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per detenzione di stupefacenti (hashish). La difesa sosteneva l'uso personale, ma i giudici hanno confermato la destinazione allo spaccio. L'imputato era fermo di notte in auto a fari spenti in una nota zona di spaccio, dove un altro automobilista si era avvicinato per uno scambio rapido. La Suprema Corte ha confermato che la ricostruzione dei fatti spetta ai giudici di merito e ha escluso la particolare tenuità del fatto a causa della gravità della condotta. Di conseguenza, il ricorrente perde il ricorso e viene condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Detenzione di stupefacenti: senza reddito scatta lo spaccio
Il caso riguarda un uomo condannato per il reato di detenzione di stupefacenti a fini di spaccio. Le forze dell'ordine avevano sequestrato oltre 20 grammi di marijuana e tre coltelli sporchi di droga. Inoltre, l'imputato non aveva un reddito lecito che giustificasse l'acquisto della sostanza. La Corte d'Appello aveva quindi ritenuto che la droga non fosse per uso personale. L'uomo ha proposto ricorso in Cassazione contestando questa ricostruzione. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile: in sede di legittimità non si possono ridiscutere i fatti o chiedere una nuova valutazione delle prove se la motivazione del giudice precedente è logica e completa. L'imputato è stato condannato a pagare le spese e tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Detenzione di stupefacenti: la fuga cancella la tenuità
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un soggetto condannato per detenzione di stupefacenti ai fini di spaccio. L'uomo era stato trovato in possesso di hashish equivalente a 227 dosi. La difesa sosteneva l'uso personale e chiedeva l'applicazione della particolare tenuità del fatto. I giudici hanno respinto la richiesta, evidenziando che il soggetto non aveva un lavoro per giustificare l'acquisto, aveva tentato la fuga e non aveva mostrato alcun ravvedimento. La Suprema Corte ha confermato che la valutazione sulla tenuità richiede un esame complessivo della condotta, non solo della quantità di droga. Di conseguenza, l'imputato perde il ricorso e viene condannato a pagare le spese processuali e tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Detenzione di stupefacenti: il recupero mirato conferma la condanna
Il Ricorrente è stato condannato per detenzione di stupefacenti in concorso, dopo essere stato sorpreso dalle forze dell'ordine a recuperare a colpo sicuro, di notte tra i cespugli, un borsone con oltre 52 chili di marijuana. Il Ricorrente ha proposto ricorso per cassazione contestando la ricostruzione dei fatti e il mancato riconoscimento delle attenuanti generiche. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che non è possibile richiedere una nuova valutazione dei fatti in sede di legittimità e che il recupero mirato del borsone dimostra la piena consapevolezza del reato. Inoltre, la gravità del fatto e i precedenti penali giustificano il diniego delle attenuanti.
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Detenzione di stupefacenti: ricorso respinto e multa in Cassazione
Un uomo è stato condannato per il reato di detenzione di stupefacenti e trasporto illecito di un chilogrammo di cocaina. L'imputato ha proposto ricorso in Cassazione lamentando la mancanza di motivazione della sentenza d'appello riguardo alla sua richiesta di assoluzione. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici di legittimità hanno chiarito che le contestazioni del ricorrente miravano a ottenere una nuova valutazione dei fatti e delle prove, attività preclusa in sede di legittimità. La Corte d'Appello aveva infatti motivato la decisione in modo logico e coerente. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria a favore della Cassa delle Ammende.
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Detenzione di stupefacenti: spaccio provato ma pena da ricalcolare
L'Imputato, trovato in possesso di ottantuno dosi di cocaina e materiale da confezionamento, contestava la condanna per spaccio sostenendo l'uso personale. La Cassazione ha confermato la penale responsabilità, evidenziando che l'assenza di reddito e la presenza di strumenti di pesatura escludono il consumo proprio. Tuttavia, la Suprema Corte ha accolto il ricorso sul trattamento sanzionatorio: i giudici di appello hanno calcolato la pena partendo da un massimo edittale errato per la lieve entità. La sentenza è stata annullata limitatamente alla determinazione della pena con rinvio alla Corte d'appello per un nuovo calcolo.
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Detenzione di stupefacenti: ricorso respinto e multa salata
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per il reato di detenzione di stupefacenti, nello specifico cocaina. L'imputato contestava la ricostruzione dei fatti e la severità della pena inflitta nei precedenti gradi di giudizio. I giudici di legittimità hanno chiarito che non è possibile richiedere una nuova valutazione delle prove in sede di Cassazione. Inoltre, le contestazioni sulla pena e sulla mancata concessione della sospensione condizionale sono state ritenute generiche e prive di fondamento logico. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione di tremila euro a favore della Cassa delle ammende.
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Detenzione di stupefacenti: condannati entrambi i conviventi
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi di due conviventi condannati per la detenzione di stupefacenti (cocaina e marijuana) destinati allo spaccio. La difesa della donna contestava la sua partecipazione al reato, ma i giudici hanno confermato la responsabilità concorsuale basandosi sul ritrovamento nell'abitazione comune di quattro bilancini di precisione e di un taccuino con l'elenco dei clienti e dei crediti scritto di suo pugno. La Suprema Corte ha inoltre confermato il diniego delle circostanze attenuanti generiche, evidenziando la condotta processuale ostruzionistica della ricorrente e i suoi precedenti penali, ribadendo che la semplice incensuratezza non è più sufficiente per ottenere sconti di pena. I ricorrenti sono stati condannati anche al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Detenzione di stupefacenti: uso personale o spaccio punibile?
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di detenzione di stupefacenti a carico di un uomo trovato in possesso di 20 grammi di cocaina e 74 grammi di hashish. L'imputato sosteneva che l'hashish fosse destinato all'uso personale e chiedeva il riconoscimento della lieve entità del fatto. I giudici hanno dichiarato il ricorso inammissibile. La quantità di droga sequestrata, equivalente a ben 531 dosi medie, e il possesso di un bilancino di precisione dimostrano inequivocabilmente l'attività di spaccio. Inoltre, la detenzione contemporanea di sostanze diverse esclude la minore gravità del reato. Di conseguenza, la Suprema Corte ha rigettato la difesa del ricorrente, confermando la pena detentiva e la multa pecuniaria stabilite nei precedenti gradi di giudizio.
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Detenzione di stupefacenti: incensurato ma condannato
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un automobilista condannato per detenzione di stupefacenti ai fini di spaccio. L'uomo, fermato dalla polizia, aveva tentato di nascondere sedici bustine termosaldate di cocaina nel bocchettone di aerazione dell'auto. La difesa sosteneva l'uso personale e chiedeva le attenuanti generiche. I giudici hanno confermato la condanna, chiarendo che il frazionamento in dosi e il tentativo di occultamento provano lo spaccio. Inoltre, la Cassazione ha ribadito che la sola incensuratezza non basta per ottenere le attenuanti generiche, occorrendo elementi positivi di valutazione. L'imputato è stato condannato anche al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Detenzione di stupefacenti: l’uso personale non evita la condanna
L'Imputato è stato condannato per il reato di detenzione di stupefacenti ai fini di spaccio, nonostante sostenesse che la sostanza fosse destinata all'uso personale. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'Imputato, confermando la condanna a un anno di reclusione e tremila euro di multa. I giudici di legittimità hanno rilevato che il ricorso si limitava a contestare la valutazione delle prove effettuata nei precedenti gradi di giudizio, proponendo questioni di merito non esaminabili in sede di legittimità. Di conseguenza, l'Imputato è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e di tremila euro in favore della Cassa delle Ammende.
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Confisca di denaro per detenzione di stupefacenti: quando è vietata
L'Imputato, accusato di detenzione di eroina a fini di spaccio, concordava la pena tramite patteggiamento. Il Tribunale disponeva anche la confisca del denaro trovato in suo possesso. L'Imputato proponeva ricorso in Cassazione, contestando la legittimità della misura patrimoniale. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso limitatamente a questo punto, stabilendo che la confisca di denaro per detenzione di stupefacenti è illegittima se non viene provato che le somme siano l'effettivo profitto di una specifica attività di spaccio già avvenuta. Nel caso di semplice possesso della droga, infatti, il denaro non può essere considerato automaticamente il frutto del reato. La Suprema Corte ha quindi annullato la confisca, ordinando la restituzione del denaro all'avente diritto.
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Confisca di denaro: illegittima senza prova dello spaccio
Il Giudice per le indagini preliminari applicava all'Imputato, tramite patteggiamento, la pena di un anno di reclusione e una multa per il reato di detenzione di sostanze stupefacenti, disponendo anche la confisca di denaro trovato in suo possesso. L'Imputato ha proposto ricorso in Cassazione, contestando la legittimità della misura sul denaro. La Suprema Corte ha accolto il ricorso, stabilendo che la confisca di denaro in caso di semplice detenzione di droga è illegittima se manca un nesso diretto con l'attività di spaccio contestata. Non si può presumere che il denaro sia il profitto del reato senza prove specifiche. La Cassazione ha quindi annullato la decisione limitatamente alla confisca di denaro, ordinandone la restituzione.
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Detenzione di stupefacenti: il bilancino costa la condanna
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso proposto da un cittadino contro la condanna per detenzione di stupefacenti. La difesa sosteneva l'inoffensività della condotta, ma i giudici hanno confermato la presenza di elementi inequivocabili, come un bilancino di precisione e la provata efficacia drogante della sostanza sequestrata. Questi fattori dimostrano la chiara destinazione dello stupefacente alla cessione a terzi. La Suprema Corte ha chiarito che la richiesta di rivalutare tali elementi di fatto non rientra nei compiti del giudice di legittimità. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria di tremila euro in favore della Cassa delle ammende, confermando la sua piena colpevolezza.
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Detenzione di stupefacenti: l’uso personale non salva il condannato
Un uomo è stato condannato per detenzione di stupefacenti in concorso con la compagna. L'imputato ha presentato ricorso in Cassazione proponendo tesi contraddittorie: prima ha negato il possesso della droga, poi ne ha rivendicato l'uso personale, chiedendo la riduzione della pena. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che non si possono proporre in sede di legittimità le stesse contestazioni di fatto già respinte nei gradi precedenti, né avanzare difese palesemente incompatibili tra loro. Di conseguenza, l'imputato perde la causa e deve pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Detenzione di stupefacenti: uso personale o spaccio in casa?
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a due anni di reclusione per un uomo accusato del reato di detenzione di stupefacenti. Le forze dell'ordine avevano rinvenuto nella sua abitazione oltre 118 grammi di hashish, materiale per il confezionamento e alcune dosi già pronte. La difesa sosteneva l'uso personale e contestava la sentenza d'appello per aver motivato richiamando semplicemente la decisione di primo grado. I giudici di legittimità hanno invece ritenuto legittima la motivazione per relationem, poiché i motivi di appello riproducevano genericamente le stesse questioni già risolte. Inoltre, la quantità di droga (pari a 750 dosi) e il materiale da imballaggio dimostrano la finalità di spaccio, in mancanza di prove sullo stato di tossicodipendenza dell'imputato. Il ricorso è stato rigettato.
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Detenzione di stupefacenti: complice o spettatore nel casolare?
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per detenzione di stupefacenti a fini di spaccio. Il ricorrente, proprietario di un casolare utilizzato come base logistica per lo stoccaggio di oltre 23 chili di marijuana, sosteneva di aver assistito passivamente all'attività illecita di terzi (connivenza non punibile). La Suprema Corte ha invece confermato la sua responsabilità penale a titolo di concorso, evidenziando come la messa a disposizione dell'immobile e il possesso di strumenti di precisione dimostrassero una partecipazione attiva. I giudici hanno inoltre confermato l'aggravante dell'ingente quantità, poiché il principio attivo superava la soglia di due chilogrammi stabilita dalla giurisprudenza. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Detenzione di stupefacenti: droga in cameretta, niente sconti
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per detenzione di stupefacenti a un uomo trovato con 700 grammi di hashish, nascosti nella camera da letto del figlio. I giudici hanno escluso l'ipotesi del 'fatto di lieve entità', valorizzando non solo l'ingente quantitativo (pari a 1749 dosi), ma anche le modalità di occultamento e la presenza di due telefoni cellulari. Questi elementi, secondo la Corte, indicano un ruolo non marginale di 'custode-depositario' inserito in una rete di narcotraffico, giustificando una pena superiore ai minimi previsti. Il ricorso dell'imputato è stato quindi dichiarato inammissibile.
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