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Detenzione A Fine Di Spaccio

11 provvedimenti applicano questo termine

Definizione

Il possesso di sostanze illecite non destinato al consumo personale, ma alla vendita o alla cessione a terzi.

Norme più ricorrenti in questi provvedimenti

Provvedimenti

Detenzione a fine di spaccio tra uso personale e condanna penale
La Corte d'Appello ha condannato un imputato a dieci mesi e venti giorni di reclusione per il reato di detenzione a fine di spaccio di sostanze stupefacenti, concedendo la sospensione condizionale e la non menzione. L'imputato ha proposto ricorso in Cassazione sostenendo la destinazione della sostanza a un uso esclusivamente personale e chiedendo, in subordine, la riqualificazione del fatto nell'ipotesi di lieve entità. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che non è possibile richiedere una nuova valutazione delle prove in sede di legittimità. Inoltre, la Corte ha confermato il diniego della lieve entità a causa delle modalità organizzate e professionali con cui l'imputato gestiva l'attività illecita.
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Uso personale o detenzione a fine di spaccio: la Cassazione decide
Le forze dell'ordine hanno trovato L'Indagato in possesso di quaranta grammi di hashish suddivisi in panetti, due bilancini di precisione, materiale per il confezionamento, telefoni e schede SIM. Il Giudice di primo grado ha respinto la richiesta di custodia cautelare, ritenendo la sostanza destinata a uso personale perché i precedenti episodi di spaccio riguardavano droghe diverse. Il Tribunale dell'appello ha invece disposto gli arresti domiciliari, riconoscendo la sussistenza della detenzione a fine di spaccio. La Corte di Cassazione ha confermato la misura restrittiva: la detenzione di bilancini, telefoni e il passato criminale dimostrano l'attività di spaccio abituale, a prescindere dal tipo di droga detenuta.
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Detenzione a fine di spaccio: condanna per la droga nel locale
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a un anno di reclusione e 2.000 euro di multa per un uomo accusato di detenzione a fine di spaccio di circa 72 grammi di marijuana. Le forze dell'ordine hanno trovato la droga all'interno di un mobile situato in un'area comune condominiale. La difesa sosteneva che il locale fosse accessibile a più condomini e criticava la valutazione probatoria dei giudici di merito. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile: il giudice di legittimità non può rivalutare le prove o sostituire la ricostruzione dei fatti. La disponibilità esclusiva delle chiavi del locale e le spiegazioni inverosimili dell'imputato provano la sua piena responsabilità penale. L'imputato deve versare anche tremila euro alla cassa delle ammende.
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Detenzione a fine di spaccio: no al ricorso per riesame
Due soggetti affrontano una condanna per il reato di detenzione a fine di spaccio di sostanze stupefacenti, in particolare crack e metadone. I giudici di merito riqualificano la condotta nell'ipotesi di lieve entità. I due imputati propongono ricorso per cassazione lamentando vizi di motivazione, presunto travisamento delle prove sul concorso di persone, mancato riconoscimento della particolare tenuità del fatto ed eccessività della pena inflitta. La Corte di Cassazione dichiara i ricorsi inammissibili. I motivi presentati richiedono infatti una nuova valutazione delle prove di fatto, preclusa in sede di legittimità. Inoltre, la quantificazione della pena al di sotto della media edittale non richiede una motivazione analitica. La Suprema Corte conferma le condanne e impone a ciascun ricorrente il pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Detenzione a fine di spaccio o uso personale: il verdetto
La Corte d'Appello condanna un uomo a un anno di reclusione e a 1.500 euro di multa per il reato di lieve entità legato agli stupefacenti, riformando la precedente assoluzione di primo grado. L'imputato presenta ricorso per Cassazione contestando la sussistenza della detenzione a fine di spaccio e sostenendo che la sostanza stupefacente servisse unicamente al proprio consumo personale. La Suprema Corte dichiara il ricorso inammissibile. I giudici di legittimità ribadiscono il principio secondo cui la Cassazione non può riesaminare le prove o compiere una rilettura dei fatti storici già accertati nel merito. La richiesta della difesa mirava a sostituire la ricostruzione dei giudici con una versione alternativa. L'imputato deve quindi scontare la condanna e pagare 3.000 euro alla Cassa delle ammende.
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Detenzione a fine di spaccio: prove piene e ricorso inammissibile
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un imputato condannato per il reato di detenzione a fine di spaccio di sostanze stupefacenti. Le forze dell'ordine avevano trovato nell'auto dell'uomo trentuno dosi di eroina e nella sua abitazione un'agenda con la contabilità dell'attività illecita. La difesa contestava la ricostruzione dei fatti, l'attribuzione della droga, l'applicazione della recidiva e il mancato riconoscimento delle attenuanti generiche. I giudici di legittimità hanno ribadito che la Cassazione non può riesaminare le prove già valutate concordemente nei primi due gradi di giudizio. I motivi di ricorso erano del tutto generici e riproducevano le stesse doglianze già respinte in appello. L'imputato ha subito la conferma della condanna a un anno e quattro mesi di reclusione con multa, oltre al pagamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Droga in casa comune: confermata la detenzione a fine di spaccio
Le forze dell'ordine rinvengono circa tre chilogrammi di hashish in un'area in disuso di un'abitazione condivisa da più persone. I giudici di merito attribuiscono l'intera sostanza a uno dei residenti, condannandolo per detenzione a fine di spaccio. L'imputato propone ricorso per cassazione lamentando una condanna basata su meri indizi, poiché l'immobile ospitava altri inquilini. La Corte di Cassazione dichiara inammissibile il ricorso. La Suprema Corte conferma la solidità della ricostruzione probatoria: il frammento di stupefacente trovato nel mobile ad uso esclusivo dell'uomo presentava la medesima percentuale di principio attivo del carico nascosto, mentre gli altri residenti risultavano estranei per età e condizioni fisiche.
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Detenzione di sostanze stupefacenti: spaccio anche senza dosi
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di detenzione di sostanze stupefacenti a fini di spaccio nei confronti di un soggetto sorpreso in un parco pubblico a tarda sera. L'Imputato contestava la destinazione allo spaccio, sostenendo l'assenza di prove sulla suddivisione in dosi. I giudici hanno chiarito che la destinazione alla cessione si desume da molteplici indizi concordanti: il possesso di diverse tipologie di droga (cocaina, hashish e marijuana), la disponibilità di un bilancino di precisione, le modalità di occultamento e il contesto di tempo e di luogo (l'attesa vigile in un luogo di ritrovo per giovani a tarda sera). La Suprema Corte ha quindi rigettato il ricorso, confermando la condanna e il pagamento delle spese processuali.
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Detenzione a fine di spaccio: 33g di droga bastano per la condanna
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per detenzione a fine di spaccio nei confronti di un uomo trovato in possesso di 33 grammi di marijuana, quantità sufficiente per 266 dosi. L'imputato sosteneva che la droga fosse per uso personale, ma i giudici hanno dato peso a due elementi chiave: l'ingente quantitativo e il fatto che l'uomo si trovasse in una zona notoriamente conosciuta per lo spaccio. Secondo la Corte, questi indizi sono sufficienti a dimostrare l'intenzione di vendere la sostanza, rendendo la tesi difensiva non credibile. Di conseguenza, il ricorso dell'imputato è stato respinto e la condanna è diventata definitiva.
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Detenzione a fine di spaccio: ricorso inammissibile
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un individuo contro una condanna per detenzione a fine di spaccio. I giudici hanno stabilito che la valutazione dei fatti e delle prove è di competenza esclusiva dei tribunali di merito e che i motivi d'appello non possono limitarsi a riproporre censure generiche già respinte. La condanna al pagamento delle spese e di una sanzione è stata confermata.
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Detenzione a fine di spaccio: la Cassazione decide
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per detenzione a fine di spaccio di cocaina, stabilendo che per provare il reato non è necessaria l'evidenza diretta della vendita. Elementi indiziari come il tentativo di fuga, le modalità di incontro e la divisione della sostanza in dosi sono sufficienti a dimostrare l'intenzione di cedere la droga. L'ordinanza chiarisce anche i limiti per la concessione della sospensione condizionale della pena e del beneficio della particolare tenuità del fatto quando la condotta non risulta occasionale.
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