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Desistenza

78 provvedimenti applicano questo termine

Definizione

Interruzione volontaria dell'azione criminosa prima che il reato sia portato a compimento.

Norme più ricorrenti in questi provvedimenti

Provvedimenti

Notifica Fallimento: Valida anche con errori, desistenza irrilevante
Un ex amministratore di una società, già cancellata dal Registro delle Imprese, ha contestato la dichiarazione di fallimento della stessa. Ha sostenuto che la notifica dell'istanza di fallimento fosse irregolare e che la successiva rinuncia del creditore (desistenza) avrebbe dovuto impedire il fallimento. La Corte d'Appello aveva già respinto queste argomentazioni. La Corte di Cassazione ha confermato che la notifica, eseguita tramite deposito in Comune dopo tentativi falliti via PEC e presso la sede legale, era valida. Ha anche ribadito che la desistenza del creditore, avvenuta dopo che il tribunale si era già riservato la decisione, non può bloccare la dichiarazione di fallimento. Il ricorso dell'ex amministratore è stato quindi rigettato.
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Dichiarazione di fallimento valida dopo desistenza
Una società impugna la dichiarazione di fallimento contestando la mancata notifica autonoma dei ricorsi presentati da creditori successivi, dopo la desistenza del primo creditore istante. L'impresa sostiene inoltre l'assenza di insolvenza per via di attivi patrimoniali residui. La Corte di Cassazione respinge integralmente il ricorso dell'azienda. I giudici chiariscono che la notifica del primo ricorso incardina validamente il procedimento, gravando sul debitore l'onere di vigilare sulle ulteriori istanze riunite. La desistenza del creditore iniziale non estingue i ricorsi successivi, data la loro piena autonomia processuale. I debiti fiscali milionari e verso i lavoratori attestano l'incapacità di adempimento ordinario, confermando la legittimità della procedura concorsuale.
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Istanza di fallimento: rinvio per trattative o rinuncia?
Una società debitrice impugna la dichiarazione di fallimento sostenendo che la richiesta di rinvio per trattative avanzata dai creditori equivalesse a una rinuncia implicita agli atti. La debitrice lamenta inoltre l'abuso del diritto da parte degli istanti per mancato perfezionamento degli accordi transattivi. La Corte di Cassazione rigetta il ricorso confermando il fallimento. La Suprema Corte chiarisce che la richiesta di rinvio è un mero atto neutro del processo e non comporta alcuna rinuncia alla istanza di fallimento. Inoltre, la presenza di un credito insoluto certo e superiore alla soglia di legge legittima pienamente la procedura concorsuale. La tutela della buona fede non blocca la pronuncia giudiziale in presenza di un dissesto oggettivo e di trattative mai perfezionate formalmente.
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Assenza all’udienza prefallimentare: il fallimento resta valido
Alcuni creditori hanno chiesto il fallimento di una società debitrice. All'udienza prefallimentare i creditori non si sono presentati e il Tribunale ha respinto l'istanza. I creditori hanno quindi presentato reclamo davanti alla Corte d'Appello, che ha ribaltato l'esito dichiarando il fallimento dell'impresa. La società ha impugnato la decisione in Cassazione sostenendo che l'assenza fisica all'udienza costituisse una rinuncia tacita alla procedura. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della società debitrice, confermando integralmente il fallimento. Gli Ermellini hanno chiarito che nei procedimenti camerali l'assenza dei creditori istanti all'udienza prefallimentare non equivale affatto a una desistenza né fa decadere la loro legittimazione ad agire. La società fallita è stata inoltre condannata al pagamento integrale delle spese processuali.
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Tentato furto in abitazione: ricorso inammissibile, condanna confermata
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da due individui condannati per tentato furto in abitazione. I ricorrenti lamentavano violazioni procedurali, l'errata qualificazione del tentativo, l'eccessiva pena e il diniego delle circostanze attenuanti generiche. La Suprema Corte ha ritenuto le doglianze infondate o generiche. Ha confermato che la condotta integrava il tentato furto in abitazione e che il diniego delle attenuanti era giustificato dai precedenti penali specifici. La sentenza di condanna è stata quindi confermata, con l'obbligo per i ricorrenti di pagare le spese processuali e una somma alla cassa delle ammende.
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Furto pluriaggravato: Ricorso in Cassazione dichiarato inammissibile
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da una Persona Condannata per furto pluriaggravato. La Persona Condannata contestava la motivazione della condanna e l'esclusione della desistenza. I giudici hanno respinto il primo motivo perché riguardava solo i fatti, non questioni di diritto. Hanno ritenuto il secondo motivo generico e infondato, confermando la qualificazione del reato. La decisione finale ha quindi confermato la condanna per furto pluriaggravato, obbligando la ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una somma alla Cassa delle ammende.
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Tentato Furto: Cassazione conferma condanna, ricorso inammissibile
Un Lavoratore è stato condannato per tentato furto. Ha presentato ricorso in Cassazione, chiedendo di riqualificare il fatto come desistenza o violazione di domicilio, e contestando il trattamento sanzionatorio. La Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. Ha ritenuto che le richieste di riqualificazione fossero già state esaminate e che la valutazione della pena rientrasse nella discrezionalità del giudice di merito, se adeguatamente motivata. Il ricorso per tentato furto è stato quindi respinto, con condanna del Lavoratore al pagamento delle spese processuali e di una somma alla Cassa delle ammende.
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Tentativo di Corruzione: Funzionario Condannato, Appelli Rigettati
Un funzionario pubblico, responsabile dell'ufficio condoni, è stato accusato di tentativo di corruzione per un atto contrario ai doveri d'ufficio. Aveva proposto a un cittadino di pagare 5000 euro per ridurre l'importo di una concessione in sanatoria. Il cittadino ha denunciato i fatti. La condanna è stata confermata in appello. La Cassazione ha rigettato i ricorsi del funzionario, ritenendo utilizzabili le intercettazioni e le dichiarazioni del cittadino, che aveva simulato l'accordo. La Corte ha escluso la desistenza volontaria e ha confermato il diniego delle attenuanti generiche, condannando il funzionario al pagamento delle spese processuali e legali.
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Debiti e dichiarazione di fallimento: le regole della Cassazione
Alcuni dipendenti hanno richiesto la dichiarazione di fallimento per il titolare di una ditta individuale a causa del mancato pagamento degli stipendi. In seguito, parte dei lavoratori ha rinunciato all'azione, portando i debiti sotto la soglia di trentamila euro. Tuttavia, altri colleghi sono intervenuti nel giudizio facendo risalire il passivo oltre il limite legale. I giudici hanno confermato il dissesto dell'imprenditore. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del titolare, stabilendo che la soglia minima di debito per la dichiarazione di fallimento deve sussistere al momento della decisione finale del tribunale e che l'onere di provare il mancato superamento dei limiti dimensionali ricade sempre sul debitore.
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Reato urbanistico: il cantiere aperto cancella la prescrizione
Il Proprietario di una struttura ricettiva è stato condannato per aver realizzato interventi edilizi abusivi e violato le norme antisismiche. L'imputato ha proposto ricorso in Cassazione sostenendo che il reato urbanistico fosse ormai prescritto, affermando di aver interrotto i lavori prima del sopralluogo. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il reato urbanistico ha natura permanente e cessa solo con il completamento totale delle opere, comprese le rifiniture, o con una desistenza definitiva e provata. Spetta al ricorrente, per il principio della vicinanza della prova, dimostrare l'esatta data di ultimazione dei lavori per anticipare la prescrizione. Di conseguenza, l'imputato perde la causa e deve pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Responsabilità aggravata: sanzionato l’abuso del fallimento
Una società creditrice ha presentato un'istanza di fallimento contro un'azienda, per poi desistere dal procedimento. Il Tribunale ha dichiarato estinto il caso senza liquidare le spese. La Corte d'Appello ha condannato la creditrice alle spese, ma ha negato la condanna per responsabilità aggravata, ritenendo che questa richiedesse una sentenza e non un semplice decreto. La Cassazione ha accolto entrambi i ricorsi. Ha chiarito che, in caso di desistenza, il giudice deve liquidare le spese basandosi sulla soccombenza virtuale. Inoltre, anche con un decreto di archiviazione, il giudice può applicare d'ufficio la sanzione per responsabilità aggravata se ravvisa un abuso del processo dovuto a mala fede o colpa grave. La causa torna in Appello per una nuova decisione.
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Revoca del fallimento: la quietanza senza data certa non basta
Una società commerciale ha impugnato la sentenza che ne dichiarava il fallimento, presentando una quietanza di pagamento per dimostrare l'avvenuta estinzione del debito verso l'unica creditrice istante. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della società, confermando che la revoca del fallimento per desistenza del creditore richiede che il pagamento sia avvenuto prima della dichiarazione di fallimento e che la quietanza abbia data certa ai sensi dell'articolo 2704 del codice civile. Nel caso specifico, la firma sulla quietanza era stata autenticata da un avvocato e non da un pubblico ufficiale, rendendo la data incerta e inopponibile. Inoltre, l'amministratore aveva ammesso l'esistenza del debito in un momento successivo alla sentenza dichiarativa.
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Dichiarazione di fallimento: se il PM rinuncia il giudice si ferma
Il Pubblico Ministero presentava un'istanza per la dichiarazione di fallimento nei confronti di un'Azienda in liquidazione, ma decideva di desistere prima della decisione del Tribunale. Nonostante la rinuncia, il Tribunale dichiarava comunque il fallimento. La Corte d'Appello revocava tale decisione, ritenendo che la desistenza del Pubblico Ministero impedisse al giudice di procedere d'ufficio. La Corte di Cassazione ha confermato questa linea, rigettando il ricorso del Fallimento. I giudici hanno stabilito che il Pubblico Ministero, agendo come parte sostanziale, ha la piena facoltà di rinunciare alla propria richiesta. Consentire al giudice di pronunciare la dichiarazione di fallimento nonostante la desistenza significherebbe reintrodurre illegittimamente il fallimento d'ufficio, abolito dalla riforma del diritto fallimentare. L'Azienda in liquidazione vince definitivamente la causa.
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Estensione del fallimento ai soci: legittima anche se successiva
Il Tribunale ha dichiarato il fallimento di una società di persone e, successivamente, ha disposto l'estensione del fallimento ai soci illimitatamente responsabili. I Soci hanno impugnato la decisione, sostenendo che il fallimento dei soci palesi non potesse essere dichiarato con una sentenza separata e successiva, e che la rinuncia del primo creditore istante dovesse estinguere il procedimento. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. I giudici hanno chiarito che l'estensione del fallimento ai soci può avvenire in tempi diversi per ragioni processuali, purché sia garantito il diritto di difesa. Inoltre, la rinuncia di un creditore non blocca il procedimento se altri creditori sono intervenuti con autonome richieste.
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Dichiarazione di fallimento: il pagamento tardivo non salva l’azienda
L'Azienda ha proposto ricorso contro la sentenza che confermava la propria dichiarazione di fallimento. Il creditore istante aveva ricevuto un pagamento tramite assegno da un terzo prima della sentenza, manifestando l'intenzione di desistere. Tuttavia, la Suprema Corte ha rigettato il ricorso dell'Azienda. I giudici hanno chiarito che la desistenza del creditore, per revocare la dichiarazione di fallimento, deve basarsi su un pagamento con data certa anteriore alla sentenza stessa. Nel caso specifico, la comunicazione del pagamento era priva di data certa e l'Azienda non ha dimostrato l'estinzione tempestiva del debito, superando comunque le soglie di insolvenza previste dalla legge fallimentare. Di conseguenza, l'Azienda perde la causa e deve pagare le spese processuali.
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Dichiarazione di fallimento: l’accordo tardivo non la revoca
Un'azienda ha impugnato la dichiarazione di fallimento pronunciata su richiesta del suo unico creditore. L'azienda sosteneva che, prima della sentenza, era stato firmato un accordo transattivo con il creditore, il quale aveva rinunciato alla procedura (desistenza). Tuttavia, questo accordo è stato presentato solo durante la fase di appello. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'azienda. I giudici hanno stabilito che la desistenza del creditore non cancella automaticamente la dichiarazione di fallimento se non c'è la prova certa che il debito sia stato interamente pagato prima della sentenza stessa. Nel caso di pagamento con assegno, l'estinzione del debito avviene solo al momento dell'effettivo incasso della somma e non con la semplice consegna del titolo.
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Desistenza Spaccio di Droga: No se l’intento è già provato
Un uomo, condannato per detenzione di cocaina ai fini di spaccio, ha presentato ricorso in Cassazione. La sua difesa sosteneva la tesi della desistenza spaccio di droga, affermando che avesse volontariamente rinunciato a commettere il reato. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno stabilito che non esistevano prove di una reale desistenza. Al contrario, le conversazioni intercettate dimostravano chiaramente la finalità di spaccio. La condanna è stata quindi confermata, con l'aggiunta del pagamento delle spese processuali e di una multa.
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Revoca liquidazione giudiziale: accordo tardivo non salva l’azienda
Una società viene dichiarata in stato di liquidazione giudiziale su richiesta di un creditore. Durante l'appello contro questa decisione, la società e il creditore raggiungono un accordo e quest'ultimo rinuncia alla sua richiesta. La Corte di Cassazione stabilisce però che l'accordo è tardivo. La revoca della liquidazione giudiziale non è possibile se la rinuncia del creditore avviene dopo che lo stato di insolvenza è già stato dichiarato dal tribunale. La dichiarazione di insolvenza, una volta emessa, non può essere annullata da un patto successivo tra le singole parti. Di conseguenza, la liquidazione giudiziale della società è stata confermata.
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Desistenza del creditore istante: non salva dal fallimento
La Corte di Cassazione chiarisce l'inefficacia della desistenza del creditore istante se interviene dopo la dichiarazione di fallimento. Un'azienda, dichiarata fallita su richiesta di un creditore, aveva tentato di revocare la sentenza presentando una successiva dichiarazione con cui il creditore rinunciava alla pretesa. La Corte ha stabilito che la situazione di insolvenza va valutata al momento della sentenza. Una volta dichiarato il fallimento, la procedura acquista rilevanza pubblica (effetti erga omnes) e non è più nella disponibilità del singolo creditore. Per essere valida, la prova del pagamento del debito deve avere data certa anteriore alla dichiarazione di fallimento. Di conseguenza, la successiva desistenza è irrilevante e il fallimento viene confermato.
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Tentata Estorsione: Ricorso Generico, Condanna Definitiva
Un uomo, condannato per tentata estorsione in concorso, ha presentato ricorso alla Corte di Cassazione. I giudici hanno dichiarato il ricorso inammissibile perché ritenuto generico e una mera ripetizione di argomenti già respinti nei gradi precedenti. La sentenza sottolinea che un ricorso, per essere valido, deve criticare in modo puntuale e specifico le ragioni della decisione impugnata. La Corte ha confermato la valutazione dei giudici di merito sull'attendibilità della vittima e ha escluso la possibilità di una desistenza volontaria, data l'attività intimidatoria già completata. Di conseguenza, la condanna per tentata estorsione è diventata definitiva e l'imputato è stato condannato a pagare una multa per aver presentato un ricorso infondato.
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