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Desistenza Volontaria

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336 provvedimenti applicano questo termine

Provvedimenti

Tentato omicidio dell’ex: la Cassazione conferma la condanna
L'Imputato è stato condannato a dieci anni e otto mesi di reclusione per il reato di tentato omicidio ai danni dell'ex convivente e per lesioni e minacce verso il nuovo compagno di lei. L'uomo ha aggredito l'ex compagna stringendole il collo e colpendola ripetutamente con calci all'addome mentre era priva di sensi, causandole la rottura della milza. Il giorno successivo ha assalito anche il nuovo partner della donna. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'Imputato, confermando la condanna. I giudici hanno ritenuto sussistente l'intenzione di uccidere, desumibile dalla gravità dei colpi sferrati in zone vitali e dalle dichiarazioni successive dell'aggressore. Escluse la desistenza volontaria e le attenuanti generiche, data la gravità del fatto e l'assenza di un reale pentimento.
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Tentata violenza privata: quando pentirsi non evita la condanna
Un cittadino, condannato per violenza privata e tentata violenza privata, ha proposto ricorso in Cassazione lamentando il mancato riconoscimento della desistenza o del recesso attivo. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la desistenza volontaria e il recesso attivo non sono applicabili quando si configura un tentativo compiuto, ossia quando l'azione criminosa è stata interamente realizzata ma l'evento non si è verificato per fattori esterni. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Tentato omicidio: ferite lievi ma la condanna resta ferma
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per tentato omicidio a carico dell'Imputato, che aveva aggredito la vittima con un coltello, colpendola al collo e agli arti. La difesa sosteneva la tesi della desistenza volontaria e l'assenza di intenzione di uccidere, evidenziando che la vittima non si era trovata in imminente pericolo di vita. I giudici hanno chiarito che l'intenzione di uccidere (animus necandi) si desume da elementi oggettivi come l'uso del coltello e la direzione dei colpi verso zone vitali (la giugulare). Inoltre, la desistenza non è applicabile una volta avviata l'azione lesiva. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile, con condanna dell'Imputato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Fuoco in casa e recesso attivo: avvisare la moglie non basta
L'Imputato ha appiccato il fuoco al letto della casa coniugale e si è allontanato, limitandosi ad avvisare la moglie senza aiutarla a spegnere le fiamme. Condannato per tentato incendio, ha proposto ricorso in Cassazione chiedendo il riconoscimento della diminuente del recesso attivo. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il recesso attivo richiede un'azione concreta ed efficace per scongiurare il danno. Semplici comunicazioni verbali, senza una reale cooperazione per spegnere l'incendio, non bastano a configurare la diminuente. L'Imputato perde la causa ed è condannato a pagare le spese processuali e tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Desistenza volontaria: no al ricorso se non proposta in appello
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per tentato furto aggravato. L'imputato lamentava il mancato riconoscimento della desistenza volontaria e l'eccessività della pena. I giudici hanno chiarito che la desistenza volontaria non può essere invocata per la prima volta in Cassazione se non è stata proposta in appello. Inoltre, la determinazione della pena spetta al giudice di merito, il quale ha ampi poteri discrezionali. Nel caso specifico, la sanzione, fissata vicino al minimo edittale, è stata ritenuta congrua e motivata dal disvalore del fatto, rendendo irrilevante la confessione tardiva resa solo dopo l'arrivo delle forze dell'ordine. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Tentato omicidio in condominio: l’arma si inceppa ma cala la pena
Due soggetti sono stati condannati per il tentato omicidio di un uomo, commesso sparando diversi colpi di pistola all'interno di un condominio. Gli aggressori sono fuggiti a bordo di uno scooter, rimanendo coinvolti in un incidente stradale poco dopo. La difesa ha contestato l'identificazione, l'intenzione di uccidere e ha invocato la desistenza volontaria, sostenendo che l'aggressore si fosse fermato spontaneamente. La Corte di Cassazione ha confermato la responsabilità per tentato omicidio, escludendo la desistenza poiché l'arma si era inceppata. Tuttavia, la Suprema Corte ha accolto il ricorso limitatamente all'aggravante della premeditazione, escludendola definitivamente senza rinvio, poiché mancava una pianificazione stabile e prolungata nel tempo. La sentenza è stata quindi annullata solo per la rideterminazione della pena.
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Desistenza volontaria: fuggire dalla polizia non cancella il reato
L'Imputato è stato condannato per tentata estorsione commessa tramite il cosiddetto "cavallo di ritorno", ossia la richiesta di denaro per restituire un'auto rubata. Lo scambio non si è concluso poiché l'uomo ha notato la presenza delle forze dell'ordine e si è allontanato. L'Imputato ha proposto ricorso in Cassazione sostenendo l'esistenza della desistenza volontaria. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la desistenza volontaria non è configurabile se l'interruzione dell'azione criminosa è determinata dalla percezione di un ostacolo esterno, come la polizia, e non da una scelta libera e spontanea del colpevole. Di conseguenza, l'Imputato è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali.
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Attenuanti generiche negate ai sicari: la Cassazione dice no
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per tentato omicidio e altri reati connessi a carico di quattro soggetti, respingendo tutti i ricorsi. La vicenda riguarda un agguato armato pianificato da un mandante ed eseguito da due complici, poi diventati collaboratori di giustizia. I giudici hanno chiarito che la concessione delle attenuanti generiche per i collaboratori di giustizia non " automatica, ma richiede elementi positivi ulteriori rispetto alla sola collaborazione. " stata inoltre respinta la tesi della desistenza volontaria avanzata dalla difesa, poich" l'azione omicida era stata effettivamente avviata e un colpo di pistola aveva attinto la vittima dopo l'inceppamento iniziale dell'arma. La Suprema Corte ha ritenuto logica e corretta la ricostruzione dei giudici di merito basata sulle dichiarazioni convergenti dei coimputati.
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Desistenza volontaria o arresto? Il bivio del tentato furto
Due soggetti sono stati sorpresi sulle scale di un'abitazione dalle forze dell'ordine con la refurtiva e gli arnesi da scasso. Gli imputati hanno proposto ricorso in Cassazione sostenendo l'applicabilità della desistenza volontaria, affermando di essersi fermati prima di consumare il furto dei gioielli. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi. I giudici hanno chiarito che la desistenza volontaria non è configurabile se l'azione criminosa si interrompe per l'intervento della polizia o per circostanze esterne che rendono troppo rischioso proseguire. Di conseguenza, i ricorrenti sono stati condannati al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Desistenza volontaria o fuga: negato lo sconto di pena
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso de Il Ricorrente, confermando la condanna per tentato furto, ricettazione e resistenza a pubblico ufficiale. Il Ricorrente sosteneva l'applicazione della desistenza volontaria, affermando di essersi allontanato spontaneamente dal luogo del furto. I giudici hanno chiarito che la desistenza volontaria non sussiste se l'interruzione dell'azione è determinata da fattori esterni, come la presenza di telecamere e di passanti. Inoltre, la fuga pericolosa per sfuggire alle forze dell'ordine configura l'aggravante teleologica per assicurarsi l'impunità. Di conseguenza, Il Ricorrente perde la causa e viene condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Tentato omicidio: quando la vedetta risponde di tentativo punibile
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un indagato accusato di tentato omicidio pluriaggravato. L'indagato aveva svolto il ruolo di vedetta per un agguato mafioso, monitorando la vittima tramite un localizzatore GPS installato sulla sua auto. Il piano era fallito solo grazie al tempestivo intervento delle Forze dell'ordine, che avevano rimosso il dispositivo. La difesa sosteneva che si trattasse di semplici atti preparatori non punibili e invocava la desistenza volontaria. I giudici hanno rigettato il ricorso, stabilendo che la pianificazione dettagliata e l'appostamento configurano un tentativo punibile a tutti gli effetti. La desistenza è stata esclusa poiché l'interruzione del piano criminoso è dipesa esclusivamente dall'intervento della polizia e non da una scelta libera dell'indagato.
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Tentato omicidio: condannato anche se la vittima ha ferite lievi
L'Imputato è stato condannato per il reato di tentato omicidio ai danni di un collega di lavoro, colpito alla spalla con un grosso coltello dopo un banale diverbio. La difesa sosteneva che si trattasse di semplici lesioni personali e invocava la desistenza volontaria, evidenziando che l'aggressore si era allontanato spontaneamente. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la condanna. I giudici hanno chiarito che l'intenzione di uccidere si desume dall'idoneità dell'arma e dalla direzione dei colpi verso zone vitali (addome e tronco). Inoltre, non vi è desistenza volontaria se l'azione si interrompe per fattori esterni, come la reazione della vittima che indietreggia e l'arrivo di un terzo soggetto sulla scena del crimine.
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Tentato omicidio: quando l’incidente stradale salva la vittima
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a dodici anni di reclusione per un uomo accusato di concorso in tentato omicidio, rapina e porto illegale di armi, con l'aggravante del metodo mafioso. L'imputato, insieme ad altri complici armati, aveva teso un agguato alla vittima designata, inseguendola in auto fino a provocarne il tamponamento. L'azione si era interrotta solo a causa del danneggiamento della vettura degli aggressori, che avevano poi rapinato un passante per fuggire. La difesa sosteneva che si trattasse di atti meramente preparatori e invocava la desistenza volontaria. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, stabilendo che l'appostamento e l'inseguimento armato costituiscono un idoneo e univoco inizio di esecuzione del delitto, mentre l'interruzione forzata dovuta al guasto meccanico esclude qualsiasi ipotesi di desistenza spontanea.
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Tentata estorsione: la Cassazione nega la desistenza volontaria
Due soggetti sono stati condannati per il reato di tentata estorsione aggravata in concorso ai danni di una vittima. I condannati hanno proposto ricorso in Cassazione, contestando la ricostruzione dei fatti e invocando la desistenza volontaria. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibili i ricorsi. I giudici hanno chiarito che la valutazione delle prove non può essere ridiscussa in sede di legittimità. Inoltre, hanno stabilito che la desistenza volontaria non è applicabile se gli atti idonei a produrre l'estorsione sono già stati compiuti; in questa fase può operare solo il recesso attivo, se il colpevole impedisce l'evento. I ricorrenti sono stati condannati al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Reato di estorsione: condannati gli usurai che usano violenza
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per usura e reato di estorsione a carico di due soggetti che avevano concesso prestiti a tassi usurari a una commerciante in grave stato di bisogno. Di fronte alle difficoltà di restituzione, i condannati avevano utilizzato minacce e violenze fisiche contro i familiari della vittima per impossessarsi di beni mobili e immobili. La difesa sosteneva che la condotta andasse qualificata come esercizio arbitrario delle proprie ragioni e che vi fosse stata desistenza volontaria per aver rinunciato agli interessi. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibili i ricorsi, stabilendo che il recupero di un credito usurario (quindi illecito) esclude qualsiasi pretesa legittima e che l'usura si consuma già con la promessa degli interessi, rendendo impossibile la desistenza. I ricorrenti sono stati condannati anche al risarcimento dei danni.
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Desistenza volontaria esclusa: l’allarme fa scattare la condanna
L'Imputato è stato condannato per tentato furto aggravato dopo aver cercato di svaligiare un negozio. L'azione si è interrotta solo a causa dell'attivazione dell'allarme e del successivo arrivo delle forze dell'ordine. L'Imputato ha proposto ricorso in Cassazione invocando la causa di non punibilità della desistenza volontaria. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la desistenza volontaria richiede una scelta libera e non condizionata da fattori esterni, come l'allarme o il rischio di essere catturati. Di conseguenza, l'interruzione del furto dovuta a un imprevisto non esclude la punibilità. L'Imputato è stato condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Desistenza volontaria esclusa se la fuga fallisce per un ostacolo
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per tentato furto in abitazione e furto con strappo. L'imputato lamentava il mancato riconoscimento della desistenza volontaria. I giudici hanno chiarito che la desistenza volontaria non può essere invocata se l'azione criminosa si interrompe a causa di ostacoli esterni, come la difficoltà di accedere a un motociclo per fuggire, e non per una scelta spontanea del reo. Di conseguenza, la Cassazione ha confermato la condanna e inflitto una sanzione pecuniaria al ricorrente.
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Rapina aggravata: il taglierino condanna e la resistenza non salva
Un uomo ha tentato di rapinare una cassiera minacciandola con un taglierino, ma si è fermato davanti al rifiuto della donna di aprire la cassa. Successivamente, ha consumato un'altra rapina in un supermercato facendosi consegnare il denaro. Condannato nei gradi precedenti, l'uomo ha proposto ricorso in Cassazione sostenendo la tesi della desistenza volontaria per il primo episodio. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando la condanna per rapina aggravata. I giudici hanno chiarito che non vi è desistenza se l'azione si interrompe solo per la resistenza della vittima e che il taglierino configura l'aggravante dell'uso di armi. Il ricorrente deve pagare le spese e tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Ricorso straordinario per errore di fatto: condanna confermata
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso straordinario per errore di fatto proposto da un uomo condannato per tentata rapina e detenzione di arma clandestina. Il ricorrente sosteneva che i giudici avessero errato nel valutare le intercettazioni ambientali riguardanti la sua desistenza volontaria e la consapevolezza della presenza di una pistola. La Suprema Corte ha chiarito che il ricorso straordinario per errore di fatto è ammesso solo per sviste materiali o mancate percezioni di prove esistenti, e non per contestare l'interpretazione o la valutazione del significato delle prove stesse (il cosiddetto travisamento). Di conseguenza, l'impugnazione è stata rigettata con condanna al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Desistenza volontaria o fuga? La Cassazione condanna il ladro
Un uomo si introduce nell'abitazione della vittima per compiere un furto, ma interrompe l'azione a causa del sopraggiungere di un amico del proprietario. Condannato nei precedenti gradi per tentato furto in abitazione, l'imputato ricorre in Cassazione invocando la causa di non punibilità della desistenza volontaria. La Suprema Corte dichiara il ricorso inammissibile. I giudici chiariscono che la desistenza volontaria richiede una scelta libera e non influenzata da fattori esterni. Nel caso di specie, l'interruzione è stata determinata dal rischio concreto di essere scoperti a causa dell'arrivo del terzo, escludendo così qualsiasi spontaneità. Di conseguenza, l'imputato perde il ricorso e viene condannato anche al pagamento delle spese processuali e della sanzione pecuniaria.
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