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Deducibilità Dei Costi

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132 provvedimenti applicano questo termine

Provvedimenti

Deducibilità dei costi aziendali: no a spese senza contratti
L'Agenzia delle Entrate ha contestato a una società di persone la deducibilità dei costi aziendali relativi a provvigioni pagate ai propri soci, che erano anche agenti di commercio. Il fisco ha quindi ricalcolato il reddito di partecipazione dei soci ai fini Irpef. La Commissione Tributaria Regionale ha ritenuto che i soci non avessero agito come professionisti esterni, qualificando i compensi come reddito societario, ma ha comunque riconosciuto la deducibilità delle spese professionali dei soci. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del fisco, evidenziando una contraddizione insanabile: non si possono dedurre i costi di un'attività professionale se si dichiara che tale attività non è mai stata svolta autonomamente. La sentenza è stata annullata con rinvio.
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Deducibilità dei costi aziendali: stop ai compensi soci contraddittori
L'Agenzia delle Entrate ha contestato a una società di persone la deduzione dei costi per provvigioni pagate a due soci, agenti di commercio. La Commissione Tributaria Regionale ha ritenuto deducibili tali spese, ma ha contemporaneamente qualificato i compensi come reddito di partecipazione, escludendo un reale rapporto di agenzia esterno. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Fisco, rilevando una insanabile contraddizione logica nella sentenza. Se non esiste un reale contratto d'agenzia, la deducibilità dei costi aziendali per tali prestazioni è esclusa. La Suprema Corte ha quindi annullato la decisione, rinviando la causa per un nuovo esame.
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Inversione contabile sui rottami: la società vince contro il Fisco
L'Agenzia delle Entrate ha contestato a una società l'errata applicazione dell'inversione contabile sulla vendita di rottami e l'indebita deduzione di costi per operazioni soggettivamente inesistenti. Durante il giudizio in Cassazione, la controversia sull'accertamento principale si è estinta grazie alla definizione agevolata delle liti. Per quanto riguarda le sanzioni collegate, la Corte ha rigettato il ricorso del Fisco. I giudici hanno confermato che le lavorazioni interne non avevano mutato la natura dei rottami, legittimando l'inversione contabile, e che i costi erano deducibili perché reali e certi. La società ha quindi vinto la causa e le sanzioni sono state annullate.
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Deducibilità dei costi: fisco battuto sulle fatture soggettive
L'Azienda riceveva avvisi di accertamento per indebita detrazione IVA e recupero IRES/IRAP, basati su fatture emesse da una società cartiera. L'Ufficio emetteva tali atti in sostituzione di precedenti provvedimenti annullati in autotutela. L'Azienda contestava l'accertamento invocando il condono tombale e la violazione del giudicato. La Corte di Cassazione rigetta gran parte dei motivi, ma accoglie il ricorso in relazione alla deducibilità dei costi per operazioni soggettivamente inesistenti. Grazie all'applicazione di una legge successiva favorevole (ius superveniens), la Corte stabilisce che la deducibilità dei costi è ammessa se le operazioni sono solo soggettivamente inesistenti e i costi sono reali. La sentenza viene cassata con rinvio per una nuova valutazione.
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Operazioni soggettivamente inesistenti: la prova spetta al fisco
L'Agenzia delle Entrate ha emesso avvisi di accertamento contro una società per l'uso di fatture relative a operazioni soggettivamente inesistenti, disconoscendo la detrazione IVA e la deduzione dei costi. La Commissione Tributaria Regionale ha dato ragione al fisco. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso della società, stabilendo che spetta all'Amministrazione finanziaria dimostrare la consapevolezza del contribuente riguardo alla frode fiscale. Inoltre, i costi di tali operazioni rimangono deducibili se rispettano i requisiti generali di inerenza ed effettività, a meno che non siano stati usati direttamente per commettere un reato. La sentenza è stata cassata con rinvio per un nuovo esame.
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Operazioni soggettivamente inesistenti: sì ai costi, no all’IVA
L'Azienda, attiva nel commercio di rottami, ha ricevuto un accertamento fiscale per l'uso di fatture relative a operazioni soggettivamente inesistenti. L'Agenzia delle Entrate ha contestato l'indebita detrazione IVA in regime di reverse charge e l'indebita deduzione dei costi. La Cassazione ha stabilito che l'IVA non è detraibile se l'acquirente indica consapevolmente una società cartiera in fattura senza provare la reale identità del fornitore. Tuttavia, la Corte ha accolto il ricorso sui costi: i costi di acquisto di merci reali, anche se provenienti da un soggetto fittizio, sono deducibili ai fini delle imposte dirette se non sono stati usati per commettere reati e rispettano i requisiti di inerenza e certezza. La sentenza è stata cassata con rinvio per verificare tali requisiti.
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Operazioni soggettivamente inesistenti: sì ai costi, no all’IVA
L'Amministrazione Finanziaria ha contestato a una società l'utilizzo di fatture per operazioni soggettivamente inesistenti nel commercio di rottami ferrosi, negando la detrazione IVA in regime di reverse charge e la deduzione dei relativi costi. La Corte di Cassazione ha stabilito che, in caso di inversione contabile, l'IVA non è detraibile se l'acquirente indica consapevolmente un fornitore fittizio senza provare che il vero fornitore sia un soggetto IVA. Tuttavia, la Corte ha accolto il ricorso della società sulla deducibilità dei costi: le spese per acquisti reali da soggetti diversi da quelli fatturati sono deducibili ai fini delle imposte sui redditi, purché rispettino i requisiti generali di inerenza ed effettività e i beni non siano stati usati per commettere reati. La sentenza è stata cassata con rinvio per un nuovo esame dei costi.
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Operazioni soggettivamente inesistenti: IVA persa ma costi salvi
L'Amministrazione Finanziaria ha contestato a un'azienda l'utilizzo di fatture per operazioni soggettivamente inesistenti nel commercio di rottami ferrosi, negando la deduzione dei costi e la detrazione dell'IVA in regime di reverse charge. La Corte di Cassazione ha stabilito che l'IVA non è detraibile se l'acquirente indica consapevolmente in fattura un fornitore fittizio (società cartiera) senza provare che il vero fornitore sia un soggetto IVA. Al contrario, i costi reali di tali operazioni sono deducibili ai fini delle imposte sui redditi se rispettano i requisiti generali di inerenza e certezza, poiché i beni non sono stati usati per commettere reati. La sentenza è stata cassata con rinvio per un nuovo esame sulla deducibilità dei costi.
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Deducibilità dei costi: la Cassazione stoppa il prestito titoli
Una società italiana ha stipulato un contratto di prestito titoli ("stock lending agreement") con una società estera. L'operazione consentiva di incassare dividendi quasi totalmente esenti da tasse e, contemporaneamente, di dedurre interamente le commissioni pagate. L'Agenzia delle Entrate ha contestato l'operazione, recuperando a tassazione le imposte non versate. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della società, confermando la legittimità del recupero fiscale. I giudici hanno stabilito che lo "stock lending" produce gli stessi effetti economici dell'usufrutto di azioni. Di conseguenza, si applica il limite sulla deducibilità dei costi previsto dall'articolo 109, comma 8, del TUIR. Le commissioni pagate per il prestito di titoli da cui derivano dividendi esenti sono quindi indeducibili, impedendo un indebito risparmio d'imposta.
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Deducibilità dei costi: il prestito di azioni non salva il Fisco
L'Amministrazione Finanziaria ha emesso un avviso di accertamento contro una Società per il recupero dell'Ires. La Società aveva stipulato un contratto di prestito di azioni (*stock lending*) con un'azienda estera, incassando dividendi quasi esenti da tasse e deducendo interamente la commissione pagata. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della Società, confermando la legittimità del recupero fiscale. La Corte ha stabilito che il prestito di azioni produce gli stessi effetti economici dell'usufrutto. Di conseguenza, si applica il limite sulla deducibilità dei costi previsto dall'articolo 109, comma 8, del Testo Unico delle Imposte sui Redditi. La commissione versata per il prestito di titoli che generano dividendi esenti non è deducibile, impedendo così un indebito risparmio d'imposta.
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Operazioni soggettivamente inesistenti: i costi sono deducibili
L'Agenzia delle Entrate ha emesso un avviso di accertamento contro una società di costruzioni, contestando l'utilizzo di fatture per operazioni soggettivamente inesistenti emesse da una ditta individuale qualificata come "cartiera". I giudici di merito hanno confermato l'accertamento. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso della società limitatamente alla deducibilità dei costi d'impresa. I giudici di legittimità hanno chiarito che, a differenza dell'IVA, i costi reali derivanti da operazioni soggettivamente inesistenti sono deducibili ai fini delle imposte dirette, anche se l'acquirente era consapevole della frode, purché siano rispettati i requisiti di effettività e inerenza e non si tratti di beni usati per delitti non colposo. La sentenza è stata cassata con rinvio alla Corte di Giustizia Tributaria di secondo grado.
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Deducibilità dei costi: contanti all’estero bocciati dal fisco
Un rappresentante di commercio operante all'estero si è visto contestare dall'Agenzia delle Entrate la deducibilità dei costi per alcune spese sostenute in contanti nei Paesi dell'ex Jugoslavia. L'amministrazione finanziaria ha ritenuto tali pagamenti non sufficientemente provati e privi di un collegamento chiaro con i prelievi bancari aziendali. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del lavoratore autonomo, confermando che spetta sempre al contribuente dimostrare l'effettiva inerenza e la coerenza delle spese di cui chiede la deduzione. I giudici hanno chiarito che il fisco ha il potere di disconoscere i costi che appaiono sproporzionati o non credibili, se il privato non fornisce prove solide della loro reale esistenza. Di conseguenza, il professionista perde la causa e deve pagare le spese di giudizio.
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Deducibilità dei costi: prelievi bancari tassati solo al netto
Una società ha impugnato un avviso di accertamento basato su indagini bancarie, lamentando la mancata considerazione dei costi necessari a produrre i maggiori ricavi contestati. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso sul punto specifico della deducibilità dei costi. I giudici hanno stabilito che, anche in caso di accertamento analitico-induttivo basato su prelievi bancari non giustificati, il contribuente ha il diritto di veder sottratti i costi presunti necessari alla produzione del reddito. La tassazione deve infatti colpire solo la ricchezza reale, rispettando il principio di capacità contributiva. La sentenza d'appello è stata quindi cassata con rinvio per un nuovo calcolo delle imposte dovute.
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Deducibilità dei costi: la perizia non sostituisce le fatture
L'Agenzia delle Entrate ha contestato a un contribuente l'omessa dichiarazione di una plusvalenza sulla vendita di un terreno edificabile. Gli eredi del contribuente hanno impugnato l'atto contestando la validità della firma del funzionario. La Corte di Cassazione ha respinto questo motivo, confermando che la delega di firma è valida anche senza indicare il nome del delegato. Al contrario, la Corte ha accolto il ricorso dell'ufficio sulla deducibilità dei costi. I giudici hanno stabilito che una semplice perizia giurata di parte, priva di fatture o ricevute di pagamento, non è sufficiente a dimostrare le spese sostenute. Grava infatti sul contribuente l'onere di provare l'effettivo esborso e l'inerenza delle spese. La sentenza è stata quindi cassata con rinvio.
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Deducibilità dei costi: il Fisco vince sulle fatture fittizie
L'Agenzia delle Entrate ha contestato a un imprenditore del settore metallurgico l'acquisto di rottami tramite operazioni ritenute fittizie, recuperando l'IVA e negando la deducibilità dei costi. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Fisco. I giudici hanno chiarito che la deducibilità dei costi richiede la prova rigorosa della loro inerenza all'attività d'impresa, non bastando la generica dimostrazione dell'esistenza delle operazioni commerciali. Inoltre, in tema di sanzioni tributarie, la Corte ha riaffermato il principio del favor rei: le sanzioni più favorevoli sopravvenute devono essere applicate retroattivamente se il provvedimento non è definitivo. La sentenza è stata cassata con rinvio alla Corte di giustizia tributaria di secondo grado.
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Deducibilità dei costi: la Cassazione cancella lo sconto fiscale
L'Agenzia delle Entrate ha contestato a un imprenditore individuale la deducibilità dei costi per oltre quattro milioni di euro relativi all'acquisto di materiali ferrosi. Secondo il fisco, le operazioni erano fittizie poiché i fornitori non avevano strutture idonee e i pagamenti avvenivano in contanti. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'amministrazione finanziaria, stabilendo che la deducibilità dei costi richiede sempre la prova rigorosa dell'inerenza all'attività d'impresa. I giudici di secondo grado avevano sbagliato a ritenere deducibili le spese basandosi solo sulla reale esistenza della merce, senza verificare se i costi rispettassero i requisiti di certezza e inerenza previsti dalla legge. La sentenza è stata annullata con rinvio per un nuovo esame.
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Operazioni soggettivamente inesistenti: costi deducibili ma IVA a rischio
L'Agenzia delle Entrate ha contestato a una società l'utilizzo di fatture per operazioni soggettivamente inesistenti nel settore dei rottami. La Corte di Cassazione ha stabilito che, ai fini delle imposte sui redditi, i costi di tali operazioni sono deducibili se reali e conformi alle regole generali. Tuttavia, ai fini IVA, il sistema del reverse charge non protegge l'acquirente che non dimostri di aver agito con la diligenza di un operatore accorto, non bastando la natura complessa del mercato di riferimento. Inoltre, la Corte ha confermato la legittimità del raddoppio dei termini di accertamento per la presenza di violazioni penali, indipendentemente dall'avvio dell'azione penale. Le sentenze d'appello sono state cassate con rinvio.
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Accertamenti bancari: sì alla deduzione dei costi forfettari
A seguito di verifiche fiscali sui conti correnti dei soci e di un dipendente, ritenuto socio di fatto, il Fisco ha emesso avvisi di accertamento per ricavi non dichiarati contro un'azienda edile. La Cassazione, accogliendo il ricorso dell'azienda, ha stabilito che negli accertamenti bancari l'amministrazione finanziaria non può tassare i ricavi lordi presunti senza considerare i relativi costi di produzione. Richiamando la Corte Costituzionale, i giudici hanno chiarito che il contribuente ha diritto alla deduzione forfettaria dei costi necessari a generare quei ricavi occulti. La sentenza impugnata è stata cassata con rinvio per ricalcolare le imposte dovute.
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Costi misti: no alla deducibilità in associazione in partecipazione
La Corte di Cassazione affronta il tema della deducibilità dei costi in un'associazione in partecipazione. Un'Azienda si era vista negare dal Fisco la deduzione del compenso pagato al suo partner commerciale. Il motivo era la natura 'mista' dell'apporto del partner, che non forniva solo servizi ma concedeva anche l'uso di beni (impianti pubblicitari). La Corte ha confermato la linea dell'Agenzia delle Entrate: la deducibilità dei costi in associazione in partecipazione è ammessa solo per apporti di pure opere e servizi. Se l'apporto include anche capitale, come l'uso di beni, il costo diventa interamente indeducibile ai fini IRAP. La sentenza stabilisce un principio netto sulla qualificazione fiscale degli apporti.
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Fatture per operazioni inesistenti: Cinema perde contro il Fisco
Una società di gestione cinematografica ha ricevuto un avviso di accertamento dall'Agenzia delle Entrate che contestava la deducibilità di costi e la detraibilità dell'IVA per fatture per operazioni inesistenti. L'accusa del Fisco si basava su una serie di indizi gravi, precisi e concordanti, come l'inconsistenza operativa e l'inadempienza fiscale del fornitore. La società ha tentato di dimostrare l'effettività delle prestazioni, ma la Corte di Cassazione ha respinto il ricorso. La Corte ha confermato che un quadro probatorio basato su presunzioni è sufficiente per sostenere l'accertamento, se il contribuente non fornisce una prova contraria rigorosa e convincente. Di conseguenza, la società ha perso la causa.
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