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Decadenza

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3363 provvedimenti applicano questo termine

Provvedimenti

Equa riparazione: il cittadino vince contro i ritardi dello Stato
Il Cittadino ha richiesto l'equa riparazione per l'irragionevole durata di un processo penale, in cui si era costituito parte civile, e del successivo giudizio civile per la liquidazione dei danni. La Corte d'Appello ha riconosciuto un indennizzo parziale, considerando ragionevole una durata di tre anni per la fase civile. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Cittadino, stabilendo che il giudizio civile di liquidazione costituisce la prosecuzione di quello penale e che la sua durata ragionevole deve essere di regola pari a un solo anno. Inoltre, la Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'Amministrazione della Giustizia, confermando che la sospensione feriale dei termini si applica anche al termine semestrale per proporre la domanda di equa riparazione. La causa è stata rinviata per un nuovo calcolo dell'indennizzo.
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Accertamento parziale: l’accordo non blocca i controlli futuri
Il Contribuente impugnava due avvisi di accertamento per Irpef, Iva e Irap relativi agli anni 2006 e 2007. La Commissione Tributaria Regionale annullava gli atti, ritenendo che l'adesione del contribuente a un precedente verbale di constatazione per gli anni dal 2008 al 2010 precludesse all'Amministrazione finanziaria la possibilità di svolgere ulteriori indagini bancarie per annualità diverse. La Corte di Cassazione ha ribaltato la decisione, stabilendo che l'accertamento parziale e la relativa definizione agevolata non impediscono al fisco di esercitare una successiva e ulteriore azione accertatrice, purché entro i termini di decadenza previsti dalla legge. Di conseguenza, la Suprema Corte ha accolto il ricorso dell'Agenzia delle Entrate, rinviando la causa per un nuovo esame.
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Agevolazione prima casa: il preliminare non evita la revoca
Un contribuente ha venduto la propria abitazione prima dei cinque anni dall'acquisto, perdendo temporaneamente l'agevolazione prima casa. Per conservare il beneficio fiscale, la legge gli imponeva di riacquistare un altro immobile da adibire ad abitazione principale entro un anno dalla vendita. Nonostante la firma tempestiva di un contratto preliminare con una società costruttrice, quest'ultima non ha consegnato l'immobile in tempo, impedendo la stipula del rogito definitivo entro la scadenza annuale. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'Agenzia delle Entrate, stabilendo che il preliminare non trasferisce la proprietà e che l'inadempimento della ditta venditrice non costituisce forza maggiore, trattandosi di un rischio contrattuale prevedibile. Il contribuente decade così dalle agevolazioni.
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Termine dilatorio di sessanta giorni: il fisco ha fretta ma perde
L'Agenzia delle Entrate ha impugnato la decisione che annullava gli avvisi di accertamento emessi nei confronti di una società e dei suoi soci per violazione del termine dilatorio di sessanta giorni previsto dall'art. 12, comma 7, della legge 212/2000. La società ha estinto la propria posizione aderendo alla definizione agevolata. Per i soci, la Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del fisco. I giudici hanno confermato che l'inosservanza del termine dilatorio di sessanta giorni per l'emanazione dell'atto impositivo dopo un accesso nei locali aziendali ne determina la nullità insanabile. L'imminente scadenza dei termini di accertamento non costituisce una valida ragione d'urgenza per anticipare l'invio dell'atto. Di conseguenza, i soci vincono definitivamente la causa e gli accertamenti fiscali nei loro confronti sono annullati.
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Accertamento doganale: la notizia di reato salva il Fisco
L'Azienda ha impugnato un avviso di accertamento doganale per il recupero di maggiori dazi e IVA sulle importazioni. La società eccepiva la decadenza del potere di accertamento dell'amministrazione, sostenendo che la notizia di reato non fosse idonea a interrompere i termini poiché riguardava un'altra società, era stata inviata a un'autorità incompetente e non aveva dato luogo a un processo penale. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile per difetto di autosufficienza, non avendo l'Azienda trascritto o allegato la notizia di reato contestata. La Corte ha inoltre ribadito che, per impedire la decadenza, rileva solo la trasmissione della notizia di reato entro il triennio, indipendentemente dall'esito del procedimento penale o dall'incompetenza territoriale dell'autorità ricevente. L'Azienda è stata condannata al pagamento delle spese processuali.
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Indennità di mobilità: la domanda tardiva fa perdere il sussidio
Il Lavoratore ha richiesto l'indennità di mobilità dopo essere stato licenziato. L'Istituto Previdenziale ha respinto la domanda poiché presentata oltre il termine di decadenza di sessantotto giorni. Il Lavoratore ha contestato la decisione, sostenendo di aver comunque richiesto tempestivamente l'indennità di disoccupazione e che i requisiti per la mobilità erano stati accertati solo successivamente in un giudizio contro la Regione, a causa dell'irregolarità contributiva del datore di lavoro. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che il termine per richiedere l'indennità di mobilità è perentorio e non può essere sospeso da difficoltà di fatto o dalla richiesta di un diverso ammortizzatore sociale. La sentenza che accerta il diritto all'iscrizione nelle liste ha natura meramente dichiarativa e non costitutiva del diritto, che sorge direttamente dalla legge. Il Lavoratore perde la causa e deve pagare le spese processuali.
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Mobilità in deroga: il sussidio non scade se c’è disoccupazione
Un lavoratore si dimette nel dicembre 2011 e percepisce la disoccupazione ordinaria fino ad agosto 2012. Successivamente, richiede l'indennità di mobilità in deroga. La Corte d'Appello dichiara la domanda fuori termine, calcolando la scadenza di 90 giorni dalle dimissioni. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso del lavoratore: l'accordo regionale prevedeva che il termine potesse decorrere anche dalla fine del sostegno al reddito ordinario (la disoccupazione). La sentenza viene cassata con rinvio per un nuovo esame che tenga conto della reale data di fine del sussidio precedente.
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Danni da farina nociva: sì alla responsabilità extracontrattuale
Un produttore dolciario subisce ingenti danni commerciali, tra cui la perdita di un importante cliente estero, a causa della presenza di arachidi non dichiarate nella farina fornita da un partner commerciale, che ha causato uno shock anafilattico a una consumatrice. La Corte d'Appello respinge la richiesta di risarcimento ritenendo tardiva la denuncia dei vizi della merce. La Corte di Cassazione accoglie invece il ricorso del produttore, stabilendo che, oltre alla responsabilità contrattuale, è configurabile la responsabilità extracontrattuale del venditore se il danno lede diritti assoluti estranei al contratto, come l'avviamento commerciale e la reputazione aziendale. Questa azione non è soggetta ai brevi termini di decadenza previsti per i vizi della vendita. La sentenza viene cassata con rinvio.
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Rimborso IRAP professionisti: Fisco e contribuente al rinvio
Un avvocato ha chiesto il Rimborso IRAP professionisti per gli anni dal 2012 al 2016, sostenendo l'assenza di un'autonoma organizzazione. A seguito del silenzio-rifiuto del Fisco, il professionista ha fatto ricorso. Se in primo grado la domanda è stata respinta per mancanza di prove, in appello il giudice ha accolto la richiesta, escludendo solo un acconto per presunta decadenza. L'Agenzia delle Entrate e il contribuente hanno impugnato la decisione in Cassazione. La Suprema Corte ha accolto entrambi i ricorsi: ha ritenuto la motivazione d'appello gravemente lacunosa sull'onere della prova e sulle spese di collaborazione del professionista, e ha giudicato errata la dichiarata decadenza dell'acconto 2016. La causa è stata rinviata per un nuovo esame.
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Rimborso IVA: il fisco perde contro l’errore formale
Una società di persone ha richiesto il rimborso IVA per un credito maturato nel 2009, ma non indicato nelle dichiarazioni del 2010 e 2011 per un mero errore materiale di compilazione. L'Agenzia delle Entrate ha respinto la richiesta, eccependo la scadenza del termine biennale di decadenza. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del fisco, stabilendo che se il credito d'imposta è chiaramente desumibile dalle precedenti dichiarazioni e non è contestato dall'amministrazione, non si applica il termine di decadenza biennale, bensì il termine di prescrizione ordinario decennale. Di conseguenza, la società ha diritto a ricevere il rimborso IVA richiesto.
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Doppio binario sanzionatorio: sanzioni a società e penale a socio
Una società ha ricevuto un avviso di accertamento per imposte dirette e IVA a causa di operazioni inesistenti. L'amministratore della società era già stato condannato in sede penale tramite patteggiamento per gli stessi fatti. La società ha quindi contestato le sanzioni tributarie invocando la violazione del divieto di doppia punizione. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la legittimità del provvedimento. I giudici hanno chiarito che il doppio binario sanzionatorio è pienamente legittimo quando le sanzioni colpiscono soggetti giuridici differenti: la sanzione amministrativa colpisce la società, mentre la condanna penale riguarda la persona fisica del legale rappresentante.
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Rimborso IVA: la scelta della compensazione blocca la restituzione
Una società ha richiesto il rimborso IVA per un credito del 2007, precedentemente indicato in dichiarazione per la compensazione e mai utilizzato. L'Amministrazione Finanziaria ha rifiutato la richiesta ritenendola tardiva. La Cassazione ha accolto il ricorso del fisco, stabilendo che se il contribuente sceglie la compensazione anziché il rimborso nella dichiarazione annuale, non si applica il termine di prescrizione decennale. In mancanza di una chiara volontà di rimborso, opera il termine di decadenza biennale previsto dalla legge. Di conseguenza, la richiesta presentata oltre i due anni è fuori tempo massimo. La Corte ha inoltre chiarito che le controversie sui rimborsi non possono accedere alla definizione agevolata delle liti pendenti, riservata solo agli atti impositivi.
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Decadenza dalla rateizzazione: sanzioni piene sul vecchio debito
L'Agenzia delle Entrate ha emesso una cartella di pagamento contro una società a seguito della decadenza dalla rateizzazione per gli anni di imposta 2010 e 2012, avendo la contribuente omesso il versamento di diverse rate. L'ufficio ha calcolato le sanzioni sull'intero debito originario, applicando la legge vigente all'epoca dei fatti. La società sosteneva invece l'applicazione retroattiva di una norma successiva più favorevole, che calcola le sanzioni solo sulle somme residue. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del fisco, stabilendo che le nuove regole introdotte nel 2015 non sono retroattive. Di conseguenza, per le violazioni passate, le sanzioni piene si applicano sull'intero debito originario e non solo sulle rate residue.
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Rimborso costi fideiussione IVA: stop alla decadenza del fisco
Una società di capitali ha richiesto all'Amministrazione Finanziaria il rimborso delle spese sostenute per ottenere le fideiussioni necessarie ad accedere alla procedura accelerata di rimborso dell'IVA. L'Amministrazione Finanziaria ha rifiutato il pagamento, eccependo la decadenza biennale del diritto. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del fisco, confermando che il contribuente ha diritto al rimborso costi fideiussione IVA. I giudici hanno chiarito che la garanzia fideiussoria ha natura autonoma rispetto al rapporto d'imposta, escludendo l'applicazione del termine di decadenza biennale previsto per le imposte. Di conseguenza, l'ente pubblico deve rimborsare integralmente le spese di garanzia sostenute dalla società.
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Rimborso credito IVA: il diniego non impugnato blocca tutto
L'Amministrazione Finanziaria ha negato a un contribuente il rimborso credito IVA poiché quest'ultimo non aveva impugnato il primo provvedimento di diniego emesso dall'ufficio. Il contribuente aveva successivamente ripresentato una seconda istanza per lo stesso credito, impugnando poi il silenzio-rifiuto dell'ufficio. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'Amministrazione Finanziaria, stabilendo che la mancata e tempestiva impugnazione del primo diniego rende il rapporto tributario definitivo e intangibile. Di conseguenza, la riproposizione di una seconda richiesta identica non riapre i termini per contestare il rifiuto, rendendo nullo il successivo ricorso contro il silenzio dell'ufficio. Vincitore: L'Amministrazione Finanziaria.
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Fisco e operazioni oggettivamente inesistenti: azienda condannata
L'Azienda ha ricevuto un avviso di accertamento per imposte dirette e IVA relative all'anno 2005. L'Amministrazione Finanziaria ha contestato la deducibilità di costi e la detraibilità dell'IVA basandosi su fatture per operazioni oggettivamente inesistenti emesse da una società fornitrice priva di dipendenti e di una reale struttura organizzativa. L'Azienda ha impugnato l'atto eccependo la decadenza dei termini di accertamento e contestando il riparto dell'onere della prova. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, dichiarando inammissibili i motivi di impugnazione. I giudici hanno chiarito che l'eccezione di decadenza deve essere sollevata espressamente fin dal primo grado di giudizio e che non è possibile rimettere in discussione in sede di legittimità gli accertamenti di fatto già confermati nei precedenti gradi di merito.
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Rimborso IVA non dovuta: l’Azienda batte il Fisco in Cassazione
L'Azienda cede un ramo aziendale escludendo le merci di magazzino, poi vendute separatamente con IVA. L'Agenzia delle Entrate riqualifica l'operazione come cessione d'azienda unitaria, applicando l'imposta di registro ed escludendo l'IVA. L'Azienda, che ha versato l'IVA allo Stato ma non l'ha mai ricevuta dal compratore, chiede il rimborso. Il fisco nega il rimborso ritenendolo tardivo e condizionato alla restituzione dell'IVA al compratore. La Cassazione dà ragione all'Azienda, stabilendo che il termine di due anni per il Rimborso IVA non dovuta decorre dalla definitività dell'accertamento. Inoltre, l'impossibilità di restituire al compratore una somma mai ricevuta non blocca il rimborso, purché non vi sia danno per l'erario.
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Credito d’imposta revolving: il Fisco perde sul rimborso
Un'azienda fornitrice di energia elettrica ha accumulato un credito d'imposta per accise versate in eccesso negli anni dal 2008 al 2010. L'Amministrazione finanziaria ha negato il rimborso del credito residuo, sostenendo che l'istanza fosse tardiva rispetto al termine biennale di decadenza calcolato dai singoli versamenti. La Corte di Cassazione ha invece dato ragione alla società, stabilendo che in caso di credito d'imposta revolving, utilizzato continuamente in detrazione dei debiti successivi, il termine di decadenza di due anni non decorre dai singoli pagamenti originari. Il termine inizia a decorrere solo dalla presentazione dell'ultima dichiarazione annuale di consumo, momento in cui il rapporto tributario si chiude e il credito finale emerge definitivamente come indebito non più compensabile.
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Rimborso IVA: il ritardo di due anni cancella il diritto al credito
L'Agenzia delle Entrate ha negato il rimborso IVA a una società fiduciaria, cessionaria del credito di un'altra azienda, a causa dell'omessa presentazione delle dichiarazioni fiscali per gli anni dal 2013 al 2015. I giudici di merito hanno confermato il diniego, rilevando che il diritto al rimborso era comunque decaduto per il decorso del termine di due anni dal presupposto d'imposta, risalente al 2012. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso della società fiduciaria poiché i motivi presentati non contestavano la reale motivazione della decisione precedente (la decadenza biennale), ma si concentravano erroneamente sulla sanabilità delle omesse dichiarazioni. Di conseguenza, la società ha perso la causa ed è stata condannata al pagamento delle spese processuali.
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Rimborso dell’IVA indebita: sì anche oltre i due anni
Un'azienda ha prestato servizi applicando l'IVA, ma il fisco ha poi stabilito con accertamento definitivo che l'operazione era fuori campo IVA. Il cliente ha dovuto pagare l'imposta all'erario e l'azienda fornitrice ha rimborsato il cliente. Quando l'azienda ha chiesto all'Amministrazione finanziaria il rimborso dell'IVA indebita, l'ufficio ha eccepito il superamento del termine di decadenza di due anni dal versamento originario. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'Agenzia delle Entrate. I giudici hanno stabilito che l'accertamento definitivo sul cliente costituisce un provvedimento coattivo che riapre i termini per il rimborso. Negare la restituzione violerebbe il principio europeo di neutralità dell'imposta, causando un ingiusto arricchimento dello Stato che incasserebbe due volte lo stesso tributo.
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