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Custodia Cautelare In Carcere

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2181 provvedimenti applicano questo termine

Provvedimenti

Custodia cautelare in carcere: negati i domiciliari al rapinatore
Il Tribunale del Riesame ha confermato la custodia cautelare in carcere per l'Indagato, accusato di due rapine. L'Indagato ha proposto ricorso in Cassazione, lamentando la mancata concessione degli arresti domiciliari con braccialetto elettronico e contestando la motivazione dei giudici. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici di legittimità hanno chiarito che non possono rivalutare i fatti o la scelta della misura cautelare se la motivazione del giudice di merito è logica e completa. Nel caso specifico, il Tribunale ha ampiamente giustificato l'inadeguatezza di misure meno severe, evidenziando la gravità delle rapine e il concreto pericolo di recidiva dell'Indagato, desunto da un analogo reato commesso di recente. Di conseguenza, l'Indagato perde il ricorso e viene condannato a pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Sfruttamento del lavoro: dipendenti in cella al posto del capo
Tre lavoratori con mansioni di capo operaio e operaio sono stati sottoposti a custodia cautelare in carcere per i reati di estorsione e sfruttamento del lavoro. Gli indagati avevano reclutato dei connazionali delle vittime, pretendendo da queste ultime somme di denaro per farle assumere. La difesa ha sostenuto che il reato di sfruttamento del lavoro potesse essere commesso solo da datori di lavoro formali e non da semplici dipendenti. La Corte di Cassazione ha dichiarato i ricorsi inammissibili. I giudici hanno chiarito che questo reato può essere commesso da chiunque, indipendentemente dal ruolo aziendale rivestito, poiché la legge punisce chiunque recluti o utilizzi manodopera sfruttandone il bisogno. Di conseguenza, la misura cautelare in carcere è stata confermata e i ricorrenti sono stati condannati al pagamento delle spese processuali.
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Custodia cautelare in carcere: il palo non evita la cella
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un uomo accusato di aver fatto da "palo" durante un omicidio volontario. La difesa contestava la sussistenza di gravi indizi di colpevolezza, sostenendo l'inattendibilità dei testimoni e l'assenza di prove certe sulla presenza dell'indagato sul luogo del delitto. Il Tribunale del Riesame aveva però ritenuto solido il quadro indiziario, valorizzando la stretta vicinanza dell'uomo con gli esecutori materiali e la sua fuga insieme al gruppo subito dopo l'aggressione. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, ribadendo che il giudice di legittimità non può rivalutare il merito della ricostruzione dei fatti se la motivazione dei giudici precedenti è logica, coerente e priva di travisamenti delle prove. Di conseguenza, l'indagato resta in carcere e deve pagare le spese processuali.
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Custodia cautelare in carcere: il tempo cancella il sospetto
La Corte di Cassazione ha annullato senza rinvio l'ordinanza che disponeva la custodia cautelare in carcere nei confronti dell'Indagato per associazione mafiosa. Il Tribunale del riesame, agendo come giudice del rinvio, aveva confermato la misura basandosi su vecchi indizi del 2013 e su una singola intercettazione del 2019, già ritenuta insufficiente. Il Tribunale ha giustificato l'assenza di prove recenti (il cosiddetto tempo silente) ipotizzando che la famiglia dell'Indagato avesse semplicemente adottato accortezze per evitare le intercettazioni. La Cassazione ha censurato questa ricostruzione come un'inversione logica inaccettabile, sottolineando che il giudice del rinvio ha violato l'obbligo di conformarsi alla precedente sentenza di annullamento. Di conseguenza, la Suprema Corte ha ordinato l'immediata liberazione dell'Indagato.
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Estorsione aggravata dal metodo mafioso: bastano due testimoni
Un indagato ha impugnato l'ordinanza di custodia cautelare in carcere per il reato di estorsione aggravata dal metodo mafioso. L'accusa riguardava la riscossione forzata dei canoni di locazione dagli inquilini di un immobile per conto di un clan locale. La difesa contestava la gravità degli indizi, evidenziando che solo due inquilini su otto avevano riconosciuto l'indagato. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il mancato riconoscimento da parte di alcune vittime non annulla il valore delle dichiarazioni di chi, invece, ha identificato con certezza l'indagato. La valutazione dei fatti spetta al giudice di merito e non può essere ridiscussa in sede di legittimità. Di conseguenza, l'indagato rimane in custodia cautelare e deve pagare le spese processuali.
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Carenza di interesse: ricorso inutile se la misura decade
L'Indagata, accusata di estorsione in concorso, ha proposto ricorso per cassazione contro il diniego di revoca della custodia cautelare in carcere. Nelle more del giudizio, la Corte di Cassazione ha annullato senza rinvio l'ordinanza genetica che disponeva la misura restrittiva, dichiarandone la perdita di efficacia. Di conseguenza, i giudici di legittimità hanno dichiarato il ricorso inammissibile per sopravvenuta carenza di interesse, poiché l'annullamento del provvedimento principale ha fatto venir meno l'utilità concreta di una decisione sulla revoca. L'Indagata non è stata condannata alle spese della cassa delle ammende per assenza di colpa.
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Custodia cautelare in carcere: il pericolo batte l’imminenza
La Corte di Cassazione ha confermato la misura della custodia cautelare in carcere per un indagato accusato di rapina impropria e tentato esercizio arbitrario delle proprie ragioni. La difesa contestava l'attualità del pericolo di recidiva, sostenendo che mancasse l'individuazione di una specifica occasione per delinquere. I giudici di legittimità hanno invece chiarito che l'attualità del pericolo non richiede la previsione di una specifica occasione o un'imminenza assoluta. È sufficiente una valutazione probabilistica basata sia sulla personalità aggressiva del soggetto, sia sulle concrete modalità violente del fatto, come le minacce di morte con un'arma da taglio. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile, confermando la detenzione.
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Custodia cautelare in carcere: il nuovo lavoro non evita la cella
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per due indagati accusati di traffico di droga e detenzione di armi clandestine. I ricorrenti contestavano la gravità degli indizi e l'attualità delle esigenze cautelari. Il Primo Indagato sosteneva di aver cambiato vita lavorando in un'azienda metalmeccanica, mentre il Secondo Indagato contestava il reato associativo a causa della giovane età. La Suprema Corte ha dichiarato i ricorsi inammissibili, stabilendo che la valutazione dei fatti spetta solo ai giudici di merito. Inoltre, un nuovo lavoro non cancella automaticamente i legami con la criminalità organizzata. Di conseguenza, la custodia cautelare in carcere resta confermata per entrambi, condannati anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Traffico di stupefacenti: carcere anche senza cassa comune
Il Tribunale di Lecce ha confermato la custodia cautelare in carcere per l'Indagato, accusato di essere il promotore di un'associazione finalizzata al traffico di stupefacenti attiva a Taranto. L'Indagato ha proposto ricorso in Cassazione, sostenendo l'assenza di elementi strutturali tipici del reato associativo, come la stabilità del vincolo o la disponibilità di mezzi comuni, e lamentando carenze motivazionali. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che le numerose intercettazioni telefoniche e i sequestri di droga dimostrano l'esistenza di una solida struttura organizzativa permanente, con ruoli definiti e un'attività di spaccio sistematica. Di conseguenza, la misura cautelare in carcere resta confermata e l'Indagato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Custodia cautelare in carcere: spacciare dentro il penitenziario
Il Tribunale del Riesame ha confermato la custodia cautelare in carcere per un uomo accusato di spaccio di stupefacenti all'interno di un istituto penitenziario. L'indagato ha fatto ricorso in Cassazione, sostenendo che la misura fosse sproporzionata e che i giudici avessero ignorato la sua precedente ammissione a una misura alternativa. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, stabilendo che la custodia cautelare in carcere e l'unica misura idonea. Lo spaccio commesso proprio all'interno del carcere dimostra una spiccata pericolosita sociale e rende inefficaci misure meno restrittive, come gli arresti domiciliari con braccialetto elettronico, le quali richiedono la spontanea collaborazione del soggetto.
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Deposito telematico del ricorso: l’errore PEC costa la libertà
Un indagato per reati di droga ha impugnato l'ordinanza di custodia cautelare in carcere. Il suo difensore ha presentato il ricorso tramite PEC il 10 aprile 2026, giustificando la scelta con un presunto malfunzionamento del portale ministeriale. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che, a partire dal primo aprile 2026, il deposito telematico del ricorso tramite il portale ufficiale è obbligatorio. L'uso della PEC è consentito solo in caso di malfunzionamento del sistema informatico, che deve però essere ufficialmente certificato o attestato dagli organi competenti. Non avendo la difesa fornito alcuna prova del guasto tecnico, l'invio tramite posta elettronica certificata è nullo. Il ricorrente è stato quindi condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Custodia cautelare in carcere: la confessione nega i domiciliari
Il Tribunale del Riesame confermava la custodia cautelare in carcere per un indagato accusato di concorso in rapina aggravata ai danni di una banca. L'indagato proponeva ricorso in Cassazione lamentando l'assenza di gravi indizi di colpevolezza e l'inadeguatezza della misura rispetto agli arresti domiciliari con braccialetto elettronico. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la Cassazione non può rivalutare il merito delle prove, ma solo la coerenza logica della motivazione. Nel caso di specie, la gravità della rapina e la violenza contro le forze dell'ordine giustificano la custodia cautelare in carcere, escludendo misure basate sull'autocontrollo. Inoltre, le confidenze autoaccusatorie rese a terzi hanno pieno valore confessorio se ritenute spontanee e attendibili.
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Droga parlata: confermata la custodia cautelare in carcere
Il Tribunale di Roma ha applicato la custodia cautelare in carcere nei confronti di un indagato per traffico di stupefacenti. L'indagato ha proposto ricorso in Cassazione, lamentando la violazione del principio del ne bis in idem, la mancanza di gravi indizi di colpevolezza (trattandosi di "droga parlata") e l'insussistenza delle esigenze cautelari, ritenendo l'associazione ormai smantellata. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il ne bis in idem non si applica se i procedimenti riguardano soggetti e periodi diversi. Inoltre, la gravità indiziaria è supportata da intercettazioni esplicite, sequestri e dichiarazioni degli acquirenti. Infine, per i reati associativi legati alla droga opera una presunzione di pericolosità sociale non superata nel caso specifico. Di conseguenza, la custodia cautelare in carcere è stata confermata e il ricorrente condannato al pagamento delle spese.
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Estorsione aggravata: condannato anche chi tace sul motorino
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un uomo accusato di estorsione aggravata dal metodo mafioso. L'indagato sosteneva di non aver partecipato attivamente al reato, essendosi limitato a rimanere fermo su un motorino a breve distanza mentre i complici minacciavano la vittima per ottenere il "pizzo". I giudici hanno dichiarato inammissibile il ricorso, stabilendo che anche la presenza silenziosa del complice configura un concorso nel reato. Tale condotta, infatti, rafforza l'effetto intimidatorio della minaccia e dimostra l'appartenenza a un gruppo criminale organizzato. Di conseguenza, il ricorrente perde la causa e viene condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Custodia cautelare in carcere: il tempo trascorso non salva
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un indagato contro l'ordinanza che disponeva la sua custodia cautelare in carcere per partecipazione a un'associazione finalizzata al traffico di stupefacenti. La difesa sosteneva l'insussistenza delle esigenze cautelari a causa del tempo trascorso dai fatti ("tempo silente") e della presunta espulsione del soggetto dall'Italia. La Suprema Corte ha invece confermato la misura, evidenziando che il decorso del tempo non cancella la pericolosità sociale se l'organizzazione criminale è ancora attiva e l'indagato vi è stabilmente inserito. Inoltre, l'espulsione non documentata non esclude il rischio di rientro clandestino. Di conseguenza, l'indagato resta in custodia e dovrà pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Custodia cautelare in carcere: no ai domiciliari per auto rubate
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un indagato accusato di ricettazione di auto rubate. La difesa contestava il mancato interrogatorio preventivo e sosteneva che il pericolo di inquinamento probatorio non potesse basarsi sulle condotte dei coindagati. I giudici hanno invece stabilito che l'interrogatorio preventivo può essere omesso se rischia di compromettere indagini urgenti, come il controllo dei telai e delle impronte. Inoltre, quando i soggetti agiscono in sinergia per un fine illecito comune, il rischio di inquinamento delle prove può essere riferito anche alle condotte dei coindagati. Di conseguenza, la Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando la misura restrittiva e condannando il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Associazione per delinquere: il carcere prevale sul tempo passato
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un indagato contro la custodia cautelare in carcere per i reati di furto, ricettazione e associazione per delinquere. La difesa contestava la mancanza di prove sul vincolo associativo e l'assenza di attualità del pericolo a distanza di un anno dai fatti. La Suprema Corte ha chiarito che l'esistenza del sodalizio può essere dedotta dalle modalità esecutive dei singoli reati-fine. Inoltre, la gravità e la continuità delle condotte, che hanno generato un forte allarme sociale sul territorio, giustificano l'attualità delle esigenze cautelari. Infine, i giudici hanno confermato l'inadeguatezza di misure alternative come gli arresti domiciliari, data l'elevata pericolosità del soggetto e la sua appartenenza a una fitta rete criminale. L'indagato è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Incompatibilità del difensore: il conflitto che nega la fiducia
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un indagato accusato di ricettazione di auto rubate. Il fulcro della decisione riguarda l'incompatibilità del difensore di fiducia precedentemente nominato. L'avvocato era infatti indagato per favoreggiamento verso un coindagato del suo assistito. La Suprema Corte ha stabilito che tale situazione configura un evidente conflitto di interessi, che mina l'effettività della difesa. È stata respinta anche la lamentela sulla concessione di soli dodici minuti al nuovo difensore per prepararsi, poiché la difesa era a conoscenza dell'incompatibilità da dodici giorni. Di conseguenza, la Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando il carcere e condannando l'indagato al pagamento delle spese processuali.
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Metodo mafioso ed estorsione: carcere anche senza affiliazione
Il Tribunale del Riesame confermava la custodia in carcere per Il Ricorrente, accusato di estorsione aggravata. Dalle indagini emergeva che un collaboratore del Ricorrente aveva estorto denaro a una vittima evocando l'appartenenza a un clan locale. Il Ricorrente aveva poi incassato la somma e si era scusato con il boss locale per l'azione non autorizzata. La Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del Ricorrente, confermando la misura cautelare. La Corte ha stabilito che l'aggravante del metodo mafioso si applica anche a chi non appartiene formalmente a un clan, purché utilizzi una minaccia idonea a evocare la forza intimidatrice tipica delle associazioni mafiose per favorire gli interessi economici del gruppo criminale.
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Convalida del fermo: perquisizione o arresto? Il verdetto finale
Tre indagati per sfruttamento del lavoro hanno impugnato l'ordinanza di convalida del fermo, sostenendo che la richiesta del Pubblico Ministero fosse tardiva. Secondo la difesa, il termine di quarantotto ore doveva decorrere dall'inizio della perquisizione mattutina, momento in cui era stata limitata la loro libertà di movimento, e non dalla successiva redazione del verbale. La Corte di Cassazione ha rigettato i ricorsi, chiarendo che la perquisizione non equivale a privazione della libertà ai fini del fermo. Di conseguenza, la richiesta di convalida del fermo, depositata entro le quarantotto ore dalla formale adozione del provvedimento, è pienamente tempestiva e legittima. I ricorrenti sono stati condannati al pagamento delle spese processuali.
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