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Custodia Cautelare In Carcere

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2181 provvedimenti applicano questo termine

Provvedimenti

Custodia cautelare in carcere: il paradosso dell’incensurato
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un indagato contro l'ordinanza che disponeva la custodia cautelare in carcere per traffico di oltre 43 chili di cocaina. L'indagato lamentava la mancanza di motivazione sulle esigenze cautelari e la mancata concessione degli arresti domiciliari, evidenziando la propria incensuratezza e stabilità familiare. La Suprema Corte ha chiarito che il provvedimento del Tribunale è ampiamente motivato: il coinvolgimento di più persone, i legami internazionali e l'uso di telefoni criptati giustificano la massima misura restrittiva. I domiciliari, anche con braccialetto elettronico, non sono idonei a interrompere i contatti con contesti criminali così complessi. L'indagato perde il ricorso e viene condannato anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Custodia cautelare in carcere: il coimputato esce ma tu resti
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per omicidio, il quale chiedeva la sostituzione della custodia cautelare in carcere con una misura meno afflittiva. Il ricorrente sosteneva che, poiché al coimputato erano stati concessi gli arresti domiciliari e lui stesso aveva intrapreso un percorso universitario di successo, meritasse un trattamento analogo. I giudici hanno chiarito che la valutazione delle esigenze cautelari è strettamente individuale e autonoma per ogni indagato. Di conseguenza, un provvedimento favorevole emesso per un coimputato non costituisce un elemento automatico di novità per modificare la misura cautelare altrui. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Custodia cautelare in carcere: il fornitore non evita la cella
Il Tribunale di Catanzaro ha confermato la custodia cautelare in carcere per Il Fornitore, accusato di far parte di un'associazione dedita al traffico di droga guidata da una famiglia locale. Secondo l'accusa, Il Fornitore e i suoi fratelli garantivano da Roma un approvvigionamento stabile di cocaina e hashish alla Calabria. La difesa ha impugnato il provvedimento contestando il ruolo di partecipe all'associazione e l'attualità delle esigenze cautelari. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. I giudici hanno chiarito che la costante disponibilità a rifornire il gruppo configura la partecipazione all'associazione. Inoltre, per il reato associativo opera la presunzione di attualità del pericolo e di adeguatezza della custodia cautelare in carcere, superabile solo provando la rescissione totale dei legami con il clan.
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Custodia cautelare in carcere: il trojan batte la difesa
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un indagato accusato di traffico di stupefacenti in concorso con esponenti della criminalità organizzata. La difesa contestava la gravità degli indizi, basati su intercettazioni telefoniche e ambientali ottenute tramite trojan, mettendone in dubbio l'interpretazione e l'identificazione dell'assistito. I giudici di legittimità hanno dichiarato il ricorso inammissibile. La Corte ha chiarito che l'interpretazione del linguaggio criptico utilizzato nelle intercettazioni spetta esclusivamente al giudice di merito e non può essere ridiscussa in sede di legittimità, purché la motivazione sia logica e coerente. Inoltre, l'elevata quantità di droga e i legami stabili con la criminalità organizzata giustificano pienamente la custodia cautelare in carcere per scongiurare il concreto pericolo di recidiva.
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Custodia cautelare in carcere: sì al riesame se cambiano le prove
La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'indagato contro il diniego di revoca della custodia cautelare in carcere. L'indagato, accusato di associazione mafiosa, aveva presentato nuove dichiarazioni di collaboratori di giustizia che dimostravano la mancanza di attualità della sua partecipazione al clan, risalente a molti anni prima. Il Tribunale del Riesame aveva ignorato o travisato tali elementi, ritenendoli irrilevanti senza un reale confronto. La Suprema Corte ha chiarito che i nuovi elementi possono incidere sia sulla gravità indiziaria sia sulle esigenze cautelari. Per questo motivo, ha annullato l'ordinanza e ha rinviato il caso al Tribunale per un nuovo e corretto esame della situazione.
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Custodia cautelare in carcere: lavoro lecito non evita la cella
Il Tribunale del Riesame ha confermato la custodia cautelare in carcere per un indagato accusato di associazione finalizzata al traffico di stupefacenti. L'indagato gestiva una "casa dello spaccio" a Palermo, occupandosi dei turni notturni e della contabilità come stretto collaboratore del capo del sodalizio. La difesa ha proposto ricorso in Cassazione lamentando l'assenza di gravi indizi e l'affievolimento delle esigenze cautelari, evidenziando il tempo trascorso dai fatti e lo svolgimento di un lavoro lecito. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la legittimità della misura. I giudici hanno chiarito che lo svolgimento di un'attività lavorativa lecita non esclude il pericolo di recidiva, poiché il lavoro regolare può essere usato come copertura o integrazione dei proventi illeciti. L'indagato resta quindi in carcere e deve pagare le spese processuali.
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Custodia cautelare in carcere: il tempo non cancella il pericolo
La Corte di Cassazione ha confermato l'applicazione della custodia cautelare in carcere e di altre misure restrittive nei confronti di cinque soggetti accusati di far parte di un'associazione finalizzata al traffico di stupefacenti. Gli indagati contestavano la sussistenza delle esigenze cautelari, evidenziando il tempo trascorso dai fatti e la presunta mancanza di una struttura organizzata complessa. I giudici hanno chiarito che per il reato associativo opera una presunzione di pericolosità che il mero decorso del tempo non è sufficiente a superare. Inoltre, l'esistenza del sodalizio criminoso non richiede un'organizzazione complessa, essendo sufficiente la stabile disponibilità di mezzi, come veicoli modificati o locali adibiti a deposito. Di conseguenza, tutti i ricorsi sono stati rigettati.
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Custodia cautelare in carcere: la buona condotta non basta
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un uomo accusato di associazione finalizzata al traffico di stupefacenti. L'indagato, già condannato in primo grado con rito abbreviato, aveva chiesto la sostituzione della misura con gli arresti domiciliari, sostenendo che fosse passato molto tempo dai fatti e di aver sempre rispettato le prescrizioni. I giudici hanno invece stabilito che, per reati di tale gravità, opera una presunzione di adeguatezza della custodia in carcere. Il semplice decorso del tempo o la buona condotta durante i domiciliari non bastano a escludere il pericolo di reiterazione, specialmente se il soggetto ricopre un ruolo direttivo nella criminalità organizzata e la sua abitazione è vicina alla base logistica del clan. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile.
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Custodia cautelare in carcere: il boss della droga resta dentro
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un indagato contro l'ordinanza del Tribunale del Riesame che confermava la custodia cautelare in carcere per associazione finalizzata al traffico di stupefacenti e reati in materia di armi. La difesa contestava la sussistenza dei gravi indizi e del pericolo di reiterazione del reato, sostenendo che i fatti risalissero a tre anni prima. La Suprema Corte ha invece confermato la validità della misura, evidenziando il ruolo di capo dell'indagato e la natura permanente del reato, iniziato nel 2008 e tuttora in corso. I giudici hanno ritenuto generiche le contestazioni sull'uso del captatore informatico e hanno condannato il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Associazione finalizzata al traffico di stupefacenti: il dubbio
Il Tribunale del Riesame confermava la custodia cautelare in carcere per l'Indagato, accusato di singoli episodi di spaccio e di associazione finalizzata al traffico di stupefacenti con l'aggravante mafiosa. L'Indagato ha proposto ricorso in Cassazione lamentando la mancanza di prove circa la sua stabile partecipazione all'organizzazione criminale. La Suprema Corte ha accolto parzialmente il ricorso, annullando l'ordinanza limitatamente all'accusa di associazione finalizzata al traffico di stupefacenti. I giudici hanno rilevato che le intercettazioni dimostrano la conoscenza dei fatti, ma non una collaborazione stabile e continuativa con il clan. Il caso torna al Tribunale del Riesame per una nuova valutazione su questo punto, mentre resta confermata la misura cautelare per i singoli episodi di spaccio.
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Sostituzione misura cautelare: il carcere vince sui domiciliari
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso de L'Imputato contro il diniego della sostituzione misura cautelare dalla custodia in carcere agli arresti domiciliari con braccialetto elettronico. L'Imputato, condannato per rapina aggravata dall'uso di armi, chiedeva una misura meno afflittiva presso la casa dei genitori. I giudici hanno confermato la gravità del fatto e l'attualità del pericolo di recidiva, evidenziando la personalità violenta del soggetto e la sua mancanza di indipendenza economica. La Cassazione ha ribadito che il giudizio di inadeguatezza dei domiciliari assorbe e nega implicitamente l'idoneità del braccialetto elettronico. L'Imputato perde il ricorso e viene condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Appello cautelare: scontro tra carcere e arresti domiciliari
Il Pubblico Ministero ha chiesto di sostituire la custodia in carcere con gli arresti domiciliari per un indagato che collaborava con la giustizia ed era vittima di aggressioni. Il GIP ha rigettato la richiesta e il Pubblico Ministero ha proposto appello. Il Tribunale del Riesame ha riqualificato l'appello in ricorso per cassazione, ritenendo applicabile una norma restrittiva sulle impugnazioni favorevoli all'imputato. La Corte di Cassazione ha invece chiarito che la limitazione non si applica alle misure cautelari. Di conseguenza, lo strumento corretto resta l'appello cautelare. La Suprema Corte ha quindi annullato l'ordinanza del Riesame, ordinando la trasmissione degli atti allo stesso Tribunale affinché decida sul merito dell'appello.
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Affidamento in prova al servizio sociale: revoca per mafia
Il Tribunale di Sorveglianza ha revocato con effetto retroattivo l'affidamento in prova al servizio sociale concesso a un condannato, dopo che quest'ultimo è stato sottoposto a custodia cautelare per associazione mafiosa. L'attività lavorativa presso l'impresa familiare, posta alla base del beneficio, veniva usata per imporre una posizione dominante nel settore. La Corte di Cassazione ha confermato la revoca, stabilendo che l'affidamento in prova al servizio sociale può essere revocato se sopravvengono elementi cautelari relativi a fatti precedenti che stravolgono la valutazione iniziale sulla condotta del condannato. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile con condanna alle spese.
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Custodia cautelare in carcere: l’età non cancella il pericolo
Il Tribunale di Reggio Calabria confermava la custodia cautelare in carcere per un indagato accusato di associazione finalizzata al traffico di stupefacenti ed estorsione, aggravate dal metodo mafioso. La difesa proponeva ricorso per cassazione, contestando l'identificazione dell'indagato nelle intercettazioni telefoniche e l'assenza di esigenze cautelari, valorizzando la sua giovane età e l'incensuratezza. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che l'interpretazione delle intercettazioni spetta al giudice di merito e che, per reati di tale gravità, opera una presunzione relativa di pericolosità sociale. Di conseguenza, spetta alla difesa fornire la prova contraria per evitare la custodia cautelare in carcere, elemento non avvenuto nel caso di specie. Il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali.
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Custodia cautelare in carcere: legami familiari o complicità?
Il Tribunale del Riesame ha confermato la custodia cautelare in carcere per un uomo accusato di far parte di un'associazione dedita al traffico di droga. L'indagato ha presentato ricorso in Cassazione, sostenendo di non essere un membro attivo del gruppo ma solo un parente a conoscenza dei fatti, e chiedendo la sostituzione della misura con gli arresti domiciliari. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che le intercettazioni dimostrano un legame economico e gestionale che supera i semplici rapporti familiari, in quanto l'uomo gestiva la cassa del gruppo insieme alla moglie. Inoltre, la custodia cautelare in carcere è l'unica misura idonea a impedire la reiterazione dei reati e a recidere i contatti con l'organizzazione criminale.
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Custodia cautelare in carcere: confermato l’arresto del caporale
Un imprenditore agricolo, indagato per sfruttamento del lavoro ed estorsione, ha impugnato l'ordinanza che disponeva nei suoi confronti la custodia cautelare in carcere. La difesa sosteneva l'assenza di pericoli concreti, evidenziando l'incensuratezza dell'indagato e il sequestro della sua azienda. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il pericolo di reiterazione del reato e di inquinamento delle prove è concreto e attuale fino a quando le testimonianze delle vittime non sono pienamente consolidate in dibattimento. Di conseguenza, la decisione di applicare la custodia cautelare in carcere è stata confermata, poiché supportata da una motivazione logica e coerente del tribunale di merito.
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Concorso nel reato di estorsione: scarcerato anziano padre
La Corte di Cassazione ha annullato senza rinvio l'ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa nei confronti di un uomo ultrasettantenne, accusato di associazione mafiosa e concorso nel reato di estorsione. I giudici di merito avevano ritenuto il soggetto un esponente di spicco del clan, basandosi su intercettazioni in cui i figli parlavano di estorsioni in sua presenza e sulla consegna successiva di una somma di denaro. La Suprema Corte ha invece rilevato l'assenza di gravi indizi di colpevolezza. Ascoltare passivamente i familiari o ricevere denaro dopo la consumazione del reato, senza un accordo preventivo, non costituisce concorso nel reato di estorsione né partecipazione all'associazione. Di conseguenza, la Cassazione ha ordinato l'immediata scarcerazione dell'indagato.
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Estorsione aggravata: la Cassazione annulla la scarcerazione
Il Procuratore della Repubblica ha impugnato l'ordinanza con cui il Tribunale del Riesame aveva annullato la custodia cautelare in carcere per un indagato, accusato di concorso in estorsione aggravata dal metodo mafioso. Secondo l'accusa, l'indagato aveva costretto il direttore di un villaggio turistico ad assumere soggetti vicini alla criminalità organizzata e ad affidare il servizio lavanderia a una specifica ditta. Il Tribunale aveva escluso i gravi indizi valorizzando solo una dichiarazione della vittima che parlava di semplici suggerimenti. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Procuratore, rilevando che il giudice del riesame ha omesso di valutare l'intero quadro indiziario, comprese le altre dichiarazioni della vittima sulle minacce subite e le intercettazioni telefoniche. L'ordinanza è stata annullata con rinvio per un nuovo esame.
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Custodia cautelare in carcere: quando lo spaccio è associazione
Il Tribunale del Riesame confermava la custodia cautelare in carcere nei confronti di un soggetto accusato di far parte di un'associazione dedita al traffico di droga. L'indagato proponeva ricorso in Cassazione, sostenendo che i singoli episodi di fornitura non dimostrassero la sua stabile partecipazione al gruppo criminale e chiedendo la sostituzione della misura con gli arresti domiciliari. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. I giudici hanno chiarito che la stabilità dei rapporti di fornitura, l'ingente volume d'affari e il ruolo di garante dell'approvvigionamento provano l'inserimento organico nel sodalizio. Inoltre, per il reato di associazione finalizzata al narcotraffico opera la presunzione di adeguatezza della custodia cautelare in carcere, non superata in mancanza di elementi contrari. Il ricorrente resta quindi in carcere e deve pagare le spese processuali.
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Traffico di stupefacenti: il fornitore finisce in carcere
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di un indagato contro la custodia in carcere per associazione finalizzata al traffico di stupefacenti e spaccio. L'indagato fungeva da stabile canale di approvvigionamento calabrese per un gruppo criminale messinese. La difesa contestava la stabilità del vincolo associativo, la durata limitata dei rapporti (due mesi) e l'uso del termine criptico 'erba' per indicare in realtà cocaina. La Suprema Corte ha confermato la misura cautelare, rilevando che la brevità del rapporto dipendeva solo da un controllo di polizia e che i prezzi e i quantitativi intercettati dimostravano inequivocabilmente il traffico di cocaina. Viene ribadita la doppia presunzione di adeguatezza del carcere per i reati associativi di droga.
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