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Custodia Cautelare In Carcere

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2181 provvedimenti applicano questo termine

Provvedimenti

Pericolo di reiterazione del reato: incensurato resta in carcere
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un indagato contro la custodia cautelare in carcere per tentata estorsione. La difesa contestava la sussistenza delle esigenze cautelari, evidenziando l'incensuratezza dell'uomo. La Suprema Corte ha invece confermato la misura, chiarendo che il pericolo di reiterazione del reato non richiede l'imminenza del comportamento delittuoso, ma una valutazione basata su elementi concreti e attuali. Nel caso specifico, la ripetitività delle condotte estorsive e i collegamenti accertati con la criminalità organizzata giustificano ampiamente la prognosi negativa e la necessità del carcere. Il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Custodia cautelare in carcere: l’estradizione non evita la cella
Un cittadino straniero, accusato di gestire un ingente traffico internazionale di cocaina dalla Colombia all'Italia, ha impugnato l'ordinanza che disponeva la sua custodia cautelare in carcere. La difesa sosteneva che il consenso prestato all'estradizione rappresentasse un fatto nuovo idoneo ad attenuare la misura. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno stabilito che il consenso all'estradizione non attenua la gravità del quadro cautelare. L'elevato spessore criminale dell'indagato e il suo inserimento in un cartello del narcotraffico rendono la custodia cautelare in carcere l'unica misura idonea a prevenire il concreto pericolo di recidiva, superando implicitamente ogni contraria argomentazione difensiva.
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Tentato omicidio in famiglia: la Cassazione conferma il carcere
Durante una violenta rissa familiare, l'Indagato aggrediva la Vittima con calci, pugni e lanciandole un mobile di vetro alla testa, causandole un arresto cardiaco. Il Tribunale applicava la custodia cautelare in carcere per l'ipotesi di tentato omicidio con dolo alternativo. L'Indagato ricorreva in Cassazione, lamentando l'inutilizzabilità di alcune testimonianze e l'eccessiva severità della misura cautelare rispetto agli arresti domiciliari. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, confermando la legittimità del carcere. I giudici hanno chiarito che le dichiarazioni erano utilizzabili e che la gravità dell'aggressione, unita ai precedenti dell'indagato, rende inadeguata ogni misura diversa dalla custodia in carcere, escludendo anche l'uso del braccialetto elettronico.
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Custodia cautelare in carcere: la pena lieve cancella la cella
L'Imputato, mentre si trovava agli arresti domiciliari, veniva trovato in possesso di hashish. Il Tribunale di Gela riqualificava il reato come fatto di lieve entità, sostituendo la custodia cautelare in carcere con l'obbligo di dimora. Il Pubblico Ministero proponeva appello e il Tribunale del Riesame ripristinava il carcere, ritenendo che la pendenza dell'impugnazione escludesse il limite dei tre anni di pena previsto dalla legge. La Corte di Cassazione ha annullato senza rinvio l'ordinanza del Riesame. I giudici di legittimità hanno stabilito che la custodia cautelare in carcere non può essere mantenuta se sopravviene una sentenza, anche non definitiva, che infligge una pena inferiore ai tre anni. Il principio di proporzionalità deve infatti sempre prevalere, impedendo la massima misura restrittiva se la pena finale prevista è inferiore al limite di legge.
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Custodia cautelare in carcere: il tempo non cancella il pericolo
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un soggetto accusato di far parte di un'associazione a delinquere finalizzata al favoreggiamento dell'immigrazione clandestina. L'indagato, considerato figura di vertice del gruppo, contestava la sussistenza del pericolo di reiterazione del reato, evidenziando il tempo trascorso dall'ultimo fatto contestato e l'arresto del capo dell'organizzazione. I giudici hanno dichiarato il ricorso inammissibile, ribadendo il principio della doppia presunzione relativa. Per questa tipologia di reati gravi, la legge presume la necessità della misura carceraria; spetta alla difesa dimostrare elementi concreti capaci di superare tale presunzione, non essendo sufficiente il mero decorso del tempo in assenza di nuove condotte criminose.
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Gravi indizi di colpevolezza: confermato il carcere in Cassazione
Il Tribunale di Napoli ha confermato la custodia cautelare in carcere per l'Indagato, accusato di far parte di un'associazione mafiosa. La difesa ha contestato la decisione, sostenendo l'assenza di gravi indizi di colpevolezza, l'errata identificazione vocale in alcune intercettazioni e una sovrapposizione con una precedente condanna ormai esaurita. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. I giudici hanno chiarito che i gravi indizi di colpevolezza non richiedono una certezza assoluta di colpevolezza, tipica della sentenza definitiva, ma una qualificata probabilità di condanna basata sugli elementi attuali. Le intercettazioni in carcere e le dichiarazioni del collaboratore di giustizia sono state ritenute coerenti e logiche. Di conseguenza, l'Indagato resta in carcere e deve pagare le spese del processo.
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Custodia cautelare in carcere: la Cassazione frena i ricorsi
Due fratelli accusati di associazione finalizzata al traffico di stupefacenti, con l'aggravante di aver agevolato un clan mafioso, hanno impugnato l'ordinanza che disponeva la loro custodia cautelare in carcere. I ricorrenti lamentavano una motivazione carente e un'errata valutazione delle intercettazioni telefoniche e delle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi. I giudici hanno chiarito che la valutazione sulla gravità degli indizi spetta solo ai giudici di merito e non può essere ridiscussa in sede di legittimità. Inoltre, non sono stati presentati elementi concreti per superare la presunzione di pericolosità legata alla criminalità organizzata. Di conseguenza, la custodia cautelare in carcere è stata confermata e i ricorrenti sono stati condannati anche al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Custodia cautelare in carcere: la difesa del clan svela il boss
La Corte di Cassazione ha confermato la misura della custodia cautelare in carcere nei confronti di un indagato accusato di associazione di tipo mafioso. La difesa sosteneva che una precedente sentenza di assoluzione escludesse la sua partecipazione al clan e che le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia fossero generiche. I giudici hanno chiarito che il precedente giudicato copriva solo i fatti fino al 2009. Inoltre, la gravità degli indizi è stata confermata da intercettazioni ambientali e dalla violenta e immediata reazione del clan a un attentato subito dall'indagato, elemento che dimostra il suo ruolo di vertice. Di conseguenza, la Suprema Corte ha rigettato il ricorso, confermando la custodia cautelare in carcere e condannando il ricorrente al pagamento delle spese processuali.
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Associazione di stampo mafioso: l’arresto non spezza il vincolo
Il Tribunale del Riesame ha confermato la custodia cautelare in carcere nei confronti dell'Indagato, accusato di far parte di un'associazione di stampo mafioso. La difesa ha proposto ricorso per Cassazione contestando l'utilizzabilità delle intercettazioni, l'identificazione vocale dell'indagato e chiedendo la retrodatazione dei termini di custodia cautelare a causa di una precedente carcerazione per estorsione. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso. I giudici hanno chiarito che la carcerazione non interrompe automaticamente la partecipazione a un'associazione di stampo mafioso, permanendo il vincolo associativo (affectio societatis) in assenza di elementi concreti di dissociazione. Inoltre, le intercettazioni tardive rispetto al decreto autorizzativo sono pienamente utilizzabili e l'identificazione vocale da parte della polizia giudiziaria non richiede perizia fonica. Di conseguenza, l'Indagato rimane in carcere e deve pagare le spese processuali.
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Gravi indizi di colpevolezza: in carcere la reggente del clan
Il Tribunale del Riesame ha confermato la custodia cautelare in carcere per l'Indagata, ritenuta figura di vertice di un'associazione mafiosa. La difesa ha proposto ricorso in Cassazione contestando la sussistenza dei gravi indizi di colpevolezza, sostenendo che le intercettazioni fossero indirette e che mancassero prove dirette del suo ruolo di comando. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la valutazione degli elementi indiziari, comprese le intercettazioni e le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, spetta esclusivamente al giudice di merito. La motivazione del Tribunale è risultata logica, coerente e dettagliata, evidenziando come l'Indagata avesse assunto la reggenza del clan dopo la morte del marito e l'arresto del figlio. Di conseguenza, la misura cautelare in carcere è stata confermata.
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Estorsione aggravata dal metodo mafioso: il ricorso fallisce
Il Tribunale del Riesame confermava la custodia in carcere per Il Ricorrente, accusato di estorsione aggravata dal metodo mafioso ai danni di commercianti di un mercato rionale. Secondo l'accusa, l'indagato imponeva pagamenti illeciti per conto di un clan locale. La difesa contestava l'identificazione vocale dell'indagato nelle intercettazioni e l'attualità del pericolo di recidiva. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno stabilito che l'identificazione tramite intercettazioni, supportata dalle dichiarazioni di un complice e da precedenti penali, è pienamente valida. Inoltre, per i reati di criminalità organizzata opera una presunzione di adeguatezza della misura carceraria, superabile solo provando la rottura definitiva dei legami con il clan. Il Ricorrente perde il ricorso e resta in carcere, pagando le spese e una sanzione pecuniaria.
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Custodia cautelare in carcere: no ai domiciliari per l’indagato
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un uomo indagato per spaccio di sostanze stupefacenti, respingendo la richiesta di sostituzione con gli arresti domiciliari. La difesa sosteneva l'assenza di esigenze cautelari, evidenziando l'esito negativo della perquisizione domiciliare, la revoca di una precedente dichiarazione di pericolosità sociale e lo status di lavoratore autonomo dell'indagato. I giudici hanno ritenuto legittima la custodia cautelare in carcere a causa dei gravi indizi di colpevolezza, dei precedenti specifici e dei contatti stabili con reti criminali dedite al narcotraffico. La Corte ha chiarito che l'esito negativo della perquisizione e la qualifica di imprenditore non escludono il concreto pericolo di reiterazione del reato, confermando l'adeguatezza della misura carceraria.
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Custodia cautelare in carcere: il tempo non cancella il reato
Il caso riguarda un uomo condannato in appello a cinque anni di reclusione per spaccio di stupefacenti, che ha richiesto la revoca o la sostituzione della custodia cautelare in carcere. La difesa sosteneva che il mero decorso del tempo avesse affievolito le esigenze cautelari e che si dovesse valutare la futura concessione di benefici penitenziari. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, in presenza di un giudicato cautelare e di una condanna, il semplice passaggio del tempo non basta a revocare la misura. Occorrono elementi concreti che dimostrino un effettivo cambiamento di vita o la rottura dei legami con la criminalità. Inoltre, la custodia cautelare in carcere preclude la sospensione automatica della pena. Il ricorrente resta in carcere e deve pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Omicidio in famiglia: la rinuncia al ricorso conferma il carcere
L'Indagato era stato sottoposto alla custodia cautelare in carcere per l'omicidio volontario dello zio, oltre che per ricettazione e porto abusivo d'arma. Inizialmente i familiari avevano fornito una versione di comodo, smentita poi dalle telecamere di sorveglianza che mostravano l'indagato recarsi sul luogo del delitto già armato. Contro la decisione del Tribunale del Riesame, la difesa ha proposto ricorso per Cassazione. Tuttavia, prima dell'udienza, il procuratore speciale ha depositato una formale rinuncia al ricorso. La Suprema Corte ha quindi dichiarato inammissibile il ricorso, condannando il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Custodia cautelare in carcere: la granata nascosta nel fondo
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un giovane indagato, accusato di detenzione illegale di una granata da guerra trovata in un terreno recintato. La difesa sosteneva che l'ordigno fosse sotterrato in una porzione di fondo non gestita direttamente dall'indagato, ma dal nonno. I giudici hanno ritenuto inammissibile il ricorso. Diversi elementi di fatto smentiscono la tesi difensiva: l'indagato possedeva le chiavi dell'intero fondo, accudiva un cane nella zona del ritrovamento e aveva mostrato un atteggiamento non collaborativo durante la perquisizione. Inoltre, i suoi accertati legami con la criminalità organizzata locale escludono l'ipotesi che terzi estranei abbiano nascosto l'arma a sua insaputa.
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Custodia cautelare in carcere: la residenza lontana non salva
L'Indagato, accusato di associazione mafiosa ed estorsione, ha richiesto la revoca o la sostituzione della custodia cautelare in carcere, sostenendo l'affievolimento delle esigenze di cautela a causa del tempo trascorso, della sua residenza lontana dal luogo del sodalizio e di alcune incongruenze emerse durante il dibattimento. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. I giudici hanno chiarito che, per il reato di associazione mafiosa, opera una presunzione di adeguatezza della custodia cautelare in carcere. Tale presunzione può essere superata solo dimostrando l'assoluta mancanza di pericoli. Inoltre, le parziali risultanze del processo in corso non possono essere utilizzate dal giudice della cautela per sovrapporsi alle valutazioni del giudice del dibattimento. Di conseguenza, la misura restrittiva resta confermata e l'indagato deve pagare le spese processuali.
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Pericolo di reiterazione del reato: carcere pur senza occasioni
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia in carcere per un detenuto che aveva partecipato attivamente a una violenta rivolta carceraria durante la pandemia da Covid-19. Il ricorrente aveva danneggiato la struttura con spranghe di ferro e tentato di aggredire il direttore. Il giudice di primo grado aveva escluso le esigenze cautelari ritenendo la situazione eccezionale e irripetibile. Tuttavia, la Suprema Corte ha chiarito che il pericolo di reiterazione del reato deve basarsi sulla personalità antisociale del soggetto e sulla gravità dei suoi precedenti, non sulla presenza di un'immediata occasione per delinquere. Di conseguenza, la Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del detenuto, confermando la legittimità della misura cautelare massima applicata dal Tribunale del Riesame.
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Rivolta in cella e pericolo di reiterazione del reato
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un detenuto accusato di devastazione durante una rivolta in un istituto penitenziario. Il soggetto aveva divelto un cancello d'ingresso, agevolando l'evasione di altri reclusi. Nonostante la difesa sostenesse l'eccezionalità del contesto pandemico in cui si erano svolti i fatti, i giudici hanno ritenuto sussistente un concreto e attuale pericolo di reiterazione del reato. Tale valutazione si fonda sulla gravità della condotta, sul ruolo organizzativo del soggetto e sui suoi numerosi precedenti penali per reati violenti. La Suprema Corte ha stabilito che l'attualità del pericolo non richiede l'imminenza di una nuova occasione per delinquere, ma si desume dalla spiccata propensione a violare la legge e dall'inadeguatezza di misure meno severe.
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Custodia cautelare in carcere: sì per mafia, no per l’arma
La Corte di Cassazione ha esaminato il ricorso di un cittadino sottoposto a custodia cautelare in carcere con l'accusa di associazione mafiosa, tentata estorsione e porto abusivo di armi. I giudici hanno parzialmente accolto il ricorso, annullando l'ordinanza limitatamente a un episodio di detenzione di armi. La Suprema Corte ha rilevato l'indeterminatezza dell'accusa per questo specifico capo d'imputazione, poiché mancavano indicazioni precise sul luogo e sul tempo in cui l'arma sarebbe stata utilizzata. Per il resto, la custodia cautelare in carcere è stata confermata: i giudici hanno ritenuto solidi gli indizi di colpevolezza relativi alla partecipazione attiva al clan mafioso e al tentativo di estorsione ai danni di un proprietario terriero. Il caso torna ora al Tribunale del Riesame per una nuova valutazione sulla singola accusa annullata.
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Custodia cautelare in carcere: niente domiciliari per estorsione
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un imputato condannato per estorsione aggravata dal metodo mafioso. La difesa chiedeva la sostituzione della custodia cautelare in carcere con gli arresti domiciliari, sostenendo che l'aggressione fosse solo un tentativo violento di recuperare crediti di lavoro (esercizio arbitrario delle proprie ragioni) e che il tempo trascorso avesse affievolito le esigenze cautelari. I giudici hanno invece confermato la custodia cautelare in carcere, evidenziando la brutale violenza del pestaggio, finalizzato ad affermare il potere di un clan locale. La Suprema Corte ha ribadito che la gravità del reato e il metodo mafioso fanno scattare la presunzione di adeguatezza della misura carceraria, non superata in assenza di elementi concreti di ravvedimento o di un reale affievolimento della pericolosità sociale dell'imputato.
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