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Custodia Cautelare In Carcere

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2181 provvedimenti applicano questo termine

Provvedimenti

Custodia cautelare in carcere: incensurato ma spaccia in grande
Il Tribunale di Roma ha disposto la custodia cautelare in carcere nei confronti di un indagato accusato di far parte di un'associazione finalizzata al traffico di cocaina. L'indagato ha proposto ricorso lamentando l'assenza di gravi indizi di colpevolezza, sostenendo che le accuse si basassero solo su intercettazioni e che i fatti fossero di lieve entità. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la misura della custodia cautelare in carcere è pienamente giustificata da un quadro indiziario solido, composto da pedinamenti, sequestri e intercettazioni. Inoltre, la complessa organizzazione del gruppo, capace di generare un volume d'affari di 150.000 euro al mese, esclude l'ipotesi del fatto lieve.
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Sostituzione della misura cautelare: negati i domiciliari
L'Imputato, arrestato per detenzione di ingenti quantità di droga (cocaina, hashish e marijuana) e di una pistola con munizioni nella propria abitazione, ha richiesto la sostituzione della misura cautelare in carcere con gli arresti domiciliari. Il Tribunale del Riesame ha respinto la richiesta, decisione confermata dalla Corte di Cassazione. La Suprema Corte ha stabilito che la scelta di accedere a un rito alternativo, la riqualificazione del reato e il mero decorso del tempo non dimostrano un'effettiva attenuazione delle esigenze cautelari. Inoltre, la proposta di scontare la misura in un comune vicino a quello del reato non garantisce l'allontanamento dal contesto criminale, specialmente per reati commessi in ambito domestico. Di conseguenza, la Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la custodia in carcere.
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Custodia cautelare in carcere: il tempo non cancella il pericolo
Il Tribunale di Palermo aveva annullato la custodia cautelare in carcere per un uomo accusato di essere a capo di un'associazione finalizzata al traffico di droga, ritenendo che il tempo trascorso dalla fine delle indagini escludesse il pericolo di recidiva. La Procura ha fatto ricorso, evidenziando che l'indagato gestiva il traffico anche dai domiciliari e non aveva redditi leciti. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso della Procura, stabilendo che il semplice passaggio del tempo non cancella automaticamente le esigenze cautelari. La Suprema Corte ha annullato l'ordinanza favorevole all'indagato, rinviando il caso al Tribunale per una nuova valutazione che tenga conto della reale pericolosità del soggetto e del suo ruolo di vertice nel gruppo criminale.
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Custodia cautelare in carcere: il recesso non evita la cella
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un indagato accusato di far parte di un'associazione finalizzata al traffico di stupefacenti. La difesa chiedeva la sostituzione della misura con gli arresti domiciliari, sostenendo che l'indagato fosse incensurato e si fosse allontanato dal gruppo criminale. I giudici hanno dichiarato il ricorso inammissibile, ribadendo che per i reati associativi legati alla droga opera una presunzione di adeguatezza della custodia cautelare in carcere. Tale presunzione non è superata dal semplice decorso del tempo o dal recesso formale, soprattutto se un recente arresto in flagranza dimostra che lo stile di vita del soggetto non è cambiato. L'indagato rimane quindi in carcere e dovrà pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Custodia cautelare in carcere: respinto il ricorso del promotore
Un uomo, ritenuto promotore di un'associazione dedita allo spaccio di hashish e marijuana, ha impugnato l'ordinanza che confermava la sua custodia cautelare in carcere. La difesa sosteneva l'insufficienza degli indizi, evidenziando la scarsa qualità dei video e l'assenza di una cassa comune. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, in sede cautelare, non serve una prova definitiva di colpevolezza, ma basta una qualificata probabilità di responsabilità. Inoltre, il ruolo di vertice dell'indagato e i suoi precedenti penali giustificano la custodia cautelare in carcere, superando anche il dubbio legato al tempo trascorso dai fatti.
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Custodia cautelare in carcere: no ai domiciliari per chi evade
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un indagato contro il ripristino della custodia cautelare in carcere. L'indagato, accusato di spaccio sistematico di cocaina, aveva ottenuto dal GIP la sostituzione del carcere con l'obbligo di firma. Tuttavia, il Tribunale del Riesame ha ripristinato la misura massima a causa della sua elevata pericolosita, avendo egli continuato a delinquere ed evaso i domiciliari. La Suprema Corte ha confermato questa decisione, rilevando che i motivi di ricorso erano del tutto generici e privi di un reale confronto con le dettagliate motivazioni dei giudici di merito. L'indagato perde la causa e viene condannato anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Custodia cautelare in carcere: la staffetta non evita la cella
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso de Il Ricorrente contro l'ordinanza che disponeva la custodia cautelare in carcere per concorso in trasporto e detenzione di un'ingente quantità di cocaina. L'indagato viaggiava a bordo di un'auto tallonando quella della coindagata (che trasportava la droga), svolgendo una funzione di "staffetta" per eludere i controlli di polizia. La Suprema Corte ha confermato la legittimità della misura cautelare, ritenendo logica e coerente la ricostruzione dei gravi indizi di colpevolezza effettuata dal Tribunale del Riesame. Inoltre, la pericolosità sociale del soggetto, desunta dai numerosi precedenti penali e da due precedenti evasioni, giustifica pienamente la custodia cautelare in carcere come unica misura idonea a prevenire il rischio di reiterazione del reato. Il Ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Custodia cautelare in carcere: il tempo non cancella il pericolo
Il Detenuto, condannato in primo grado per associazione finalizzata al traffico di droga ed estorsione, ha chiesto la sostituzione della custodia cautelare in carcere con gli arresti domiciliari. La difesa sosteneva che il lungo tempo trascorso dai fatti (il cosiddetto "tempo silente") e la condotta regolare avessero attenuato la sua pericolosità sociale. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il mero decorso del tempo non basta a superare la presunzione di pericolosità per reati così gravi. Il "tempo silente" rileva solo al momento della prima applicazione della misura, mentre per la sostituzione servono elementi di novità concreti che dimostrino un effettivo cambiamento della personalità del detenuto. Di conseguenza, l'imputato resta in carcere.
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Custodia cautelare in carcere: il tempo non cancella il clan
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un uomo accusato di associazione mafiosa. La difesa sosteneva che il lungo tempo trascorso dai fatti (il cosiddetto "tempo silente") e il trasferimento dell'indagato dal Piemonte alla Calabria dimostrassero l'assenza di esigenze cautelari. I giudici hanno invece stabilito che, per i reati di mafia, la presunzione di pericolosità può essere superata solo con la prova certa del recesso dall'associazione. Il semplice decorso del tempo o il trasferimento geografico non bastano a dimostrare l'allontanamento definitivo dal clan, specialmente se il soggetto manteneva i contatti con la cosca madre. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile.
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Tentativo di rapina in villa: sventato il colpo, si va in carcere
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un soggetto sottoposto a custodia in carcere per un pianificato assalto a una villa. La difesa sosteneva che l'intervento della polizia avesse bloccato l'azione prima della fase esecutiva, configurando solo atti preparatori non punibili. La Suprema Corte ha invece confermato la sussistenza del **tentativo di rapina**, poiché la banda aveva già effettuato sopralluoghi, reperito armi, passamontagna e veicoli, e si era riunita per colpire. Tali atti dimostravano un piano ormai definitivo e prossimo alla realizzazione. Inoltre, i giudici hanno ribadito che l'esclusione degli arresti domiciliari motivata dalla gravità del pericolo di recidiva comporta implicitamente il rifiuto del braccialetto elettronico. Il ricorrente perde il ricorso e resta in carcere, oltre a dover pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Trasferimento fraudolento di valori: il carcere resta inevitabile
L'Indagato, accusato di trasferimento fraudolento di valori aggravato dall'agevolazione mafiosa, ha impugnato l'ordinanza che disponeva la sua custodia cautelare in carcere. La difesa sosteneva che la misura fosse eccessiva, evidenziando l'incensuratezza dell'uomo, il sequestro delle società coinvolte e il tempo trascorso dai fatti. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, per i reati legati alla criminalità organizzata, opera una doppia presunzione di pericolosità e di adeguatezza del carcere. Questa presunzione può essere superata solo dimostrando la rescissione stabile dei legami con il clan, elemento non provato nel caso di specie. Di conseguenza, l'indagato rimane in carcere e deve pagare le spese processuali.
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Aggredisce agenti: confermata la custodia cautelare in carcere
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso de L'Indagato contro l'ordinanza che disponeva la custodia cautelare in carcere. L'uomo, privo di fissa dimora, aveva aggredito violentemente gli agenti di Polizia che gli avevano chiesto di indossare la mascherina protettiva. La difesa contestava la misura sostenendo che il rischio di recidiva fosse legato a problemi di salute richiedenti cure mediche. La Suprema Corte ha confermato la legittimita del provvedimento, evidenziando l'assoluta mancanza di autocontrollo del soggetto e la gravita della condotta. I giudici hanno chiarito che le condizioni di salute vanno segnalate al giudice del procedimento principale e non in sede di riesame. L'Indagato perde il ricorso e viene condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Custodia cautelare in carcere: il silenzio non cancella la mafia
La Corte di Cassazione ha confermato l'ordinanza del Tribunale del Riesame che disponeva la custodia cautelare in carcere per un giovane indagato di associazione mafiosa. Inizialmente, il GIP aveva respinto la richiesta del Pubblico Ministero valorizzando il "tempo silente", ossia il periodo trascorso senza nuove condotte criminose. Tuttavia, i giudici di legittimità hanno chiarito che, per il reato di associazione di stampo mafioso, opera una forte presunzione di pericolosità. Il mero decorso del tempo e l'assenza di nuovi episodi delittuosi non bastano a superare questa presunzione, specialmente se emerge una stabile vicinanza al clan e la disponibilità di armi. Di conseguenza, la custodia cautelare in carcere rimane la misura idonea.
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Gravi indizi di colpevolezza: la finta pace non evita il carcere
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per due soggetti, padre e figlio, accusati di tentato omicidio ed estorsione aggravata dal metodo mafioso. La difesa contestava la sussistenza dei gravi indizi di colpevolezza, proponendo una ricostruzione alternativa dei fatti, basata su una presunta pacificazione tra clan rivali e su diverse interpretazioni delle intercettazioni telefoniche. La Suprema Corte ha rigettato i ricorsi, chiarendo che il giudice di legittimità non può rivalutare il merito delle prove, ma deve solo verificare la coerenza logica della motivazione del Tribunale del Riesame. I giudici hanno ritenuto pienamente giustificata la misura cautelare, confermando la solidità del quadro indiziario a carico dei ricorrenti, condannati anche al pagamento delle spese processuali.
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Custodia cautelare in carcere: il legame col clan nega la libertà
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso de L'Indagato contro la conferma della custodia cautelare in carcere per il reato di associazione di stampo mafioso. La difesa sosteneva che l'annullamento con rinvio di precedenti accuse per reati finanziari (riciclaggio) costituisse un elemento nuovo idoneo a far cadere i gravi indizi di colpevolezza. I giudici hanno invece confermato la misura cautelare, evidenziando che l'appartenenza stabile al clan mafioso emergeva chiaramente da intercettazioni telefoniche, gestione di affari di famiglia e riscossione di ingenti somme di denaro. La Cassazione ha ribadito che la rivalutazione dei singoli reati fine non cancella automaticamente il quadro indiziario relativo alla partecipazione all'associazione mafiosa, condannando il ricorrente al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Custodia cautelare in carcere: negati i domiciliari al promotore
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un soggetto accusato di essere il promotore di un'associazione a delinquere finalizzata al contrabbando di carburante, aggravata dal metodo mafioso. L'imputato aveva richiesto la sostituzione della misura con gli arresti domiciliari e il braccialetto elettronico, evidenziando la propria incensuratezza e il tempo trascorso dai fatti. I giudici hanno rigettato il ricorso, stabilendo che la gravità dei legami con clan malavitosi e il ruolo di vertice ricoperto rendono la custodia cautelare in carcere l'unica misura idonea a contenere il concreto pericolo di recidiva, non ritenendo superata la presunzione di adeguatezza della misura estrema.
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Custodia cautelare in carcere: il furto recente nega il recesso
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un indagato contro l'ordinanza del Tribunale del Riesame che confermava la custodia cautelare in carcere per partecipazione a un'associazione mafiosa. La difesa sosteneva la mancanza di una valutazione autonoma da parte del giudice e l'assenza di attualità delle esigenze cautelari, collocando i fatti al 2004. La Suprema Corte ha chiarito che la motivazione per rinvio ad altri atti è legittima se basata su un effettivo vaglio critico. Inoltre, per i reati di stampo mafioso, opera una presunzione di persistenza del vincolo associativo, superabile solo con la prova di un recesso definitivo. Nel caso di specie, la partecipazione a un grave furto nel 2018 ha confermato l'attualità del legame criminale, determinando la permanenza dell'indagato in carcere.
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Associazione di tipo mafioso: finto lavoro, confermato il carcere
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia in carcere per un soggetto accusato di associazione di tipo mafioso e tentata estorsione. La difesa sosteneva che la richiesta di denaro a un imprenditore riguardasse un regolare lavoro di smaltimento rifiuti. Tuttavia, le intercettazioni hanno svelato una richiesta estorsiva, inizialmente di 3.500 euro e poi aumentata a 5.000 euro dal ricorrente, suscitando l'ira del capo clan per il rischio di arresti. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, stabilendo che la condotta del ricorrente, unita ad altri episodi come la consegna di biglietti minatori e la gestione di incontri riservati, dimostra la sua stabile inserzione nel sodalizio criminale. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali.
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Custodia cautelare in carcere: annullata la misura senza prove
La Corte di Cassazione ha annullato con rinvio l'ordinanza che disponeva la custodia cautelare in carcere nei confronti dell'Indagato, accusato di spaccio di stupefacenti e morte come conseguenza di altro delitto. Il Tribunale aveva giustificato la massima misura restrittiva basandosi su generici carichi pendenti per reati contro la persona e sulla consumazione degli illeciti in casa. La Suprema Corte ha rilevato che tali elementi non dimostrano una reale dedizione professionale al narcotraffico né un concreto pericolo di recidiva specifica. Di conseguenza, i giudici hanno stabilito che la motivazione del Tribunale era carente e apodittica, ordinando un nuovo esame delle esigenze cautelari.
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Custodia cautelare in carcere: quando i domiciliari bastano
L'Indagato, accusato di frode fiscale e autoriciclaggio tramite una rete di società cartiere, ha impugnato l'ordinanza del Tribunale del Riesame che disponeva la custodia cautelare in carcere. La Corte di Cassazione ha accolto parzialmente il ricorso, annullando la decisione limitatamente alla scelta della misura restrittiva. I giudici di legittimità hanno stabilito che, per i reati privi di presunzione assoluta di adeguatezza del carcere, il giudice deve motivare in modo rigoroso e specifico perché gli arresti domiciliari, anche con braccialetto elettronico, siano inadeguati. Di conseguenza, la Suprema Corte ha rinviato il caso al Tribunale di Milano per una nuova valutazione sulla misura idonea, confermando però la sussistenza dei gravi indizi di colpevolezza.
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