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Custodia Cautelare In Carcere

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2181 provvedimenti applicano questo termine

Provvedimenti

Associazione finalizzata al narcotraffico: ruolo minimo, carcere
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un indagato contro la custodia in carcere per il reato di associazione finalizzata al narcotraffico. L'indagato sosteneva l'assenza di prove sulla sua stabile partecipazione al gruppo criminale e contestava la necessità della misura carceraria. I giudici hanno chiarito che per la configurabilità del reato associativo non occorre una struttura complessa, ma basta un accordo anche informale tra almeno tre persone con compiti distribuiti. Nel caso specifico, i filmati e le intercettazioni dimostravano il ruolo attivo dell'indagato nell'occultamento e nella vendita di marijuana per conto del sodalizio. La Suprema Corte ha confermato la sussistenza di gravi indizi e il concreto pericolo di recidiva, ritenendo inadeguati gli arresti domiciliari e condannando il ricorrente al pagamento delle spese processuali.
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Custodia cautelare in carcere: l’età avanzata batte la cella
Un uomo ultrasettantenne, accusato di scambio elettorale politico-mafioso e corruzione, ha impugnato l'ordinanza che confermava la sua custodia cautelare in carcere. La Corte di Cassazione ha accolto parzialmente il ricorso, concentrandosi sulla scelta della misura restrittiva. Per legge, l'applicazione della custodia cautelare in carcere a un indagato con più di settant'anni richiede la dimostrazione di esigenze cautelari di eccezionale rilevanza. I giudici di merito non hanno motivato adeguatamente la sussistenza di tale eccezionalità, limitandosi a considerazioni generiche sulla possibilità di utilizzare intermediari. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato l'ordinanza limitatamente alla scelta della misura cautelare, disponendo il rinvio al Tribunale del Riesame per una nuova valutazione.
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Custodia cautelare in carcere: il tempo non cancella il pericolo
Il Tribunale del Riesame applicava la custodia cautelare in carcere a un indagato per furto e uso indebito di carte di pagamento. L'indagato proponeva ricorso in Cassazione, lamentando l'assenza di un pericolo attuale di recidiva, dato il tempo trascorso dai fatti (quindici mesi) e la sua sottoposizione ad arresti domiciliari per altra causa. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando la custodia cautelare in carcere. I giudici hanno chiarito che l'attualità del pericolo non richiede l'imminenza di specifiche occasioni di reato, ma una prognosi basata sulla personalità del soggetto, sulla sua condotta successiva e sulla sua storia criminale. Nel caso specifico, la gravità dei precedenti e l'inefficacia delle misure meno severe giustificano la massima restrizione della libertà.
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Custodia cautelare in carcere: il video incastra la ladra
L'Indagata è accusata di furto in abitazione aggravato per aver svaligiato una villetta insieme a dei complici. Il Tribunale del Riesame ha confermato la custodia cautelare in carcere, decisione impugnata dalla difesa che lamentava la mancata trasmissione dei video di sorveglianza e l'assenza di un'autonoma valutazione del giudice. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il pubblico ministero non deve trasmettere i file video originali se i loro contenuti sono già descritti nei verbali di polizia. Inoltre, la custodia cautelare in carcere è pienamente giustificata dalla gravità del fatto, dai numerosi precedenti penali dell'indagata, dall'uso di falsi nomi e dal rischio concreto di fuga o di nuovi reati, rendendo inadeguati i semplici arresti domiciliari.
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Custodia cautelare in carcere: il video incastra il ladro
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un uomo accusato di furto in abitazione aggravato. L'indagato era stato identificato grazie alle immagini ad alta risoluzione delle telecamere di sorveglianza della vittima, confrontate con le foto segnaletiche, e alla presenza della sua auto vicino alla villetta colpita. La difesa contestava la mancata trasmissione dei file video originali al Tribunale del Riesame e l'adeguatezza della misura. I giudici hanno dichiarato il ricorso inammissibile: la polizia aveva già descritto accuratamente i video nei verbali e la personalità del soggetto, gravato da tre condanne definitive per reati simili e privo di lavoro lecito, rende indispensabile la custodia cautelare in carcere per prevenire il rischio concreto di nuovi furti.
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Propaganda razziale: tra gioco virtuale e carcere reale
Il Tribunale del Riesame applicava la custodia cautelare in carcere a un giovane accusato di associazione sovversiva e di propaganda razziale. L'indagato aveva fondato un gruppo virtuale su Telegram per diffondere idee antisemite, negazioniste e suprematiste, coinvolgendo anche minorenni. La difesa sosteneva si trattasse di semplici giochi di ruolo e "black humor" tra amici, protetti dalla libertà di espressione. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando la misura cautelare. I giudici hanno stabilito che l'adesione a una comunità virtuale neonazista e la condivisione di post discriminatori tramite "like" e condivisioni integrano il reato, poiché l'algoritmo dei social network amplifica la diffusione dei messaggi d'odio a un pubblico indeterminato, superando i limiti della libera manifestazione del pensiero.
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Custodia cautelare in carcere: l’età non salva il boss
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un uomo accusato di associazione mafiosa, rigettando il suo ricorso. L'indagato, ultrasettantenne, sosteneva che il lungo tempo trascorso dai fatti ("tempo silente") e la sua mancata conoscenza delle armi sequestrate a un complice escludessero la necessità della misura. La Suprema Corte ha invece stabilito che il ritrovamento di armi dimostra la persistente operatività dell'associazione armata, estendendo la responsabilità a tutti i membri consapevoli. Inoltre, per i reati di stampo mafioso opera una presunzione di pericolosità che giustifica la custodia cautelare in carcere, superabile solo da prove contrarie. Anche l'età avanzata non impedisce la misura se sussistono esigenze cautelari di eccezionale rilevanza, accertate con motivazione logica e coerente dal giudice di merito.
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Custodia cautelare in carcere: il sequestro non evita la cella
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un indagato accusato di legami con la criminalità organizzata. La difesa chiedeva la sostituzione della misura con gli arresti domiciliari, sostenendo che il sequestro dell'azienda tramite cui venivano commessi i reati avesse azzerato il pericolo di reiterazione. I giudici hanno respinto il ricorso, evidenziando che il ruolo di amministratore di fatto e i solidi legami con le cosche locali rendono inefficace il semplice sequestro societario. La gravità dei fatti e la personalità del soggetto mantengono intatto il rischio di nuovi reati, confermando che la custodia cautelare in carcere resta l'unica misura idonea a garantire la sicurezza pubblica.
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Estorsione aggravata dal metodo mafioso: dai domiciliari al carcere
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un uomo accusato di estorsione aggravata dal metodo mafioso. L'imputato aveva costretto un datore di lavoro a versargli somme di denaro per prestazioni lavorative in nero svolte all'estero. Nonostante il periodo trascorso agli arresti domiciliari senza violazioni, la condanna in secondo grado ha rafforzato la presunzione di pericolosità sociale. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, stabilendo che il rispetto formale delle prescrizioni domiciliari non basta a superare la presunzione di pericolosità derivante da reati di stampo mafioso, confermando così la massima misura restrittiva.
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Custodia cautelare in carcere: confermato l’arresto per usura
Il Tribunale di Torino ha confermato la custodia cautelare in carcere per due indagati, accusati a vario titolo di usura, autoriciclaggio ed estorsione. Gli indagati hanno proposto ricorso in Cassazione, sostenendo la mancanza di gravi indizi e contestando l'adeguatezza della misura carceraria. La Suprema Corte ha dichiarato i ricorsi inammissibili perché generici. I giudici hanno evidenziato che la decisione del Tribunale si fondava su solide prove, tra cui intercettazioni ambientali e flussi bancari tracciati (come il bonifico degli interessi usurari su un conto societario). La gravità dei fatti, i precedenti penali degli indagati e il rischio di reiterazione giustificano pienamente la custodia cautelare in carcere, escludendo misure meno afflittive. I ricorrenti sono stati condannati anche al pagamento delle spese processuali.
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Custodia cautelare in carcere: il tempo non salva dalla mafia
Il Tribunale del Riesame applicava la custodia cautelare in carcere a un soggetto accusato di associazione mafiosa. La difesa proponeva ricorso in Cassazione, sostenendo che il decorso di un anno e otto mesi dai fatti contestati, definito tempo silente, avesse fatto venire meno le esigenze cautelari di recidiva. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la misura. I giudici hanno chiarito che, per i reati di stampo mafioso, opera una forte presunzione di pericolosità sociale. Il semplice decorso del tempo, senza una reale dissociazione dall'organizzazione o altri elementi concreti di rottura, non è sufficiente a superare tale presunzione e a evitare la custodia cautelare in carcere.
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Inutilizzabilità delle intercettazioni: annullato il carcere
Il Tribunale di Napoli aveva applicato la custodia in carcere a un indagato per il reato di trasferimento fraudolento di valori. La decisione si fondava su alcune intercettazioni telefoniche ed ambientali. L'indagato ha proposto ricorso in Cassazione, eccependo l'inutilizzabilità delle intercettazioni poiché i decreti autorizzativi del Giudice per le indagini preliminari non indicavano formalmente tale reato tra quelli per cui era stata concessa l'autorizzazione. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, sancendo l'inutilizzabilità delle intercettazioni per i reati non espressamente autorizzati. Di conseguenza, i giudici hanno annullato senza rinvio l'ordinanza cautelare per mancanza di gravi indizi di colpevolezza.
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Rivolta in carcere e pericolo di reiterazione del reato
Durante le rivolte carcerarie del marzo 2020, un detenuto ha guidato un gruppo di settanta persone devastando la portineria del carcere di Foggia ed evadendo. Il Tribunale della Libertà ha disposto la custodia cautelare in carcere per il concreto e attuale pericolo di reiterazione del reato. Il detenuto ha fatto ricorso in Cassazione, sostenendo che la pandemia fosse un contesto eccezionale e irripetibile. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno stabilito che il pericolo di reiterazione del reato prescinde dall'imminenza di una specifica occasione. La gravità della condotta, l'organizzazione della rivolta e i precedenti penali del soggetto dimostrano una spiccata pericolosità sociale. Il detenuto resta quindi in carcere e deve pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Custodia cautelare in carcere: l’aumento dei termini è automatico
Il Tribunale di Roma ha confermato la custodia cautelare in carcere per l'Imputato, accusato di associazione finalizzata al traffico di stupefacenti. La difesa ha fatto ricorso in Cassazione sostenendo il decorso dei termini massimi di fase della misura cautelare e contestando il calcolo dell'aumento automatico di sei mesi previsto per i reati gravi. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che l'aumento dei termini per la fase dibattimentale è automatico e non richiede un provvedimento del giudice, data la gravità del reato. Inoltre, non è necessaria la detrazione del periodo trascorso in custodia durante le indagini preliminari se il relativo termine non è stato interamente consumato. Di conseguenza, la custodia cautelare in carcere resta valida e l'Imputato è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali.
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Custodia cautelare in carcere: spari dopo la lite per il bestiame
Un allevatore subisce un agguato a colpi di pistola dopo una lite commerciale con un collega. Le indagini, basate su intercettazioni ambientali in ospedale, tabulati telefonici e filmati di videosorveglianza, portano all'arresto del padre del collega. Il Tribunale del Riesame conferma la custodia cautelare in carcere per tentato omicidio. L'indagato ricorre in Cassazione contestando la gravità degli indizi e chiedendo gli arresti domiciliari. La Suprema Corte respinge il ricorso, confermando la custodia cautelare in carcere. I giudici chiariscono che per applicare la misura bastano elementi che fondino una qualificata probabilità di colpevolezza. Inoltre, la gravità del fatto e la pericolosità del soggetto escludono misure meno afflittive basate sull'autodisciplina.
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Pericolo di reiterazione del reato: l’arma in casa e il carcere
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso de L'Indagato contro la custodia in carcere per possesso di una pistola carica con matricola abrasa. La difesa contestava la sussistenza del pericolo di reiterazione del reato, sostenendo che mancassero occasioni prossime di commettere nuovi illeciti. La Suprema Corte ha chiarito che il pericolo di reiterazione del reato deve essere concreto e attuale, ma tale giudizio si basa sulla gravità del fatto e sulla personalità del soggetto, non sulla presenza di futuri stimoli esterni imprevedibili. Avendo trovato l'arma in casa, anche la richiesta di arresti domiciliari è stata respinta. L'Indagato perde il ricorso e viene condannato alle spese e a una sanzione pecuniaria.
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Carcere per associazione finalizzata al traffico di stupefacenti
Il Tribunale di Salerno ha confermato la custodia in carcere per un indagato accusato di associazione finalizzata al traffico di stupefacenti, escludendo però la gravità indiziaria per i singoli episodi di spaccio. L'indagato ha fatto ricorso in Cassazione, sostenendo che l'assenza di prove sulle singole cessioni escludesse il reato associativo e che il tempo trascorso dai fatti (due anni) annullasse il pericolo di reiterazione. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il reato di associazione finalizzata al traffico di stupefacenti è autonomo rispetto ai singoli reati-fine e che la legge presume la necessità del carcere per questa fattispecie, salvo prova contraria non fornita dalla difesa. L'indagato rimane in carcere.
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Custodia cautelare in carcere: il tempo non cancella il pericolo
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso de L'Indagato contro l'ordinanza che confermava la custodia cautelare in carcere per il reato di associazione finalizzata al traffico di stupefacenti. La difesa lamentava la mancanza di attualità del pericolo di reiterazione, evidenziando che i fatti risalivano a due anni prima. I giudici hanno chiarito che per i reati associativi gravi opera una presunzione di pericolosità prevista dalla legge, superabile solo da una prova contraria fornita dalla difesa. Poiché L'Indagato non ha offerto elementi idonei a smentire tale presunzione, e considerando la gravità delle condotte e la mancanza di un lavoro stabile, la Suprema Corte ha confermato la misura restrittiva, condannando il ricorrente anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Custodia cautelare in carcere: l’azienda sequestrata non salva
Il Tribunale di Catanzaro ha confermato la misura della custodia cautelare in carcere nei confronti de L'Indagato, accusato di associazione per delinquere, contrabbando e riciclaggio. L'indagine riguardava un traffico illecito di carburante miscelato e venduto tramite società fittizie. L'Indagato aveva messo a disposizione la propria azienda per la commercializzazione finale del prodotto. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso de L'Indagato. I giudici di legittimità hanno chiarito che la valutazione sulla gravità degli indizi e sul pericolo di recidiva era stata ampiamente motivata dai giudici di merito. Il ricorso si limitava a proporre una ricostruzione alternativa dei fatti, non consentita in sede di legittimità. Di conseguenza, viene confermata la custodia cautelare in carcere e il ricorrente viene condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Custodia cautelare in carcere: no al rigore senza prove chiare
La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso di un indagato contro l'ordinanza del Tribunale del Riesame che confermava la sua custodia cautelare in carcere per tentato omicidio e lesioni aggravate. La Suprema Corte ha rilevato che il provvedimento impugnato era gravemente generico. I giudici del riesame non avevano chiarito quale fosse stato l'effettivo apporto causale dell'indagato nella commissione dei delitti, né avevano risolto le contraddizioni tra le dichiarazioni dei testimoni e quelle della difesa. Inoltre, la valutazione sul pericolo di recidiva era priva di elementi concreti e basata solo sulla gravità astratta dei fatti. Per queste ragioni, la Cassazione ha annullato l'ordinanza, ordinando un nuovo esame del caso.
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