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Custodia Cautelare In Carcere — Anno 2022

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664 provvedimenti applicano questo termine

Altri anni per Custodia Cautelare In Carcere

Provvedimenti

Custodia cautelare in carcere: un solo indizio non basta
Il Pubblico Ministero ha impugnato l'annullamento della custodia cautelare in carcere disposto dal Tribunale del Riesame nei confronti di un soggetto indagato per partecipazione a un'associazione finalizzata al traffico di droga. Il Tribunale aveva escluso i gravi indizi di colpevolezza, ritenendo che un singolo episodio di trasporto di campioni e l'uso di telefoni criptati non dimostrassero un inserimento stabile nel gruppo criminale, anche alla luce dei rapporti di parentela con il boss. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'accusa. I giudici di legittimità hanno chiarito che non possono rivalutare il merito delle prove se la motivazione del giudice di merito è logica e coerente. Di conseguenza, l'annullamento della misura cautelare è stato confermato.
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Traffico di stupefacenti: l’utile personale non evita il carcere
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un indagato contro la custodia cautelare in carcere. L'uomo era accusato di far parte di un'associazione finalizzata al traffico di stupefacenti operante in Calabria e di detenzione illegale di armi. La difesa contestava la gravità degli indizi e il pericolo di recidiva, sostenendo l'assenza di prove sulla sua partecipazione attiva e la mancanza di sequestri di droga a suo carico. La Suprema Corte ha invece confermato la validità del quadro indiziario, evidenziando come i messaggi telefonici e i rapporti con gli altri sodali dimostrassero il suo ruolo operativo. I giudici hanno ribadito che nel reato associativo i singoli scopi personali si fondono nell'obiettivo comune del profitto illecito, confermando la misura carceraria e condannando il ricorrente al pagamento delle spese.
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Omicidio al circolo: la gravità indiziaria conferma il carcere
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del Gestore del Circolo contro la custodia cautelare in carcere per omicidio premeditato, porto abusivo d'arma e occultamento di cadavere. La difesa contestava la gravità indiziaria, proponendo una ricostruzione alternativa dei fatti e lamentando carenze investigative. La Suprema Corte ha chiarito che il giudice del riesame ha motivato in modo logico e coerente la sussistenza degli indizi, basati sul ritrovamento dell'auto della vittima presso il circolo, sull'acquisto di prodotti per la pulizia profonda subito dopo il delitto e sul trasporto del corpo in un dirupo. La Cassazione non può rivalutare il merito delle prove, ma solo verificare la tenuta logica della decisione impugnata. Di conseguenza, il ricorso è stato rigettato e il ricorrente condannato alle spese.
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Custodia cautelare in carcere: negati i domiciliari al rapinatore
Il Tribunale del Riesame ha confermato la custodia cautelare in carcere per l'Indagato, accusato di due rapine. L'Indagato ha proposto ricorso in Cassazione, lamentando la mancata concessione degli arresti domiciliari con braccialetto elettronico e contestando la motivazione dei giudici. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici di legittimità hanno chiarito che non possono rivalutare i fatti o la scelta della misura cautelare se la motivazione del giudice di merito è logica e completa. Nel caso specifico, il Tribunale ha ampiamente giustificato l'inadeguatezza di misure meno severe, evidenziando la gravità delle rapine e il concreto pericolo di recidiva dell'Indagato, desunto da un analogo reato commesso di recente. Di conseguenza, l'Indagato perde il ricorso e viene condannato a pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Sfruttamento del lavoro: dipendenti in cella al posto del capo
Tre lavoratori con mansioni di capo operaio e operaio sono stati sottoposti a custodia cautelare in carcere per i reati di estorsione e sfruttamento del lavoro. Gli indagati avevano reclutato dei connazionali delle vittime, pretendendo da queste ultime somme di denaro per farle assumere. La difesa ha sostenuto che il reato di sfruttamento del lavoro potesse essere commesso solo da datori di lavoro formali e non da semplici dipendenti. La Corte di Cassazione ha dichiarato i ricorsi inammissibili. I giudici hanno chiarito che questo reato può essere commesso da chiunque, indipendentemente dal ruolo aziendale rivestito, poiché la legge punisce chiunque recluti o utilizzi manodopera sfruttandone il bisogno. Di conseguenza, la misura cautelare in carcere è stata confermata e i ricorrenti sono stati condannati al pagamento delle spese processuali.
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Custodia cautelare in carcere: il palo non evita la cella
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un uomo accusato di aver fatto da "palo" durante un omicidio volontario. La difesa contestava la sussistenza di gravi indizi di colpevolezza, sostenendo l'inattendibilità dei testimoni e l'assenza di prove certe sulla presenza dell'indagato sul luogo del delitto. Il Tribunale del Riesame aveva però ritenuto solido il quadro indiziario, valorizzando la stretta vicinanza dell'uomo con gli esecutori materiali e la sua fuga insieme al gruppo subito dopo l'aggressione. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, ribadendo che il giudice di legittimità non può rivalutare il merito della ricostruzione dei fatti se la motivazione dei giudici precedenti è logica, coerente e priva di travisamenti delle prove. Di conseguenza, l'indagato resta in carcere e deve pagare le spese processuali.
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Custodia cautelare in carcere: il tempo cancella il sospetto
La Corte di Cassazione ha annullato senza rinvio l'ordinanza che disponeva la custodia cautelare in carcere nei confronti dell'Indagato per associazione mafiosa. Il Tribunale del riesame, agendo come giudice del rinvio, aveva confermato la misura basandosi su vecchi indizi del 2013 e su una singola intercettazione del 2019, già ritenuta insufficiente. Il Tribunale ha giustificato l'assenza di prove recenti (il cosiddetto tempo silente) ipotizzando che la famiglia dell'Indagato avesse semplicemente adottato accortezze per evitare le intercettazioni. La Cassazione ha censurato questa ricostruzione come un'inversione logica inaccettabile, sottolineando che il giudice del rinvio ha violato l'obbligo di conformarsi alla precedente sentenza di annullamento. Di conseguenza, la Suprema Corte ha ordinato l'immediata liberazione dell'Indagato.
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Carenza di interesse: ricorso inutile se la misura decade
L'Indagata, accusata di estorsione in concorso, ha proposto ricorso per cassazione contro il diniego di revoca della custodia cautelare in carcere. Nelle more del giudizio, la Corte di Cassazione ha annullato senza rinvio l'ordinanza genetica che disponeva la misura restrittiva, dichiarandone la perdita di efficacia. Di conseguenza, i giudici di legittimità hanno dichiarato il ricorso inammissibile per sopravvenuta carenza di interesse, poiché l'annullamento del provvedimento principale ha fatto venir meno l'utilità concreta di una decisione sulla revoca. L'Indagata non è stata condannata alle spese della cassa delle ammende per assenza di colpa.
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Estorsione aggravata dal metodo mafioso: bastano due testimoni
Un indagato ha impugnato l'ordinanza di custodia cautelare in carcere per il reato di estorsione aggravata dal metodo mafioso. L'accusa riguardava la riscossione forzata dei canoni di locazione dagli inquilini di un immobile per conto di un clan locale. La difesa contestava la gravità degli indizi, evidenziando che solo due inquilini su otto avevano riconosciuto l'indagato. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il mancato riconoscimento da parte di alcune vittime non annulla il valore delle dichiarazioni di chi, invece, ha identificato con certezza l'indagato. La valutazione dei fatti spetta al giudice di merito e non può essere ridiscussa in sede di legittimità. Di conseguenza, l'indagato rimane in custodia cautelare e deve pagare le spese processuali.
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Custodia cautelare in carcere: il pericolo batte l’imminenza
La Corte di Cassazione ha confermato la misura della custodia cautelare in carcere per un indagato accusato di rapina impropria e tentato esercizio arbitrario delle proprie ragioni. La difesa contestava l'attualità del pericolo di recidiva, sostenendo che mancasse l'individuazione di una specifica occasione per delinquere. I giudici di legittimità hanno invece chiarito che l'attualità del pericolo non richiede la previsione di una specifica occasione o un'imminenza assoluta. È sufficiente una valutazione probabilistica basata sia sulla personalità aggressiva del soggetto, sia sulle concrete modalità violente del fatto, come le minacce di morte con un'arma da taglio. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile, confermando la detenzione.
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Custodia cautelare in carcere: il nuovo lavoro non evita la cella
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per due indagati accusati di traffico di droga e detenzione di armi clandestine. I ricorrenti contestavano la gravità degli indizi e l'attualità delle esigenze cautelari. Il Primo Indagato sosteneva di aver cambiato vita lavorando in un'azienda metalmeccanica, mentre il Secondo Indagato contestava il reato associativo a causa della giovane età. La Suprema Corte ha dichiarato i ricorsi inammissibili, stabilendo che la valutazione dei fatti spetta solo ai giudici di merito. Inoltre, un nuovo lavoro non cancella automaticamente i legami con la criminalità organizzata. Di conseguenza, la custodia cautelare in carcere resta confermata per entrambi, condannati anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Traffico di stupefacenti: carcere anche senza cassa comune
Il Tribunale di Lecce ha confermato la custodia cautelare in carcere per l'Indagato, accusato di essere il promotore di un'associazione finalizzata al traffico di stupefacenti attiva a Taranto. L'Indagato ha proposto ricorso in Cassazione, sostenendo l'assenza di elementi strutturali tipici del reato associativo, come la stabilità del vincolo o la disponibilità di mezzi comuni, e lamentando carenze motivazionali. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che le numerose intercettazioni telefoniche e i sequestri di droga dimostrano l'esistenza di una solida struttura organizzativa permanente, con ruoli definiti e un'attività di spaccio sistematica. Di conseguenza, la misura cautelare in carcere resta confermata e l'Indagato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Custodia cautelare in carcere: no se i domiciliari funzionano
Un uomo, insieme ad altri complici, minacciava e aggrediva il gestore di un bar per ottenere bevande a prezzi stracciati. Il Tribunale disponeva la custodia cautelare in carcere per estorsione aggravata. La difesa impugnava il provvedimento, sostenendo che si trattasse solo di violenza privata e che la misura fosse eccessiva, dato che l'indagato aveva già rispettato gli arresti domiciliari per sei mesi senza violazioni. La Corte di Cassazione ha confermato la qualificazione di estorsione, ma ha accolto il ricorso sulla misura restrittiva. I giudici hanno stabilito che la custodia cautelare in carcere rappresenta l'estrema ratio e richiede una motivazione rafforzata. Il Tribunale avrebbe dovuto valutare l'idoneità degli arresti domiciliari con braccialetto elettronico, specialmente alla luce del comportamento corretto tenuto in precedenza dall'indagato. La decisione è stata quindi annullata con rinvio per un nuovo esame.
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Associazione di stampo mafioso: il carcere batte l’amicizia
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un indagato accusato di associazione di stampo mafioso ed estorsione aggravata. La difesa contestava la sussistenza di gravi indizi di colpevolezza, ritenendo la motivazione del Tribunale del Riesame carente e basata su un semplice rinvio ad altri atti. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la motivazione per rinvio è legittima se dimostra una reale valutazione del caso. Inoltre, la partecipazione all'associazione di stampo mafioso è provata dalla stabile messa a disposizione del soggetto a favore del clan, emersa chiaramente dalle intercettazioni telefoniche riguardanti la gestione di un circolo ricreativo sottratto con violenza a un commerciante. L'indagato perde il ricorso e viene condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Intestazione fittizia: gestire l’azienda non basta per l’accusa
Il Tribunale del Riesame confermava la custodia cautelare in carcere per un indagato, accusato di associazione mafiosa e intestazione fittizia di un'impresa edile formalmente intestata al cognato. L'indagato ha proposto ricorso in Cassazione. La Suprema Corte ha rigettato i motivi relativi all'associazione mafiosa, ritenendo provata la sua partecipazione al sodalizio. Ha invece accolto il ricorso in merito al reato di intestazione fittizia. I giudici hanno chiarito che il semplice ruolo dirigenziale o di gestione di fatto non basta a dimostrare il reato; occorre provare il trasferimento effettivo di risorse economiche o beni dall'indagato all'impresa. La Cassazione ha quindi annullato l'ordinanza limitatamente a questa accusa, rinviando al Tribunale per un nuovo esame.
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Gravi indizi di colpevolezza: il sospetto non basta
L'Indagato ha impugnato l'ordinanza di custodia cautelare in carcere per associazione mafiosa. Il Tribunale del Riesame aveva confermato la misura basandosi su legami di parentela, dichiarazioni generiche di collaboratori e intercettazioni ambigue. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, evidenziando che per applicare la misura servono gravi indizi di colpevolezza concreti e non semplici supposizioni o indizi generici. I giudici non hanno spiegato chiaramente il ruolo di vertice dell'indagato né la sua reale appartenenza al clan. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato l'ordinanza e ha disposto un nuovo esame del caso da parte del Tribunale.
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Pericolo di reiterazione del reato: spari ai vicini e carcere
Un uomo, arrestato in flagrante per detenzione illegale di arma clandestina dopo aver sparato alcuni colpi per futili motivi di vicinato, ha impugnato la misura della custodia cautelare in carcere. La difesa ha richiesto gli arresti domiciliari con braccialetto elettronico, sostenendo l'assenza di precedenti specifici e la collaborazione dell'indagato. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno confermato la gravità della condotta e il collegamento con il mercato nero delle armi, elementi che giustificano il concreto e attuale pericolo di reiterazione del reato. La decisione ribadisce che il giudizio di inidoneità degli arresti domiciliari esclude implicitamente l'efficacia del braccialetto elettronico, rendendo il carcere l'unica misura adeguata.
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Custodia cautelare in carcere: il passato mafioso nega la liberta’
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un uomo condannato all'ergastolo per un duplice omicidio di stampo mafioso risalente al 1986. L'imputato aveva contestato la misura sollevando vizi formali sull'intestazione del provvedimento, l'inapplicabili' della presunzione di pericolosita' per fatti antecedenti alle leggi antimafia e l'assenza di un reale pericolo di fuga o di reiterazione del reato. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, stabilendo che l'omessa indicazione dei nomi dei giudici popolari non invalida l'atto e che la presunzione di adeguatezza del carcere ha natura processuale, applicandosi anche a reati passati. Inoltre, il possesso di diecimila euro in contanti e due telefoni al momento dell'arresto dimostra un concreto pericolo di fuga.
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Custodia cautelare in carcere: il doppio arresto per il corriere
Un uomo, accusato di far parte di un'organizzazione di narcotraffico, ha impugnato l'ordinanza che confermava la sua custodia cautelare in carcere. La difesa sosteneva che la sua partecipazione fosse occasionale e che, essendo già detenuto per un'altra condanna definitiva, non vi fossero le esigenze cautelari. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che i viaggi per l'approvvigionamento di droga e i contatti stabili dimostrano la partecipazione all'associazione. Inoltre, la pregressa detenzione non esclude la custodia cautelare in carcere, poiché i titoli detentivi possono variare e permane il concreto rischio di recidiva dovuto ai forti legami con la criminalità locale.
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Custodia cautelare in carcere: no ai domiciliari per terrorismo
Il Tribunale di Brescia ha ripristinato la custodia cautelare in carcere per un uomo condannato in appello per terrorismo (Art. 270-bis c.p.). L'Imputato ha fatto ricorso in Cassazione, sostenendo che il tempo trascorso e la cittadinanza italiana giustificassero gli arresti domiciliari con braccialetto elettronico. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno confermato che per i reati di terrorismo opera una presunzione assoluta di adeguatezza della custodia cautelare in carcere. Questa presunzione non viene meno con il tempo o per elementi neutri come la cittadinanza, ma persiste durante tutta l'esecuzione della misura. Di conseguenza, l'unica misura idonea rimane il carcere, a meno che non si dimostri un totale distacco dall'associazione. L'Imputato perde il ricorso e deve pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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