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Custodia Cautelare In Carcere — Anno 2022

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664 provvedimenti applicano questo termine

Altri anni per Custodia Cautelare In Carcere

Provvedimenti

Braccialetto elettronico e domiciliari: quando resta la prigione
L'Indagato, accusato di rapina aggravata, furto, riciclaggio e porto abusivo di armi, ha chiesto la concessione degli arresti domiciliari con braccialetto elettronico in sostituzione della custodia cautelare in carcere. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno stabilito che l'applicazione del braccialetto elettronico non è sufficiente a neutralizzare il pericolo di reiterazione del reato quando i fatti dimostrano un'elevata pericolosità e l'uso professionale delle armi. L'inidoneità della struttura abitativa a contenere i rischi di nuovi illeciti prevale sulla disponibilità dei mezzi tecnologici di controllo. Di conseguenza, l'Indagato rimane ristretto in prigione e deve pagare le spese del procedimento insieme a una sanzione di tremila euro in favore della Cassa delle Ammende.
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Custodia cautelare in carcere: contestazioni e conferma finale
L'Indagato ha proposto ricorso in Cassazione contro l'ordinanza del Tribunale del Riesame che confermava la custodia cautelare in carcere per concorso nello spaccio di oltre tre chilogrammi di sostanza stupefacente. La difesa ha sostenuto l'assenza di gravi indizi, fornendo una ricostruzione alternativa dei fatti e contestando la necessità della misura detentiva massima. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che non spetta alla Suprema Corte riesaminare i fatti o valutare prove alternative se la motivazione del giudice di merito è logica e completa. La pericolosità sociale e lo stretto legame con l'associazione criminale giustificano il mantenimento della misura cautelare in carcere. L'Indagato deve versare tremila euro alla Cassa delle Ammende oltre alle spese processuali.
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Pericolo di reiterazione del reato: confermato il carcere
L'imputato, un commerciante del settore dei veicoli, è stato sottoposto alla custodia cautelare in carcere per gravi illeciti fiscali, tra cui la distruzione delle scritture contabili e l'omessa dichiarazione IVA. L'uomo ha proposto ricorso in Cassazione sostenendo che la confessione resa e la mancanza di una società attiva escludessero la possibilità di commettere nuovi illeciti. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, confermando la misura detentiva. I giudici hanno chiarito che il pericolo di reiterazione del reato non richiede un'occasione imminente o già definita. È sufficiente la presenza di un contesto organizzato, di precedenti specifici e di una condotta abituale che renda highly probabile la commissione di nuovi reati fiscali.
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Custodia cautelare in carcere: no ai domiciliari per il corriere
Un uomo è stato fermato in Calabria mentre trasportava in auto 150 grammi di cocaina purissima, idonei a ricavare oltre 700 dosi. Il Tribunale del Riesame ha confermato nei suoi confronti la custodia cautelare in carcere per il pericolo che commettesse di nuovo lo stesso reato. L'indagato ha proposto ricorso, chiedendo gli arresti domiciliari fuori regione con braccialetto elettronico e contestando le presunte ricostruzioni del giudice sugli accordi con la malavita locale. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. Secondo i giudici, il grande quantitativo di droga, l'elevata qualità, il viaggio da Torino e i precedenti penali specifici dimostrano un pericolo reale e attuale di reiterazione. La custodia cautelare in carcere risulta quindi l'unica misura idonea. L'indagato deve restare nel carcere e pagare le spese del processo.
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Custodia cautelare in carcere: il tempo trascorso non basta
L'imputato, accusato di reati di droga e associazione a delinquere, ha chiesto la sostituzione della misura della custodia cautelare in carcere con gli arresti domiciliari. La difesa ha sostenuto che il trascorrere del tempo dai fatti e la buona condotta tenuta durante una precedente misura attenuassero il pericolo di reiterazione del reato. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. I giudici hanno chiarito che il solo decorso del tempo non è sufficiente ad attenuare le esigenze cautelari o a superare la presunzione di pericolosità prevista per i reati più gravi. Per ottenere una misura meno afflittiva servono elementi concreti e nuovi che dimostrino l'effettiva recisione dei legami con il contesto criminale. Il semplice rispetto delle prescrizioni non costituisce una prova sufficiente del cambiamento di vita.
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Custodia cautelare e reiterazione del reato: ricorso rigettato
L'Indagato ha proposto ricorso in Cassazione contro l'ordinanza del Tribunale del Riesame che ne confermava la custodia cautelare e reiterazione del reato per fatti legati allo spaccio di stupefacenti. La difesa sosteneva l'esistenza di un precedente giudicato per le medesime condotte e contestava la sussistenza dei gravi indizi. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, evidenziando che i fatti oggetto dell'ordinanza cautelare erano autonomi e distinti rispetto a quelli della precedente condanna. Inoltre, la Cassazione ha ritenuto inammissibili le doglianze sul merito delle prove. La continuazione dell'attività illecita dopo il primo arresto dimostra esigenze cautelari concrete. L'Indagato rimane in carcere con condanna al pagamento delle spese processuali.
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Gravi indizi di colpevolezza: la Cassazione conferma il carcere
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi di due indagati contro l'ordinanza del Tribunale del Riesame che confermava la custodia cautelare in carcere. Le accuse riguardavano un omicidio aggravato dal metodo mafioso e un'estorsione ai danni di un'impresa di trasporti. La difesa contestava la sussistenza di gravi indizi di colpevolezza, criticando l'attendibilità dei collaboratori di giustizia. La Suprema Corte ha chiarito che il controllo di legittimità non sostituisce le valutazioni dei fatti svolte dai giudici di merito. Essendo la motivazione del Riesame logica e priva di vizi, la presenza di gravi indizi di colpevolezza e la pericolosità sociale giustificano pienamente la misura carceraria. I ricorrenti restano in carcere e dovranno pagare le spese processuali e tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Sostituzione custodia cautelare negata a chi aggredisce in cella
L'Imputato, detenuto in carcere per reati di droga, ha richiesto la sostituzione custodia cautelare con gli arresti domiciliari. Il Tribunale ha respinto la richiesta a causa della condotta violenta tenuta dall'uomo in carcere, dove ha aggredito verbalmente un agente penitenziario. La Corte di Cassazione ha confermato il rigetto, dichiarando il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il comportamento aggressivo in cella dimostra l'inadeguatezza della misura domiciliare, poiché il soggetto non possiede la capacità di autocontrollo necessaria per rispettare gli obblighi degli arresti domiciliari. L'Imputato perde la causa e viene condannato a pagare le spese processuali e tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Custodia cautelare in carcere: il passaporto falso non basta
Il Tribunale del Riesame ha confermato la custodia cautelare in carcere per l'Indagato, accusato di far parte di un'associazione dedita al traffico internazionale di cocaina, nonché di corruzione e falso per aver ottenuto un passaporto contraffatto per favorire la sua latitanza. L'Indagato ha proposto ricorso in Cassazione contestando la competenza territoriale del giudice, l'insufficienza dei gravi indizi di colpevolezza e l'assenza di attuali esigenze cautelari. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la legittimità della misura. I giudici hanno chiarito che il legame tra l'uso del passaporto falso e l'attività del sodalizio criminale giustifica la competenza del tribunale e che la gravità del reato associativo fa scattare la presunzione di adeguatezza della custodia cautelare in carcere, non superata dalla difesa.
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Associazione di tipo mafioso: il boss in carcere senza rito
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un uomo accusato di essere al vertice di un clan locale della 'ndrangheta e di aver compiuto tre estorsioni aggravate. La difesa sosteneva l'assenza di prove sulla sua partecipazione, evidenziando la mancanza di un formale rito di affiliazione e una precedente collaborazione con la giustizia al Nord. I giudici hanno dichiarato il ricorso inammissibile, stabilendo che la mancanza di rituali formali non esclude il reato di associazione di tipo mafioso se vi è un concreto e costante contributo al gruppo. Inoltre, l'azione diretta nelle estorsioni e il comando di un gruppo di esecutori confermano il ruolo apicale dell'indagato, rendendo irrilevante il tentativo di mascherare le attività illecite come semplici mediazioni d'affari.
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Custodia cautelare in carcere: il ruolo attivo ferma la difesa
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un uomo accusato di associazione mafiosa. L'indagato aveva fatto ricorso sostenendo l'assenza di gravi indizi di colpevolezza e lamentando la mancata partecipazione all'udienza di riesame. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la richiesta di partecipazione all'udienza non era stata presentata nei tempi previsti dalle norme emergenziali. Nel merito, la Cassazione ha ritenuto corretta la decisione del Tribunale del Riesame: le intercettazioni telefoniche e ambientali dimostrano la partecipazione attiva dell'indagato alle dinamiche del clan, con ruoli decisionali sulle affiliazioni e sulla gestione dei lavori edili sul territorio. Di conseguenza, l'indagato resta in carcere e dovrà pagare le spese processuali.
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Custodia cautelare in carcere: il calciatore resta in cella
Il Tribunale del Riesame ha confermato la custodia cautelare in carcere nei confronti di un indagato, accusato di aver assunto un ruolo di vertice in un'associazione finalizzata al traffico di droga dopo l'arresto del fratello. L'indagato ha fatto ricorso in Cassazione, sostenendo la mancanza di prove sulla sua partecipazione stabile e chiedendo la sostituzione della misura con gli arresti domiciliari con braccialetto elettronico, valorizzando la sua attività di calciatore e l'assenza di precedenti. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno confermato la legittimità della custodia cautelare in carcere, evidenziando che le intercettazioni provano la gestione attiva del gruppo criminale e che solo la massima misura restrittiva può impedire la reiterazione dei reati e recidere i contatti con la rete criminale.
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Spaccio e gravi indizi di colpevolezza: il ricorso è respinto
Il Tribunale del Riesame confermava la custodia cautelare in carcere per l'Indagato, accusato di far parte di un'associazione dedita al traffico di droga e di gestire una piazza di spaccio. L'Indagato ricorreva in Cassazione, sostenendo l'assenza di gravi indizi di colpevolezza riguardo alla sua reale partecipazione al sodalizio criminale e contestando l'interpretazione delle intercettazioni telefoniche. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che la valutazione dei gravi indizi di colpevolezza e l'interpretazione delle intercettazioni spettano esclusivamente ai giudici di merito, purché la motivazione sia logica e coerente. Di conseguenza, l'Indagato rimane in carcere e deve pagare le spese processuali.
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Sostituzione custodia cautelare in carcere: no ai domiciliari
L'Indagato, arrestato per il trasporto di oltre quattro chili di cocaina occultati in un'auto, ha richiesto la sostituzione custodia cautelare in carcere con gli arresti domiciliari in una località lontana, offrendo disponibilità a lavorare. Il Tribunale del Riesame ha respinto la richiesta, decisione confermata dalla Corte di Cassazione. I giudici hanno ritenuto che la gravità del fatto, le modalità professionali di occultamento e i legami con la criminalità organizzata escludano l'efficacia di misure meno afflittive. Anche il braccialetto elettronico non è stato ritenuto sufficiente a neutralizzare il rischio di reiterazione del reato o di contatti con ambienti criminali dal proprio domicilio. La Cassazione ha quindi rigettato il ricorso, confermando la detenzione in carcere per l'indagato.
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Custodia cautelare in carcere: no ai domiciliari per il corriere
Il Tribunale di Milano ha confermato la custodia cautelare in carcere per un'indagata accusata di far parte di un'associazione finalizzata al traffico di stupefacenti, con il ruolo di corriere. L'indagata ha proposto ricorso in Cassazione, lamentando la mancata concessione degli arresti domiciliari con braccialetto elettronico e contestando l'attualità del pericolo di reiterazione del reato. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la misura carceraria. I giudici hanno chiarito che per i reati associativi di droga opera una presunzione di adeguatezza della custodia in carcere. Questa presunzione può essere superata solo se la difesa dimostra elementi concreti che escludano la necessità della massima misura, circostanza non avvenuta nel caso di specie, dove l'indagata disponeva di mezzi dedicati forniti dal sodalizio.
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Nomina del difensore di fiducia: prevale la scelta dell’indagato
La Corte di Cassazione ha confermato la validità della custodia cautelare per un indagato estradato in Italia. Il familiare dell'indagato aveva provveduto alla nomina del difensore di fiducia prima del suo arrivo. Tuttavia, una volta giunto in Italia, l'indagato ha espressamente dichiarato di non avere un legale di fiducia. Successivamente, l'indagato ha rinunciato a partecipare all'interrogatorio di garanzia. Il difensore nominato dal familiare ha eccepito la nullità dell'atto per mancato avviso. La Suprema Corte ha chiarito che la nomina del difensore di fiducia effettuata da un congiunto ha valore solo temporaneo e viene superata dalla contraria volontà espressa direttamente dall'interessato. Di conseguenza, l'omesso avviso al legale nominato dal parente non produce alcuna nullità, e il ricorso è stato rigettato.
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Custodia cautelare in carcere: basta la fiducia, no al rito
La Corte di Cassazione ha confermato la misura della custodia cautelare in carcere nei confronti di un indagato accusato di far parte di un'associazione mafiosa e di una dedita al narcotraffico. La difesa sosteneva l'assenza di prove di un'affiliazione formale e la mancanza di reati specifici commessi dall'indagato. I giudici hanno chiarito che, per applicare la custodia cautelare in carcere, non serve un rito formale di ingresso nel clan, né la commissione di singoli reati. È sufficiente la costante messa a disposizione del gruppo, dimostrata dalla partecipazione a riunioni operative in cui si pianificavano lo spaccio e il sostentamento dei detenuti. Il ricorso è stato quindi rigettato.
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Agevolazione mafiosa: armi al clan o semplice favore personale?
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un indagato accusato di detenzione illegale di armi da guerra, tra cui un kalashnikov. I giudici hanno ritenuto pienamente configurabile l'aggravante dell'agevolazione mafiosa. L'indagato aveva infatti messo il proprio arsenale a disposizione di un esponente di vertice del clan dei casalesi. La difesa sosteneva che il rapporto fosse puramente personale e che mancasse la consapevolezza del ruolo criminale del destinatario delle armi. Tuttavia, le intercettazioni ambientali hanno smentito questa tesi, dimostrando la piena consapevolezza dell'indagato sulle dinamiche del clan e sulle cautele da adottare per evitare i controlli delle forze dell'ordine. Il ricorso è stato rigettato con condanna alle spese.
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Autonoma valutazione del GIP: il copia-incolla è valido?
Un indagato per associazione finalizzata al traffico di stupefacenti ha impugnato l'ordinanza di custodia cautelare in carcere, lamentando che il GIP avesse copiato e incollato la richiesta del Pubblico Ministero senza effettuare un'autonoma valutazione del GIP. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che la tecnica del copia e incolla è legittima se il giudice evidenzia graficamente le proprie considerazioni e illustra in modo chiaro e sintetico i motivi della decisione. Inoltre, per i reati associativi gravi, opera una presunzione di pericolosità che non può essere superata dal semplice decorso del tempo. L'indagato resta quindi in carcere.
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Aggravamento della misura cautelare: dal domicilio al carcere
La Corte di Cassazione ha confermato il passaggio dagli arresti domiciliari al carcere per un uomo accusato di furto aggravato. L'indagato era evaso di notte dopo soli quattordici giorni dall'inizio della misura, giustificandosi con un litigio familiare. I giudici hanno ritenuto legittimo l'aggravamento della misura cautelare, escludendo la lieve entità della violazione. La condotta notturna, unita a precedenti violazioni dell'obbligo di dimora, dimostra una chiara inaffidabilità e insofferenza alle regole. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile e il ricorrente condannato a pagare le spese e tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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