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Curatore Fallimentare

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870 provvedimenti applicano questo termine

Provvedimenti

Ritardo Chiusura Fallimento: Nessuna Responsabilità del Curatore
Una ex fallita ha citato in giudizio il curatore fallimentare, chiedendo il risarcimento dei danni per un presunto ritardo nella chiusura della procedura. Sia il Tribunale che la Corte d'Appello hanno respinto la sua richiesta. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. Ha confermato che il ritardo nella chiusura del fallimento era giustificato dalla pendenza di un'azione revocatoria e da incertezze sulla destinazione dei fondi. Il curatore aveva agito con diligenza, anche creando un trust. La Corte ha ribadito che la responsabilità del curatore fallimentare non sussisteva, poiché le sue azioni erano state appropriate e motivate.
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Aggiudicazione fallimentare: atto concluso ma non inattaccabile
La Corte di Cassazione ha affrontato un caso di Aggiudicazione fallimentare di un ramo d'azienda. L'Azienda Fallita, tramite il Curatore, aveva messo in vendita un ramo d'azienda. L'Azienda Ricorrente ha contestato l'ammissione dell'Azienda Aggiudicataria alla gara, sostenendo che la sua offerta iniziale non rispettava i requisiti del bando. I giudici di merito avevano respinto il reclamo per mancanza di interesse, dato che l'atto di cessione era già stato stipulato. La Cassazione ha invece stabilito che la stipulazione dell'atto di vendita non impedisce di contestare la legittimità della procedura competitiva. La violazione delle regole della gara può infatti comportare la nullità derivata dell'atto finale di trasferimento, rendendo l'impugnazione sempre ammissibile.
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Contributi Previdenziali Giornalisti: Cassazione nega richiesta INPGI
L'INPGI ha cercato di ottenere contributi previdenziali per lavoratori ritenuti giornalisti da una società poi fallita. La Corte d'Appello aveva revocato l'ingiunzione, sostenendo che l'attività svolta non era giornalistica e che la riassunzione del processo da parte del curatore fallimentare era avvenuta tempestivamente. L'INPGI ha fatto ricorso in Cassazione. La Suprema Corte ha confermato la decisione d'Appello. Ha stabilito che il termine per la riassunzione del processo interrotto per fallimento decorre da quando il curatore ne ha effettiva conoscenza, non dalla dichiarazione in udienza del difensore della società in bonis. Inoltre, ha ribadito che l'attività di redazione di testi occasionali per pubblicazioni tecniche non configura attività giornalistica. L'INPGI ha perso e dovrà pagare le spese legali. La questione dei contributi previdenziali giornalisti è stata risolta a favore della società fallita.
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Clausola compromissoria fallimento: l’arbitrato vincola l’assuntore
La Corte di Cassazione ha affrontato il caso di una Società Assuntrice che, subentrata in un concordato fallimentare, ha citato in giudizio un Consorzio per recuperare crediti della Società Fallita. Il Tribunale aveva dichiarato la propria incompetenza, ritenendo applicabile una clausola compromissoria (accordo per deferire le liti ad arbitri) presente nello statuto del Consorzio. La Società Assuntrice ha proposto regolamento di competenza, sostenendo che tale clausola non dovesse applicarsi. La Cassazione ha rigettato il ricorso. Ha stabilito che la clausola compromissoria è valida ed efficace anche per l'assuntore, che subentra nella stessa posizione processuale del fallito. Pertanto, le controversie relative a diritti preesistenti al fallimento, e inerenti al rapporto consortile, devono essere risolte tramite arbitrato.
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Avvocata vs. Fallimento: Il Credito Professionale nel Fallimento non ammesso
Un'avvocata ha tentato di ottenere il riconoscimento del suo credito professionale nel fallimento di un'azienda, chiedendo la prededuzione per le sue parcelle. Il Tribunale ha respinto la sua opposizione allo stato passivo, escludendo il suo credito. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso dell'avvocata inammissibile, confermando di fatto la decisione precedente. Questo significa che la richiesta di pagamento prioritario per il credito professionale nel fallimento non è stata accolta per vizi procedurali, senza che la Corte entrasse nel merito della fondatezza del credito stesso.
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Prescrizione azione responsabilità amministratori: bilancio negativo vs. azione tardiva
Un Fallimento ha agito contro l'ex amministratore di una società, chiedendo il risarcimento per i danni causati da una cattiva gestione. L'azione di responsabilità è stata promossa dal curatore fallimentare. La Corte di Cassazione ha confermato che l'azione era prescritta. Il termine di **prescrizione azione responsabilità amministratori** decorre da quando l'insufficienza patrimoniale della società diventa oggettivamente percepibile dai creditori, non dalla dichiarazione di fallimento o dalla conoscenza effettiva. Nel caso specifico, tale situazione era già evidente dalla pubblicazione del bilancio del 1991, che mostrava un patrimonio netto negativo. Poiché l'azione è stata avviata oltre cinque anni dopo, la Corte ha rigettato il ricorso del Fallimento.
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Opposizione tardiva o tempestività deposito telematico? La Cassazione chiarisce
Una Banca aveva chiesto l'ammissione di un credito derivante da un mutuo fondiario nel fallimento di un'Azienda. Il giudice delegato aveva escluso il credito. La Banca aveva proposto opposizione, ma il Tribunale l'aveva dichiarata inammissibile per tardività. La Corte di Cassazione ha esaminato la questione della **tempestività deposito telematico** del ricorso. La Banca sosteneva che il deposito era avvenuto in tempo, basandosi sulla ricevuta di avvenuta consegna generata entro la scadenza. La Cassazione ha rinviato la causa per acquisire il fascicolo d'ufficio e verificare le ricevute telematiche, essenziali per accertare la corretta **tempestività deposito telematico**.
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Indennizzo negato, compensazione d’ufficio: la Cassazione fa chiarezza sull’eccezione di compensazione nel fallimento
Una società, L'Azienda, ha chiesto un equo indennizzo al Curatore Fallimentare per il recesso anticipato da un contratto di locazione commerciale. Il Tribunale ha riconosciuto l'indennizzo ma lo ha compensato con canoni non pagati, anche se il Curatore non aveva mai sollevato formalmente l'eccezione di compensazione nel fallimento. La Corte di Cassazione ha stabilito che l'eccezione di compensazione è un'eccezione 'propria' e non può essere rilevata d'ufficio dal giudice. Ha accolto il ricorso de L'Azienda, annullando la decisione del Tribunale e rinviando la causa per una nuova valutazione.
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Lite chiusa: la rinuncia al ricorso per cassazione
Una società commerciale ha impugnato un provvedimento del tribunale avviando un giudizio davanti alla Corte di Cassazione contro la curatela di un fallimento. Prima dell'udienza, la società ha depositato formalmente un atto di rinuncia al ricorso per cassazione. Il curatore fallimentare ha notificato la propria piena adesione alla scelta della controparte. I giudici supremi hanno accertato la validità degli atti processuali e hanno dichiarato l'estinzione del giudizio. La decisione chiude la controversia senza condanna alle spese e senza l'obbligo del raddoppio del contributo unificato a carico della parte rinunciante.
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Dichiarazione di fallimento: quando il debito erariale non basta a salvarla
Un'Azienda ha presentato ricorso in Cassazione contro la sua Dichiarazione di fallimento, già confermata in appello. L'Azienda sosteneva di non essere insolvente, ma di affrontare solo una difficoltà finanziaria temporanea, anche in virtù di un accordo di definizione agevolata per un debito erariale. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. Ha confermato che l'insolvenza dell'Azienda era strutturale, basata su debiti consistenti, scarsa liquidità, dispersione di patrimonio e crediti deteriorati. L'accordo sul debito erariale non era sufficiente a escludere la Dichiarazione di fallimento, poiché esistevano altri debiti e la capacità di pagare le rate era incerta. La sentenza ha quindi ribadito i criteri per accertare lo stato di insolvenza.
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Dichiarazione di fallimento: Cassazione conferma insolvenza aziendale
Un imprenditore e la sua azienda sono stati dichiarati falliti a causa di un grave stato di insolvenza, evidenziato da procedure esecutive immobiliari e debiti ingenti. L'imprenditore ha presentato ricorso in Cassazione, contestando la valutazione dei bilanci e l'omessa ammissione di una CTU contabile. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. Ha confermato che la valutazione dello stato di insolvenza è un apprezzamento di fatto del giudice di merito, non sindacabile in Cassazione se ben motivato. La richiesta di CTU era generica. La sentenza ha quindi confermato la dichiarazione di fallimento, ritenendo i motivi del ricorso infondati e volti a una nuova valutazione dei fatti.
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Azione di responsabilità del socio dopo fallimento: chi può agire?
Un socio aveva avviato un'azione di responsabilità contro gli amministratori di una società. Durante il processo d'appello, la società è fallita. La Corte di Cassazione ha stabilito che, una volta dichiarato il fallimento, la legittimazione attiva per l'azione di responsabilità del socio dopo fallimento passa esclusivamente al curatore fallimentare. Di conseguenza, il socio perde il diritto di proseguire la causa. La sentenza d'appello è stata cassata senza rinvio, e le spese compensate, affermando il principio che solo il curatore può agire in tali circostanze.
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Legittimazione processuale del fallito: stop ad azioni autonome
Una società fallita ha citato in giudizio tre istituti bancari e il proprio curatore per ottenere l'annullamento di un atto di divisione immobiliare e il risarcimento dei danni. La società sosteneva di poter agire in surroga a causa del disinteresse della curatela, la quale aveva ritenuto superfluo avviare la causa per via dell'imminente chiusura della procedura e dell'attivo già sufficiente a pagare i debiti. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della società, precisando i limiti della legittimazione processuale del fallito. Tale potere suppletivo scatta unicamente se gli organi fallimentari mostrano un disinteresse totale verso i diritti patrimoniali, non quando compiono una scelta di convenienza o stipulano atti autorizzati. Per contestare gli atti della procedura, il debitore doveva utilizzare il reclamo fallimentare.
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Rinuncia al Ricorso per Cassazione: L’Azienda Paga le Spese
L'Azienda in fallimento ha presentato un ricorso per cassazione contro un accertamento fiscale dell'Amministrazione Fiscale. Questo accertamento riguardava costi per operazioni inesistenti. Durante il processo, i curatori fallimentari dell'Azienda hanno dichiarato la rinuncia al ricorso per cassazione. La Corte di Cassazione ha riconosciuto che la rinuncia, sebbene proveniente da curatori senza specifica autorizzazione, comporta l'estinzione del processo. Di conseguenza, il processo si è concluso senza una decisione nel merito, e l'Azienda è stata condannata a pagare le spese legali all'Amministrazione Fiscale.
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Rinuncia al ricorso in Cassazione: chi paga le spese
Il curatore di una società fallita ha notificato formale rinuncia al ricorso in Cassazione avanzato contro un'azienda credrice. La controparte non ha espresso formale accettazione, ma il giudice ha comunque riscontrato la cessazione della materia del contendere. La Corte di Cassazione ha dichiarato l'estinzione del processo per intervenuta rinuncia al ricorso in Cassazione. La decisione ha comportato la condanna della parte ricorrente al rimborso delle spese di difesa in favore dell'azienda resistente. I giudici hanno inoltre escluso l'obbligo di versare il doppio del contributo unificato, poiché la rinuncia non equivale al rigetto o all'inammissibilità dell'impugnazione.
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Autorizzazione curatore fallimentare: stop ai ricorsi
L'ex amministratore di una società fallita ha contestato la scelta del giudice delegato di autorizzare gli organi della procedura a non proseguire una causa d'appello contro un istituto bancario. Il tribunale ha respinto il reclamo presentato dal dirigente. L'amministratore ha quindi promosso ricorso per cassazione, lamentando l'omesso esame di aspetti decisivi e l'errata valutazione della convenienza economica dell'azione giudiziaria. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. La Suprema Corte ha chiarito che il decreto relativo all'autorizzazione del curatore fallimentare ha natura meramente ordinatoria e interna alla procedura concorsuale. Tale atto esprime poteri di amministrazione e sorveglianza e non può essere impugnato con ricorso straordinario per cassazione, con conseguente condanna del ricorrente alle spese processuali.
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Contratto a favore di terzo: chi paga il professionista nel fallimento?
Un Architetto ha chiesto di essere ammesso al passivo di un fallimento per crediti professionali. Aveva progettato e diretto lavori di recupero per un'area di proprietà di una terza società, su incarico della società poi fallita. Si trattava di un "Contratto a favore di terzo". Il Tribunale ha respinto la richiesta, sostenendo che l'Architetto non aveva provato di aver lavorato per la società fallita e che il contratto non aveva un interesse valido per essa o era stato revocato. La Corte di Cassazione ha cassato la decisione. Ha chiarito che nel "Contratto a favore di terzo", l'obbligo di pagare il professionista spetta a chi ha conferito l'incarico. La prova della mancanza di interesse o della revoca spettava al curatore, non al professionista.
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Responsabilità del collegio sindacale: prova del danno e rigetto
Il curatore di una società fallita ha citato in giudizio l'amministratore e i componenti dell'organo di controllo per ottenere il risarcimento del disavanzo societario. L'accusa contestava violazioni nei controlli contabili, mancata rilevazione della perdita del capitale sociale e l'avallo a fatture fittizie. La Corte d'Appello ha escluso la responsabilità del collegio sindacale poiché i falsi erano occultati con documenti formalmente regolari e i sindaci avevano sollecitato l'assemblea e presentato denuncia al Tribunale non appena emerso il deficit. La Corte di Cassazione ha confermato il rigetto, dichiarando inammissibile il ricorso del curatore. I giudici hanno stabilito che l'attore deve provare il nesso causale specifico tra l'omessa vigilanza e i danni, senza poter presumere la colpa dal solo sbilancio contabile.
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Legittimazione processuale del fallito: stop al ricorso del socio
L'Agenzia delle Entrate ha contestato maggiori ricavi e costi non deducibili a una società di persone fallita e ai suoi soci. La curatela fallimentare ha difeso l'ente nei primi due gradi di giudizio, ma ha deciso di non ricorrere in Cassazione. L'ex socio accomandatario ha promosso ugualmente il ricorso per la società e in proprio. I giudici hanno dichiarato inammissibile l'impugnazione. La Suprema Corte ha escluso la sussistenza della legittimazione processuale del fallito quando il curatore compie una scelta consapevole e non mostra disinteresse. La definitività dell'accertamento societario preclude al socio di contestare i debiti attribuiti per trasparenza.
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Prescrizione presuntiva: il curatore vince se non sa?
Una professionista ha richiesto l'ammissione al passivo fallimentare per compensi professionali non riscossi. Il curatore ha bloccato la richiesta opponendo l'eccezione di prescrizione presuntiva. La creditrice ha quindi deferito il giuramento decisorio al curatore per accertare il mancato pagamento. Il curatore ha giurato di non avere notizia di pagamenti eseguiti dalla società. Il Tribunale ha ritenuto che tale dichiarazione di ignoranza liberasse il fallimento dal debito. La Corte di Cassazione, evidenziando il rischio di privare il creditore di ogni tutela difensiva, ha sospeso il giudizio e rimesso la questione alle Sezioni Unite.
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