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Copia Forense

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145 provvedimenti applicano questo termine

Provvedimenti

Restituzione copia forense: dati protetti e sequestro legittimo
Gli amministratori di una società subiscono il sequestro dei propri computer durante un'indagine penale. Dopo aver riottenuto i dispositivi fisici, chiedono la restituzione copia forense dei dati informatici trattenuti dagli inquirenti. Gli indagati temono che la parte querelante possa accedere a segreti aziendali estranei all'inchiesta. La Corte di Cassazione respinge il ricorso confermando il diniego. I giudici rilevano la custodia sicura dei file nella segreteria del Pubblico Ministero, separati dal fascicolo principale. I ricorrenti non dimostrano una lesione concreta e attuale alla riservatezza, rendendo legittimo il mantenimento del vincolo probatorio.
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Sequestro probatorio dello smartphone tra indagine e privacy
La Procura ha disposto il sequestro probatorio dello smartphone e di vari supporti informatici appartenenti a tre indagati per reati societari. La polizia giudiziaria ha ritirato fisicamente i telefoni a causa dei lunghi tempi tecnici di estrazione dei file e della mancanza immediata delle password. Gli indagati hanno contestato il provvedimento denunciando una ricerca indiscriminata di dati personali senza limiti di tempo e pertinenza. La Corte di Cassazione ha convalidato la misura investigativa. I giudici hanno chiarito che il sequestro materiale del dispositivo è legittimo se sussistono impedimenti tecnici sul posto, a condizione che il pubblico ministero operi poi una selezione mirata dei dati e restituisca tempestivamente i dispositivi e le informazioni irrilevanti.
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Indebito utilizzo di strumenti di pagamento: prelievi e chat
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di un soggetto per il reato di indebito utilizzo di strumenti di pagamento. L'imputato ha prelevato denaro con la carta bancomat della persona offesa senza aver ricevuto alcuna autorizzazione. La difesa ha sostenuto l'inutilizzabilità dei messaggi di messaggistica istantanea privi di copia forense e ha invocato la particolare tenuità del fatto. I giudici hanno respinto ogni contestazione: le schermate dei messaggi costituiscono documenti pienamente utilizzabili come prova documentale e la reiterazione dei prelievi esclude la minima entità dell'offesa. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile con condanna al pagamento delle spese e delle sanzioni pecuniarie.
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Rinuncia al ricorso per cassazione: scatta la condanna
Un cittadino indagato per turbata libertà degli incanti ha impugnato in Cassazione il decreto di ispezione del Pubblico Ministero eseguito sulla copia forense del proprio telefono cellulare. La difesa sosteneva l'abnormità del provvedimento per eccesso di potere d'indagine. Prima della decisione della Suprema Corte, i difensori hanno depositato formale atto di rinuncia. I giudici hanno dichiarato l'inammissibilità dell'impugnazione. La Corte ha stabilito che la rinuncia al ricorso per cassazione comporta la condanna alle spese e al pagamento di cinquecento euro alla Cassa delle ammende.
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Sequestro probatorio informatico: stop al ricorso del PM
Il Giudice per le indagini preliminari ha revocato il sequestro probatorio informatico disposto su due smartphone, un tablet e diversi account social di un indagato, ordinandone la restituzione immediata. La Procura ha impugnato l'ordinanza lamentando la mancata fissazione dell'udienza in contraddittorio. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del Pubblico Ministero. I magistrati inquirenti avevano già estratto copia forense integrale di tutti i dati digitali per le analisi tecniche. Di conseguenza, l'accusa non vantava alcun interesse concreto e attuale a trattenere gli apparati fisici dell'indagato.
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Sequestro probatorio: stop alla caccia ai dati dei non indagati
La Corte di Cassazione ha annullato con rinvio il provvedimento che confermava il sequestro probatorio di dispositivi informatici e documenti appartenenti a soggetti terzi non indagati. Il sequestro, finalizzato a cercare riscontri su presunti rapporti finanziari legati alle stragi del 1993-1994, era stato eseguito tramite copia forense integrale di telefoni e computer. I giudici di legittimità hanno accolto il ricorso dei familiari del detenuto, evidenziando la totale mancanza di motivazione sul nesso di pertinenza tra i beni sequestrati e i reati ipotizzati. La Corte ha stabilito che l'acquisizione indiscriminata di dati digitali, senza criteri di selezione e senza proporzionalità, si traduce in un illegittimo sequestro esplorativo, specialmente se colpisce soggetti estranei alle indagini.
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Sequestro di opere d me d’arte contraffatte in casa: ricorso respinto
La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità della misura del sequestro di opere d'arte contraffatte rinvenute presso la dimora di un collezionista. L'indagato contestava il provvedimento inerente a due dipinti falsi attribuiti ad celebri maestri, sostenendo l'assenza di finalità commerciali e vizi tecnici nelle analisi forensi sullo smartphone. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, evidenziando che l'intento di commercializzazione risultava provato dalle deposizioni di un intermediario e da polizze assicurative per mostre. I giudici hanno ribadito che, in materia di sequestri reali, il ricorso per cassazione è ammesso solo per violazione di legge o motivazione totalmente assente o apparente.
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Sequestro probatorio sui pc: le indagini penali prevalgono sul TAR
Un imprenditore ha proposto ricorso contro il sequestro probatorio di cellulari e computer disposto nell'ambito di un'indagine per turbata libertà del procedimento di scelta del contraente. L'ipotesi d'accusa riguarda un presunto accordo con la pubblica amministrazione per l'acquisto di un terreno comunale a prezzo svantaggioso prima del cambio di destinazione d'uso. La difesa sosteneva la sproporzione del sequestro informatico e l'assenza di illecito evidenziata da una precedente pronuncia amministrativa. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, stabilendo che la sentenza del giudice amministrativo non blocca le indagini penali e che il sequestro probatorio rispetta i principi di proporzionalità e motivazione quando definisce chiaramente il legame tra i dispositivi e i fatti contestati.
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Sequestro probatorio: indagato per riciclaggio riottiene i beni
La Corte di Cassazione ha annullato senza rinvio il sequestro probatorio dei beni personali di un uomo, indagato per favoreggiamento e riciclaggio. Durante una perquisizione domiciliare mirata al coinquilino, le forze dell'ordine avevano sequestrato dispositivi elettronici e documenti dell'indagato. I giudici di legittimità hanno stabilito che il decreto di sequestro e la successiva convalida del Pubblico Ministero erano privi di una reale motivazione sul legame tra i beni e i reati ipotizzati. La Cassazione ha chiarito che il giudice del riesame non può colmare i vuoti motivazionali della Procura. Di conseguenza, l'indagato ha ottenuto la restituzione immediata di tutti i suoi beni e delle relative copie informatiche.
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Sequestro probatorio di dispositivi informatici e privacy
Un'Amministratrice Comunale e il suo compagno hanno subito il sequestro probatorio di dispositivi informatici nell'ambito di un'indagine per violenza privata e devastazione. Durante la perquisizione domiciliare, le forze dell'ordine hanno rinvenuto anche materiale esplosivo nell'abitazione della coppia, trasformandoli da persone offese a indagati. La difesa ha contestato il sequestro dei telefoni, ritenendolo generico, sproporzionato e lesivo della riservatezza. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso, confermando la legittimità della misura. I giudici hanno stabilito che l'estrazione iniziale di tutti i dati è legittima come strumento temporaneo, purché gli inquirenti selezionino rapidamente solo i file pertinenti alle indagini, restituendo il resto agli interessati.
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Sequestro probatorio di smartphone: privacy contro indagini
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di un indagato contro il provvedimento che confermava il sequestro probatorio di smartphone in uso allo stesso. L'indagato contestava la natura onnicomprensiva del sequestro dei dati digitali e la mancanza di criteri temporali e di selezione. La Suprema Corte ha chiarito che il sequestro probatorio di smartphone è legittimo se il decreto indica chiaramente le finalità probatorie, come la ricerca di prove su truffe e falsificazioni, e se l'arco temporale dei dati da esaminare è desumibile dal periodo di commissione dei reati contestati. La restituzione del dispositivo fisico dopo l'estrazione della copia forense non fa venir meno l'interesse a impugnare, ma nel caso specifico il provvedimento è stato ritenuto proporzionato e adeguatamente motivato.
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Utilizzabilità chat criptate: la Cassazione batte il segreto
Due indagati per traffico internazionale di droga hanno contestato la misura cautelare della custodia in carcere. La difesa ha eccepito l'inutilizzabilità delle chat criptate della piattaforma Sky Ecc, acquisite tramite Ordine di Indagine Europeo dall'autorità francese, poiché quest'ultima aveva opposto il segreto militare sulle modalità tecniche di decrittazione. La Corte di Cassazione ha rigettato i ricorsi, confermando la piena utilizzabilità chat criptate. I giudici hanno chiarito che la decrittazione è un'attività distinta dalla captazione, assimilabile all'acquisizione di documenti informatici (Art. 234-bis c.p.p.). Inoltre, il segreto opposto dallo Stato estero è legittimo in base alle direttive europee e non viola il diritto di difesa, purché sia garantita l'integrità dei dati trasferiti su supporti non modificabili. Di conseguenza, gli indagati restano soggetti alle misure cautelari e sono condannati al pagamento delle spese.
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Sequestro probatorio di dispositivi informatici: prove e privacy
La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità del sequestro probatorio di dispositivi informatici appartenenti a due soggetti indagati per associazione mafiosa e riciclaggio. La difesa contestava il sequestro totale dei dati, ritenendolo sproporzionato e privo di un nesso specifico con i reati contestati. I giudici di legittimità hanno respinto il ricorso, stabilendo che per il sequestro probatorio non serve la prova certa del collegamento con il reato, ma basta la ragionevole possibilità che i dispositivi contengano elementi utili alle indagini. Inoltre, la procedura che prevede l'estrazione dei soli dati pertinenti tramite copia forense e la successiva restituzione dei dispositivi fisici rispetta pienamente i principi di proporzionalità e adeguatezza. I ricorrenti sono stati condannati al pagamento delle spese processuali.
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Sequestro di dispositivi elettronici: quando la privacy cede
La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità del sequestro di dispositivi elettronici, quali telefoni cellulari, computer e pen drive, appartenenti a un indagato per tentata truffa aggravata finalizzata all'ottenimento di finanziamenti pubblici. Il ricorrente lamentava la sproporzione del provvedimento e la mancata restituzione dei supporti fisici dopo l'estrazione dei dati. I giudici hanno stabilito che il decreto di sequestro era sufficientemente specifico, indicando chiaramente i criteri di pertinenza dei dati da cercare, come messaggi e contratti relativi al reato. La Corte ha inoltre chiarito che la copia forense non costituisce un accertamento tecnico irripetibile e che eventuali contestazioni sulla mancata restituzione dei dispositivi vanno sollevate tramite istanza di restituzione al pubblico ministero, e non impugnando il decreto di sequestro.
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Bancarotta fraudolenta: condanna annullata per prescrizione
Due soggetti, un ex amministratore e un collaboratore di fatto di una società fallita, venivano condannati per il reato di bancarotta fraudolenta patrimoniale. Gli imputati proponevano ricorso in Cassazione contestando l'utilizzo di dati informatici estratti senza preavviso alla difesa e lamentando una carente ricostruzione delle presunte distrazioni di beni. La Suprema Corte ha chiarito che l'estrazione di dati da memorie di massa non costituisce un accertamento tecnico irripetibile. Tuttavia, ritenendo non manifestamente infondati i motivi di ricorso relativi alla ricostruzione del deficit e all'attribuzione delle condotte, la Corte ha rilevato il decorso del termine massimo di prescrizione. Di conseguenza, la Cassazione ha annullato senza rinvio la sentenza impugnata per avvenuta estinzione del reato.
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Abusivismo finanziario: cripto lecite ma sequestro legittimo
Due promotori finanziari abusivi proponevano investimenti in criptovalute tramite una piattaforma online, promettendo guadagni facili a decine di risparmiatori. L'autorità giudiziaria disponeva il sequestro dei loro dispositivi informatici per raccogliere le prove dei reati di truffa e abusivismo finanziario. I promotori impugnavano il sequestro, sostenendo la liceità delle valute virtuali. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi, confermando la legittimità del sequestro. I giudici hanno stabilito che la promozione online di criptovalute presentata come proposta di investimento costituisce attività di intermediazione finanziaria. Senza le prescritte autorizzazioni, tale condotta integra il reato di abusivismo finanziario, rendendo legittimo il sequestro dei dispositivi utilizzati per l'attività illecita.
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Sequestro probatorio: legittimo copiare i dati di terzi estranei
La Corte di Cassazione ha rigettato i ricorsi di due soggetti, terzi estranei alle indagini, contro il decreto di perquisizione e sequestro probatorio di dispositivi informatici. Gli inquirenti cercavano una scrittura privata storica relativa a un presunto finanziamento miliardario a un noto imprenditore, collegato alle indagini sulle stragi del 1993-1994. I ricorrenti lamentavano la genericità del sequestro esteso a tutti i dati digitali tramite copia forense. La Suprema Corte ha stabilito che il sequestro probatorio di un intero supporto informatico è legittimo se la complessità delle indagini e l'assenza di parole chiave note impediscono una selezione immediata dei dati. Il Tribunale del Riesame ha motivato correttamente il nesso di pertinenza e il rispetto del principio di proporzionalità, considerando anche il legame familiare con i soggetti coinvolti. I ricorsi sono stati quindi respinti con condanna alle spese.
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Messaggi chat come prove: lo screenshot incastra lo spacciatore
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi di due soggetti condannati per spaccio di stupefacenti. La difesa contestava l'utilizzo come prova di screenshot e trascrizioni di chat Telegram, sostenendo che i messaggi vocali e scritti dovessero seguire le rigide regole delle intercettazioni telefoniche. I giudici hanno invece confermato che i messaggi conservati nella memoria di un telefono costituiscono documenti a tutti gli effetti (art. 234 c.p.p.). Di conseguenza, la loro acquisizione tramite riproduzione fotografica è pienamente legittima, senza necessità di una copia forense o di autorizzazioni per le intercettazioni. La sentenza stabilisce un principio fondamentale sull'uso dei messaggi chat come prove nei processi penali.
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Truffa aggravata: badge falsi e condanna per il dipendente
Un dipendente pubblico è stato condannato per truffa aggravata, accesso abusivo a sistema informatico e alterazione delle presenze. Il Lavoratore modificava gli orari di ingresso e uscita tramite script informatici installati sui propri computer, facendo risultare ore di lavoro mai prestate per ottenere uno stipendio più alto. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del dipendente, confermando la condanna penale. I giudici hanno chiarito che l'accesso al sistema informatico dell'ente con le proprie credenziali, ma per scopi illeciti ed estranei al servizio, configura il reato di accesso abusivo. Inoltre, la violazione dell'orario di lavoro arreca un danno immediato all'amministrazione, integrando pienamente il reato di truffa aggravata.
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Furto aggravato: il video del teste incastra il collaboratore
Un collaboratore di uno studio di tatuaggi è stato condannato per furto aggravato per aver sottratto, dopo la morte del titolare, numerose attrezzature, tavole grafiche e dipinti dal negozio, poi rinvenuti nella sua abitazione o venduti all'estero. L'imputato ha contestato l'utilizzabilità di un video che provava la sua presenza nel locale e l'applicazione dell'aggravante del danno di rilevante gravità. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando la condanna. I giudici hanno ritenuto valido il video, supportato da testimonianze attendibili, e hanno confermato la gravità del danno economico basandosi sul valore di mercato dei beni sottratti e sul prezzo di vendita di alcune opere a un collezionista straniero.
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