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Contratto Preliminare — Anno 2026

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137 provvedimenti applicano questo termine

Altri anni per Contratto Preliminare

Provvedimenti

Scioglimento del contratto preliminare: casa persa col fallimento
Un'impresa edile stipula un contratto preliminare di compravendita per un appartamento e un box con un acquirente. Successivamente, l'impresa fallisce. La Curatela Fallimentare chiede la restituzione degli immobili e il risarcimento dei danni, esercitando tacitamente la facoltà di scioglimento del contratto preliminare. L'acquirente si oppone, sostenendo di aver usucapito i beni o che il curatore avesse accettato il contratto per fatti concludenti. La Corte di Cassazione respinge il ricorso dell'acquirente. Conferma che il curatore può esercitare lo scioglimento del contratto preliminare anche senza atti formali, semplicemente chiedendo la restituzione del bene. Di conseguenza, l'occupazione dell'immobile diventa priva di titolo e l'acquirente deve risarcire i danni per il ritardo nella riconsegna.
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Recesso per inadempimento: vince chi compra la casa con ipoteca
Un promissario acquirente firma un contratto preliminare per l'acquisto di un immobile. La promittente venditrice si impegna a liberare il bene da ipoteche e sequestri prima del rogito. Alla scadenza del termine perentorio, l'immobile risulta ancora gravato da vincoli. La venditrice pretende il pagamento del prezzo per pagare i creditori, ma il contratto prevede il saldo solo dopo la liberazione del bene. L'acquirente esercita quindi il recesso per inadempimento. Il Tribunale e la Corte d'Appello accolgono la domanda dell'acquirente, condannando la venditrice a restituire il doppio della caparra. La Corte di Cassazione conferma la decisione: l'inadempimento della venditrice era grave e definitivo alla scadenza del termine. Il ricorso viene rigettato con condanna della ricorrente anche per lite temeraria.
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Invasione di terreni o edifici: dal preliminare alla condanna
I proprietari di un terreno stipulano un contratto preliminare con un acquirente, immettendolo nel possesso del fondo. Successivamente, i proprietari tentano di recedere unilateralmente offrendo la restituzione della caparra e concedono il terreno a un terzo agricoltore, che inizia a coltivarlo. L'acquirente, spogliato del possesso, sporge querela. La Corte di Cassazione conferma la responsabilità civile dei proprietari e del terzo per il reato di invasione di terreni o edifici. I giudici chiariscono che il reato tutela anche il possesso di fatto e che lo scioglimento di un contratto preliminare immobiliare richiede la forma scritta, non bastando la mera restituzione della caparra. I ricorsi sono dichiarati inammissibili.
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Restituzione dell’acconto: il preliminare scade, i soldi tornano
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso de I Promittenti Venditori contro La Società Acquirente. La vicenda nasce da un contratto preliminare di compravendita immobiliare non concluso. Essendosi prescritto il diritto alla stipula del definitivo, La Società Acquirente ha richiesto la restituzione dell'acconto versato. I Promittenti Venditori si opponevano, sostenendo che la domanda fosse basata sull'inadempimento e non sull'indebito oggettivo, lamentando un vizio di ultrapetizione. La Suprema Corte ha chiarito che, quando un contratto preliminare diventa inefficace per prescrizione, sorge l'obbligo di restituzione dell'acconto ai sensi dell'art. 2033 c.c. (condictio indebiti ob causam finitam), in quanto viene meno la causa dello spostamento patrimoniale. Di conseguenza, I Promittenti Venditori sono stati condannati a restituire le somme e a pagare le spese di giudizio.
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Clausola risolutiva espressa: tolleranza e rinuncia al ricorso
I Promissari Acquirenti hanno stipulato un contratto preliminare per l'acquisto del 51% delle quote di una società. Il contratto prevedeva una clausola risolutiva espressa in caso di mancata stipula del definitivo entro la scadenza pattuita. A causa dell'inadempimento del Promittente Venditore, i Promissari Acquirenti hanno attivato la clausola, determinando la risoluzione parziale del contratto. Successivamente, dopo aver proposto ricorso in Cassazione contro la decisione della Corte d'Appello che accertava tale risoluzione, i ricorrenti hanno depositato formale rinuncia al ricorso, accettata dalla controparte. La Suprema Corte ha quindi dichiarato l'estinzione del giudizio e compensato interamente le spese di lite tra le parti.
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Risoluzione del contratto preliminare: l’errore che costa la casa
La Corte di Cassazione ha confermato l'inammissibilità della domanda di risoluzione del contratto preliminare proposta per la prima volta in appello da una società venditrice. Originariamente, la società acquirente aveva agito in giudizio per ottenere il trasferimento forzato dell'immobile non venduto. In primo grado, la venditrice si era difesa sollevando solo una semplice eccezione di inadempimento. Solo successivamente ha richiesto lo scioglimento del contratto. I giudici hanno chiarito che l'eccezione serve solo a bloccare la richiesta altrui, mentre la risoluzione introduce una richiesta del tutto nuova e complessa, vietata in appello. Di conseguenza, il ricorso della venditrice è stato dichiarato inammissibile, confermando il trasferimento della proprietà all'acquirente dietro pagamento del prezzo residuo.
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Inadempimento del contratto preliminare: la casa non è abitabile
Un acquirente ha firmato un contratto preliminare per l'acquisto di un immobile che i venditori dichiaravano abusivo ma sanabile. Successivamente è emerso che la sanatoria era stata richiesta per uso sanitario e che il Comune non consentiva il cambio di destinazione d'uso a civile abitazione, trovandosi l'immobile in zona agricola. L'acquirente ha quindi chiesto la risoluzione del contratto per inadempimento del contratto preliminare. Il Tribunale e la Corte d'Appello hanno dato ragione all'acquirente, condannando i venditori a restituire la caparra. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione, rigettando il ricorso del venditore e condannandolo anche per abuso del processo a causa dell'insistenza in un ricorso palesemente infondato.
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Risoluzione del contratto preliminare: salvi i danni dopo anni
Il caso nasce dalla mancata stipula di un contratto definitivo di vendita di un terreno. L'Acquirente aveva inizialmente chiesto l'adempimento forzato e il risarcimento del danno da ritardo. Successivamente, preso atto dell'impossibilità di trasferire il bene, l'Acquirente ha richiesto la risoluzione del contratto preliminare e il risarcimento del danno da inadempimento. I Venditori hanno eccepito la prescrizione del diritto e l'esistenza di un precedente giudicato sul risarcimento. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'Acquirente, stabilendo che la precedente domanda di adempimento interrompe la prescrizione anche per la successiva domanda di risoluzione. Inoltre, ha chiarito che il danno da ritardo e il danno da risoluzione sono ontologicamente diversi, escludendo quindi qualsiasi sbarramento da giudicato. La sentenza impugnata è stata cassata con rinvio.
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Patto di quota lite: eredi contro commercialista per la casa
Un'anziana proprietaria si era obbligata a vendere un immobile a un terzo tramite un contratto preliminare, con la mediazione del proprio commercialista. Successivamente, gli eredi della donna hanno impugnato l'accordo, sostenendo che il contratto fosse nullo per violazione del divieto di patto di quota lite, poiché il professionista avrebbe abusato del suo ruolo per farle vendere il bene a un prezzo inferiore. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso degli eredi, confermando la validità del trasferimento. I giudici hanno chiarito che il divieto di patto di quota lite si applica solo agli avvocati o ai professionisti che svolgono attività di difesa in giudizio. Nel caso specifico, il commercialista aveva svolto una semplice attività di consulenza stragiudiziale e non vi era alcun legame tra l'acquisto dell'immobile e il suo compenso professionale.
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Cessazione della materia del contendere: l’accordo spegne la lite
Un acquirente stipula un contratto preliminare per l'acquisto di un immobile storico, ma la vendita si blocca per la mancanza del nulla-osta ministeriale. L'acquirente avvia una causa chiedendo il trasferimento dell'immobile e il risarcimento dei danni. I giudici di merito dispongono il trasferimento subordinandolo al pagamento del prezzo residuo, ma negano i danni. L'acquirente ricorre in Cassazione. Nelle more del giudizio di legittimità, le parti raggiungono un accordo di conciliazione in mediazione. La Corte di Cassazione dichiara quindi l'inammissibilità del ricorso per cessazione della materia del contendere, compensando le spese di lite come concordato dalle parti.
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Contratto preliminare di compravendita: fallimento e acconti persi
Un'azienda acquirente stipula un contratto preliminare di compravendita immobiliare con un'impresa venditrice che successivamente fallisce. L'acquirente chiede la restituzione degli acconti versati insinuandosi al passivo del fallimento, ma la domanda viene respinta. Successivamente, l'acquirente scopre che il curatore fallimentare aveva ottenuto l'autorizzazione a sciogliersi dal contratto e chiede la revocazione della decisione di rigetto, ritenendo tale documento decisivo. Il Tribunale respinge la richiesta perché l'autorizzazione era condizionata e non costituiva un effettivo scioglimento. La Corte di Cassazione dichiara il ricorso inammissibile: il documento non era decisivo e non sussiste alcuna contraddizione insanabile nella motivazione dei giudici. L'acquirente perde la causa e deve pagare le spese legali.
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Giudizio di rinvio: i limiti del giudice nel patto tra familiari
Un padre chiede il trasferimento di una quota di proprietà immobiliare promessa dalla figlia con scrittura privata, avviando un'azione per l'esecuzione del contratto preliminare. Dopo alterne vicende giudiziarie e una prima pronuncia della Cassazione sull'assenza di dolo, la Corte d'appello, in sede di giudizio di rinvio, riqualifica d'ufficio l'accordo come contratto definitivo, dichiarando la domanda inammissibile. Il padre ricorre nuovamente in Cassazione. La Suprema Corte accoglie il ricorso, stabilendo che il giudice del rinvio ha superato i propri limiti. La qualificazione del contratto come preliminare costituiva infatti un presupposto logico intangibile della precedente decisione di legittimità, ormai coperto da giudicato implicito. La sentenza viene cassata con rinvio.
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Recesso con ritenzione della caparra senza clausola espressa
La promissaria acquirente di un immobile versa 80.000 euro di caparra ma non paga un acconto successivo di 220.000 euro entro la scadenza pattuita. I promittenti venditori esercitano il recesso con ritenzione della caparra tramite raccomandata e vendono l'immobile a terzi. La Corte d'Appello dichiara la risoluzione per mutuo dissenso, ritenendo illegittimo il recesso perché mancava una clausola risolutiva espressa. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso dei venditori, stabilendo che per legittimare il recesso con ritenzione della caparra non serve una clausola risolutiva espressa, ma è sufficiente la gravità dell'inadempimento della controparte al momento della dichiarazione di recesso. La sentenza viene cassata con rinvio.
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Contratto preliminare di compravendita: recesso e caparra persa
I Promittenti Venditori e il Promissario Acquirente stipulano un contratto preliminare di compravendita per un terreno con fabbricato. Il Promissario Acquirente si rifiuta di firmare il contratto definitivo, lamentando l'assenza di una servitù di passaggio e irregolarità catastali e urbanistiche. I Promittenti Venditori esercitano il recesso trattenendo la caparra confirmatoria. La Corte di Cassazione conferma la decisione dei giudici di merito: le verifiche dimostrano che l'accesso al fondo era garantito e che l'accatastamento e la regolarizzazione urbanistica erano avvenuti prima della data fissata per il rogito notarile. Di conseguenza, il rifiuto del Promissario Acquirente è illegittimo. La Cassazione rigetta il ricorso, confermando il diritto dei venditori di trattenere la caparra e condannando l'acquirente al pagamento delle spese processuali.
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Risoluzione del contratto preliminare: da quando decorre?
La vicenda nasce da un accordo di compravendita immobiliare in cui il Promittente Venditore e il Promissario Acquirente si sono scambiati reciproche accuse di inadempimento, chiedendo entrambi la risoluzione del contratto. Poiché nessuna colpa specifica è stata accertata, i giudici hanno dichiarato lo scioglimento del vincolo per impossibilità di esecuzione. Il nodo centrale ha riguardato il calcolo dell'indennizzo dovuto al venditore per l'occupazione dell'immobile da parte dell'acquirente. La Corte di Cassazione ha stabilito che la risoluzione del contratto preliminare senza colpa decorre dal momento in cui si incrociano le volontà di sciogliere il vincolo, ossia dal deposito della domanda riconvenzionale in giudizio, e non dalla consegna originaria del bene. La sentenza è stata cassata con rinvio per ricalcolare l'indennizzo.
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Nullità del contratto preliminare: stop alla doppia restituzione
Un Condominio ha firmato un compromesso per vendere un terreno comune, ma l'accordo è saltato per la nullità del contratto preliminare, mancando il consenso unanime di tutti i condomini. Il Condominio aveva ricevuto acconti per 80.000 euro. I giudici d'appello lo hanno però condannato a restituire sia l'intero acconto a uno dei promissari acquirenti, sia una quota di 15.000 euro alla curatela fallimentare di una società terza partecipante, per un totale di 95.000 euro. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Condominio: la sentenza d'appello è nulla per motivazione contraddittoria. Il caso torna alla Corte d'appello per ricalcolare la corretta restituzione entro il limite della somma davvero incassata.
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Disconoscimento della scrittura privata: eredi contro acquirente
Gli Eredi del Venditore hanno chiesto la risoluzione di un contratto preliminare di vendita di un terreno per il mancato pagamento del prezzo da parte dell'Acquirente. Quest'ultimo ha presentato in giudizio alcune ricevute di pagamento. Gli Eredi del Venditore hanno effettuato il disconoscimento della scrittura privata contestando in blocco i documenti prodotti in udienza. La Corte d'Appello ha ritenuto tale contestazione generica e tardiva. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso degli Eredi del Venditore, stabilendo che il disconoscimento della scrittura privata è valido e specifico se riferito a tutti i documenti prodotti in un contesto preciso, come una singola udienza, senza necessità di elencarli uno per uno. La sentenza è stata cassata con rinvio.
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Restituzione Acconto Preliminare: Ammissione Batte Documento
Un promissario acquirente ha versato un acconto di 90.000 euro per un immobile, ma la vendita non si è mai conclusa. Ha quindi chiesto la restituzione della somma. Il promittente venditore si è difeso sostenendo di aver incassato il denaro non a titolo personale, ma come rappresentante di una società. La Corte di Cassazione ha confermato la sua condanna alla restituzione dell'acconto preliminare. La decisione si fonda su un principio cruciale: l'ammissione del venditore di aver ricevuto i soldi costituisce una ragione autonoma e sufficiente per la condanna, rendendo irrilevante la sua contestazione basata su un documento non presente agli atti. L'appello è stato quindi respinto perché incompleto.
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Sospensione Pagamento Prezzo: Rischio Noto, Diritto Negato
Una società acquirente firma un contratto preliminare per un terreno, pur sapendo che è gravato da un'ipoteca. Successivamente, scopre l'enorme debito scaduto del venditore e decide la sospensione pagamento prezzo, temendo di perdere l'immobile. La Corte di Cassazione dà torto all'acquirente. Il principio sancito è chiaro: la facoltà di sospendere il pagamento non si applica se il pericolo di evizione era già noto al compratore al momento della firma del contratto. Avendo accettato il rischio fin dall'inizio, l'acquirente non può poi usare quello stesso rischio per giustificare il mancato pagamento. Vince la società venditrice.
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Preliminare di cosa altrui: acquisto nullo, ragione al compratore
Un Promissario Acquirente si ritira da una proposta di acquisto per un immobile. Il bene apparteneva a un socio e non alla società in concordato che, tramite il suo Commissario, aveva accettato l'offerta. La Cassazione dà ragione all'Acquirente, stabilendo un principio chiave sul preliminare di vendita di cosa altrui: il promittente venditore deve assumere personalmente l'obbligo di far acquistare la proprietà al compratore. In questo caso, il Commissario non aveva il potere di disporre del bene del socio né si era personalmente obbligato a garantirne il trasferimento. L'accordo è quindi nullo e nessuna richiesta di risarcimento è dovuta dall'Acquirente.
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