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Contra Legem

117 provvedimenti applicano questo termine

Definizione

Espressione latina che significa 'contro la legge'. Indica un atto o una decisione che viola una norma giuridica.

Norme più ricorrenti in questi provvedimenti

Provvedimenti

Rifiuto Ordine e Sanzione Disciplinare: Cassazione Rimette la Causa
Un Lavoratore, autista di autobus, ha ricevuto una sanzione disciplinare conservativa (sospensione dal lavoro e dalla retribuzione) per essersi rifiutato di eseguire ordini dei superiori gerarchici. Questi ordini riguardavano il far risalire i passeggeri e proseguire la corsa, e successivamente lasciare il mezzo per un sostituto. La Corte d'Appello ha ritenuto legittima la sanzione, escludendo che l'ordine fosse 'manifestamente contra legem'. Il Lavoratore ha presentato ricorso in Cassazione. La Suprema Corte, con un'ordinanza interlocutoria, non ha deciso nel merito, ma ha rimesso la causa a un'altra sezione per una valutazione più approfondita della legittimità della sanzione disciplinare.
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Punteggio errato, contratto nullo: la Nullità contratto pubblico impiego
Un Lavoratore, inserito in una graduatoria scolastica per assistente tecnico grazie a un punteggio errato, ottiene un incarico temporaneo. L'Amministrazione, accortasi dell'errore, corregge il punteggio, escludendolo dalla graduatoria permanente. Il Lavoratore ricorre in tribunale per vedersi riconosciuto il diritto all'inserimento. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, affermando la `Nullità contratto pubblico impiego` derivante dall'errore. L'Amministrazione ha il potere di autotutela per correggere situazioni contra legem, e un servizio prestato con un contratto nullo non può generare diritti acquisiti per future assunzioni o avanzamenti di carriera.
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Pena Concordata: Ricorso Inammissibile se non è ‘Contra Legem’
Un Imputato ha presentato ricorso in Cassazione contro una sentenza d'appello che aveva applicato una pena concordata. La Corte di Cassazione ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso pena concordata. Ha stabilito che non è possibile contestare in sede di legittimità una pena concordata, a meno che non sia stata determinata contra legem, poiché le parti hanno già espresso il loro consenso sulla sanzione. L'Imputato è stato condannato a pagare le spese processuali e una somma alla Cassa delle ammende.
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Concordato in appello: stop ai ricorsi contro la pena
L'Imputato ha definito il proprio giudizio penale di secondo grado tramite un concordato in appello, accordandosi con il Procuratore Generale sull'entità della pena da scontare. Successivamente, L'Imputato ha presentato ricorso per cassazione, contestando l'omessa motivazione della sentenza in ordine al calcolo della pena e sollevando una questione di legittimità costituzionale contro la procedura semplificata di inammissibilità. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile senza udienza pubblica. I giudici hanno chiarito che l'imputato non può lamentare vizi di motivazione sulla misura della sanzione liberamente concordata tra le parti, salvo il caso di una pena illegale. L'Imputato deve pagare le spese processuali e tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Detenzione illegale di armi: inconsapevolezza vs. obbligo di legge
Un individuo è stato condannato per detenzione illegale di armi comuni da sparo, trovate nella sua abitazione dopo la morte del padre e del suocero, che le avevano regolarmente denunciate. L'imputato ha sostenuto di non essere consapevole della loro presenza o che fossero state nascoste da terzi. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno ritenuto non credibile la difesa, evidenziando che l'obbligo di denuncia è legato al possesso fisico, non alla titolarità formale. Inoltre, non è stata riconosciuta la particolare tenuità del fatto, data la natura protratta della condotta e l'offensività oggettiva. Il ricorso è stato respinto per mancanza di specificità dei motivi, riproponendo argomenti già valutati e ritenuti infondati.
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Ricorso Penale Inammissibile: Pena Concordata e Limiti dell’Appello
La Corte di Cassazione ha dichiarato l'inammissibilità ricorso penale presentato da un imputato contro una sentenza che aveva applicato una pena concordata. Il ricorso non poteva essere esaminato perché le contestazioni riguardavano la determinazione della pena, già accettata dalle parti e ritenuta corretta dal giudice. La Corte ha ribadito che un ricorso contro una pena concordata è ammissibile solo se la pena è stata determinata contra legem (contro la legge), ipotesi non verificatasi nel caso specifico, dato che la pena rientrava nei minimi edittali.
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Ricorso Inammissibile: Pena Concordata e Limiti dell’Appello
Un Lavoratore ha presentato ricorso contro una sentenza d'appello relativa a una pena concordata. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I motivi presentati dal Lavoratore non erano ammessi per contestare una pena concordata, a meno che la pena non fosse stata determinata contra legem (contro la legge). Poiché la pena inflitta rientrava nei minimi edittali e le parti avevano concordato la sanzione, il ricorso è stato ritenuto non valido. La decisione della Corte ha confermato l'inammissibilità del ricorso e ha condannato il Lavoratore al pagamento delle spese processuali e di una somma alla Cassa delle ammende.
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Concordato in appello: nessun ricorso sulla pena già patteggiata
L'Imputato ha concordato la pena in secondo grado per un reato relativo agli stupefacenti. Successivamente ha proposto ricorso in Cassazione contestando la quantificazione della sanzione e la motivazione del giudice d'appello. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. Il concordato in appello vincola le parti alla misura concordata e approvata dal collegio di merito. La quantificazione della pena non può formare oggetto di ricorso per Cassazione, tranne quando la sanzione risulti illegale (contraria alla legge). L'Imputato è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Tentato furto in abitazione: no a sconti per errori sul complice
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di un uomo per tentato furto in abitazione commesso insieme a un complice. L'imputato contestava il calcolo della pena, lamentando il mancato annullamento d'ufficio della recidiva, il mancato riconoscimento delle attenuanti generiche e una presunta ingiustizia dovuta alla parità di sanzione con il correo, gravato da precedenti penali più pesanti. I giudici supremi hanno respinto il ricorso, ribadendo che la recidiva non impugnata in appello non può essere eliminata d'ufficio per effetto del principio devolutivo. Inoltre, un eventuale trattamento illegittimamente favorevole accordato al complice non dà diritto a sconti di pena all'altro imputato se la sua condanna rispetta i limiti legali. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile con condanna alle spese e al pagamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Concordato in appello: nessun ricorso contro la pena
Un imputato, accusato di detenzione di sostanze stupefacenti di lieve entità, ha concordato la propria pena durante il giudizio di secondo grado. La Corte territoriale ha accolto la proposta condivisa tra accusa e difesa. Successivamente, l'imputato ha proposto ricorso per Cassazione contestando il calcolo della sanzione, l'applicazione della recidiva e il mancato riconoscimento delle attenuanti. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il concordato in appello vincola le parti alla sanzione pattuita. Tale quantificazione non può essere ridiscussa davanti ai giudici di legittimità, a meno che la pena non violi apertamente i limiti di legge. L'imputato perde il ricorso e subisce la condanna alle spese e al pagamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Concordato in appello: pena accordata ma ricorso inammissibile
L'Imputato, condannato per reati in materia di stupefacenti, definisce il giudizio di secondo grado tramite concordato in appello. Successivamente, propone ricorso per Cassazione contestando la quantificazione della sanzione e lamentando una violazione dei criteri di determinazione della pena. La Suprema Corte dichiara il ricorso inammissibile. I giudici di legittimità stabiliscono che la pena concordata tra le parti e ratificata dal giudice di merito non può essere impugnata per eccessività, tranne nell'ipotesi eccezionale in cui risulti contraria alla legge. La condanna dell'Imputato diventa definitiva e la Corte impone il pagamento delle spese processuali e di una sanzione di tremila euro.
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Concordato in appello: patteggi la pena ma perdi il ricorso
L'imputato, accusato di resistenza a pubblico ufficiale, ha concordato la pena in secondo grado con la Procura Generale. La Corte d'Appello ha ratificato l'accordo fissando la sanzione a otto mesi di reclusione. Successivamente, l'imputato ha proposto ricorso per Cassazione contestando il calcolo e la congruità della sanzione pattuita. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. Il concordato in appello vincola le parti alla pena concordata, precludendo ogni ulteriore contestazione sul merito sanzionatorio in sede di legittimità, salvo l'ipotesi di violazione evidente dei limiti di legge. Nel caso specifico, la sanzione rispettava pienamente i limiti edittali del reato. L'imputato ha subito la condanna al pagamento delle spese legali e a una sanzione di tremila euro in favore della Cassa delle ammende.
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Concordato in appello: pena patteggiata non più contestabile
L'Imputato, accusato di reati inerenti agli stupefacenti, ha definito il secondo grado di giudizio tramite concordato in appello, patteggiando l'entità della pena e rinunciando agli altri motivi di gravame. Successivamente, la difesa ha presentato ricorso in Cassazione contestando l'eccessività della sanzione, la mancata qualificazione del fatto di lieve entità e il mancato riconoscimento della sospensione condizionale. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno stabilito che l'accordo stretto in secondo grado preclude ogni successiva contestazione sui punti oggetto di rinuncia o sulla misura della pena liberamente concordata, eccetto i casi di sanzione illegale.
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Ricorso inammissibile: l’accordo sulla pena preclude nuove contestazioni
Un Lavoratore ha presentato ricorso in Cassazione contro una sentenza che aveva applicato una pena concordata in appello per un reato legato agli stupefacenti. Il Lavoratore contestava l'applicazione della recidiva e l'ammontare della pena pecuniaria, oltre a un presunto vizio di motivazione. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. Ha chiarito che, in caso di pena concordata, non si possono sollevare questioni sulla determinazione della pena o sulla recidiva, a meno che la pena non sia stata stabilita "contra legem" (contro la legge), circostanza non verificatasi. Anche il motivo sul vizio di motivazione è stato ritenuto non ammissibile. Il Lavoratore ha perso, dovendo pagare le spese processuali.
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Ricorso Inammissibile: la Pena Concordata non si Discute
Un imputato ha proposto ricorso contro una sentenza che aveva applicato una pena concordata (patteggiamento). L'imputato contestava l'applicazione della pena minima per un reato legato agli stupefacenti. La Corte di Cassazione ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso, stabilendo che non è possibile impugnare una pena concordata per questioni relative alla sua entità, a meno che non sia palesemente "contra legem" (contro la legge). Le parti, infatti, hanno già indicato la pena al giudice, che l'ha condivisa. Il ricorso è stato quindi respinto, con condanna al pagamento delle spese processuali e di una somma alla Cassa delle ammende.
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Porto di oggetti atti ad offendere: bagagliaio non è nascondiglio sicuro
Un cittadino è stato condannato per porto di oggetti atti ad offendere, avendo trasportato un lungo utensile affilato nel bagagliaio della sua auto. Ha contestato la condanna, sostenendo che l'oggetto non fosse nella sua immediata disponibilità. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione precedente, ribadendo che l'utensile era facilmente accessibile anche se riposto nel cofano. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile, poiché le obiezioni riguardavano il merito della valutazione dei fatti e non violazioni di legge. L'imputato dovrà pagare le spese processuali e una somma alla Cassa delle ammende.
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Spara alla ex ma il ricorso è inammissibile: condanna e sanzione
L'Imputato ha confessato di aver sparato colpi di pistola alle gambe della sua ex compagna durante una lite scaturita dalla gelosia. Dopo la condanna in sede di appello, l'uomo ha presentato ricorso ai giudici di legittimità riproponendo le medesime censure già respinte nei gradi precedenti, senza svolgere una critica puntuale alla decisione impugnata. I giudici hanno dichiarato l'inammissibilità del ricorso per cassazione a causa della genericità e dell'aspecificità delle argomentazioni difensive. L'autore dell'aggressione ha subito la conferma della condanna penale, con l'obbligo di pagare le spese processuali e una sanzione di tremila euro in favore della Cassa delle ammende.
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Concordato in appello: stop ai ricorsi sulla pena pattuita
L'Imputato ha presentato ricorso per cassazione contro la sentenza emessa su pena concordata, contestando la determinazione del trattamento sanzionatorio e il bilanciamento delle circostanze. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile l'impugnazione con procedura semplificata. I giudici hanno chiarito che, nell'ambito del concordato in appello, le parti quantificano autonomamente la pena da sottoporre al vaglio del giudice. Di conseguenza, l'imputato non può contestare in sede di legittimità la misura della sanzione liberamente pattuita, a meno che essa non sia espressamente contraria alla legge (contra legem). Nel caso esaminato, l'applicazione della recidiva e la comparazione con le attenuanti generiche risultavano corrette. L'Imputato è stato quindi condannato al pagamento delle spese di giudizio e al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Pena concordata: stop al ricorso per cassazione fai-da-te
L'Imputato ha presentato e sottoscritto personalmente un ricorso per cassazione contro la sentenza della Corte d'appello, la quale aveva recepito un concordato sulla pena. Nel proprio atto, l'interessato ha contestato l'eccessività della sanzione concordata in precedenza. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile per due ragioni fondamentali: la legge vieta all'imputato di proporre l'impugnazione senza l'assistenza di un difensore cassazionista e impedisce di ridiscutere la quantificazione della pena pattuita volontariamente, salvo il caso di sanzione illegale. I giudici hanno condannato l'Imputato al pagamento delle spese di giudizio e al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Patteggiamento e sospensione condizionale: no a modifiche del giudice
Un imputato accusato di estorsione ha concordato con il pubblico ministero l'applicazione della pena di due anni, due mesi e venti giorni di reclusione. La richiesta subordinava l'efficacia dell'accordo alla concessione della sospensione condizionale della pena. Il Giudice per le indagini preliminari ha applicato la pena concordata, ma ha negato il beneficio della sospensione e ha omesso la sanzione pecuniaria obbligatoria per legge. La Corte di Cassazione ha annullato la sentenza senza rinvio. Il giudice non possiede il potere di alterare unilateralmente i termini del patteggiamento e sospensione condizionale. Se il giudice ritiene inapplicabile il beneficio richiesto o ravvisa un patto illegale, deve respingere l'accordo nella sua interezza.
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