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Concorso Di Persone

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642 provvedimenti applicano questo termine

Provvedimenti

Rapina impropria: il palo risponde anche se resta in auto
Tre soggetti compiono un furto in un circolo sportivo. Dopo aver caricato la refurtiva sul furgone, uno di loro minaccia di morte una passante per garantirsi la fuga. L'autista del furgone attende armato di coltello. La Corte di Cassazione conferma la condanna per rapina impropria consumata e non tentata, poiché i beni erano già usciti dalla disponibilità del proprietario. Inoltre, viene ribadito il concorso nel reato più grave per tutti i partecipanti, compreso l'autista: l'uso della violenza o minaccia è uno sviluppo logico e prevedibile del furto programmato in luogo pubblico. I ricorsi sono dichiarati inammissibili, con condanna alle spese e alla Cassa delle Ammende.
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Concorso nel reato di estorsione: condannato anche chi tace
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi di due soggetti condannati per estorsione e rapina. L'Imputata aveva minacciato la vittima con una pistola per sottrarle un Rolex, mentre il Coimputato aveva partecipato attivamente alle pressioni psicologiche. La Suprema Corte ha confermato la responsabilità di quest'ultimo per il concorso nel reato di estorsione, stabilendo che la semplice presenza non casuale sul luogo del delitto è sufficiente a configurare la complicità se rafforza l'intento criminoso del complice o intimidisce la vittima. Di conseguenza, i giudici hanno confermato le condanne precedenti e inflitto una sanzione pecuniaria ai ricorrenti.
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Concorso nel reato di rapina: l’esca rischia i domiciliari
Il Tribunale di Bologna confermava la misura degli arresti domiciliari per un indagato accusato di concorso nel reato di rapina e tentata estorsione. La difesa proponeva ricorso in Cassazione, sostenendo il ruolo marginale del soggetto e la mancanza di prove dirette sulla sua partecipazione attiva. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il ruolo dell'indagato non era affatto marginale, avendo egli attirato la vittima in un'imboscata e partecipato attivamente alle trattative estorsive. La Cassazione ha ribadito che non spetta al giudice di legittimità rivalutare il merito delle prove, ma solo verificare la coerenza logica della motivazione. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Revisione della sentenza di condanna: quando le prove non bastano
Il Condannato, ritenuto responsabile di truffa in concorso per la vendita fittizia di veicoli online con ricariche su una carta Postepay a lui intestata, ha richiesto la revisione della sentenza di condanna. La difesa ha presentato nuovi documenti informatici e una sentenza di assoluzione per fatti diversi per dimostrare l'estraneità del soggetto. La Corte di Cassazione ha confermato l'inammissibilità della richiesta. I giudici hanno stabilito che la revisione della sentenza di condanna esige prove nuove dotate di una forza dimostrativa tale da scardinare con certezza l'originario giudizio di colpevolezza. Nel caso di specie, i documenti prodotti sono stati ritenuti generici e inidonei a escludere la responsabilità concorsuale del ricorrente, che rimane definitivamente condannato e obbligato a pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Concorso di persone nel reato: dipendente salvo se paga il capo
Un dipendente di un'agenzia funebre era stato condannato per corruzione in concorso con il proprio datore di lavoro. Quest'ultimo aveva pagato un necroforo comunale per accelerare il trasporto di una salma. La Corte di Cassazione ha annullato la condanna del dipendente. I giudici hanno stabilito che la semplice presenza sul posto di lavoro e l'uso del carro funebre non dimostrano il suo concorso di persone nel reato. Per configurare la complicità, occorre un contributo causale effettivo, materiale o morale, che abbia facilitato il reato. La semplice conoscenza dell'azione illecita del capo, senza un aiuto concreto, costituisce solo connivenza non punibile. Il processo dovrà essere rifatto.
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Tentata estorsione aggravata: la condanna per il finto mediatore
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per i membri di un sodalizio criminale operante in Sicilia. Tra i vari reati, spicca la tentata estorsione aggravata ai danni di alcuni proprietari terrieri, costretti con minacce di morte a cedere i diritti su oltre 130 ettari di terreni e i relativi contributi europei. Uno dei complici sosteneva di aver agito solo per esercitare un presunto diritto di prelazione, chiedendo la riqualificazione del reato in esercizio arbitrario delle proprie ragioni. La Suprema Corte ha rigettato la tesi, stabilendo che la costante presenza del complice agli incontri intimidatori, unita alla richiesta di denaro per "protezione", configura pienamente il reato di tentata estorsione aggravata dal metodo mafioso, poiché l'imputato era consapevole dell'ingiustizia del profitto e della caratura criminale del boss che proferiva le minacce fisiche.
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Concorso nel reato di spaccio: basta un grido per la condanna
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per una donna accusata di concorso nel reato di spaccio. La difesa sosteneva che il semplice grido "Zio!", pronunciato alla vista della polizia, fosse insufficiente a qualificarla come vedetta. Tuttavia, i giudici hanno rilevato che la donna, prima di lanciare l'allarme, si guardava continuamente intorno con fare sospetto. Questo comportamento coordinato dimostra una chiara partecipazione all'attività illecita del complice. Inoltre, la Suprema Corte ha respinto la richiesta di applicazione della circostanza attenuante del danno di speciale tenuità, poiché la difesa non ha fornito prove concrete sul profitto economico effettivamente perseguito o ottenuto, limitandosi a indicare la modesta quantità di cocaina sequestrata. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile, con condanna al pagamento delle spese e della sanzione pecuniaria.
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Tentato omicidio: la Cassazione esclude la legittima difesa
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per tentato omicidio a carico di due donne che hanno aggredito l'ex partner di una di loro. L'esecutrice materiale ha sferrato tre coltellate all'addome della vittima, lesionando il fegato, mentre la complice ha fornito le armi e minacciato l'uomo. La difesa sosteneva la tesi delle lesioni personali e della legittima difesa. I giudici hanno respinto i ricorsi, dichiarandoli inammissibili. La Corte ha stabilito che la gravità delle ferite inflitte a organi vitali e le esplicite minacce di morte dimostrano chiaramente l'intenzione di uccidere. Di conseguenza, le imputate perdono la causa e devono pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Minaccia aggravata: la prescrizione sfuma se il ricorso è nullo
Due uomini sono stati condannati per aver partecipato a una spedizione punitiva armata contro l'abitazione di una coppia, compiendo una minaccia aggravata mediante l'esplosione di colpi di fucile. Gli imputati hanno fatto ricorso in Cassazione lamentando la mancanza di prove e chiedendo che venisse dichiarata la prescrizione del reato. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibili i ricorsi perché generici e ripetitivi rispetto all'appello. Di conseguenza, i giudici hanno stabilito che l'inammissibilità del ricorso impedisce di dichiarare la prescrizione del reato maturata successivamente. I ricorrenti sono stati condannati a pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Reato di ricettazione: l’assegno rubato ma il furgone condanna
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un imputato contro la condanna per il reato di ricettazione. L'imputato era stato ritenuto responsabile in concorso per aver utilizzato un furgone carico di merce acquistata con un assegno rubato, oltre ad aver inviato l'ordine d'acquisto dal proprio computer. La difesa contestava la ricostruzione dei fatti e la mancata applicazione della continuazione con una precedente condanna. I giudici di legittimit hanno stabilito che i motivi di ricorso erano generici e ripetitivi rispetto all'appello. Inoltre, la valutazione sull'unicit del disegno criminoso spetta esclusivamente al giudice di merito. Di conseguenza, l'imputato perde il ricorso e viene condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Resistenza a pubblico ufficiale: la folle fuga notturna in motorino
Due giovani a bordo di un motorino con targa coperta e volto travisato sono fuggiti all'alt della polizia in piena notte. Durante l'inseguimento, hanno compiuto manovre pericolose, passando con il semaforo rosso e sorpassando la volante. Fermati, sono stati trovati in possesso di una pistola priva di tappo rosso. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per i reati di detenzione di arma e resistenza a pubblico ufficiale. I giudici hanno chiarito che la fuga spericolata, finalizzata a ostacolare le forze dell'ordine, configura pienamente il reato di resistenza a pubblico ufficiale poiché crea un pericolo concreto per l'incolumità pubblica, a nulla rilevando l'assenza di passanti sulla strada. Di conseguenza, la Suprema Corte ha dichiarato inammissibili i ricorsi dei imputati, condannandoli anche al pagamento delle spese processuali.
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Furto con mezzo fraudolento: l’inganno del pranzo tra amici
Tre persone, invitate a pranzo in veranda da un anziano ospitante, hanno pianificato un furto ai suoi danni. Mentre una di loro è entrata in casa con la scusa di fare le pulizie e gli altri tenevano occupato l'anziano con delle chiacchiere, un complice si è intrufolato nell'abitazione rubando il portafoglio della vittima. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per furto in concorso, ritenendo configurabile l'aggravante del furto con mezzo fraudolento. I giudici hanno chiarito che non si è trattato di un semplice approfittamento dell'ospitalità, ma di una vera e propria messinscena orchestrata per distrarre la vittima e neutralizzare la sua vigilanza sui beni personali. I ricorsi dei condannati sono stati rigettati.
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Sottrazione di cose sottoposte a sequestro: punito il complice
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di sottrazione di cose sottoposte a sequestro a carico di un soggetto che, pur non essendo proprietario né custode del bene, ha aiutato i proprietari a recuperare una rete da pesca sequestrata dalla Guardia Costiera, gettandola in mare. La difesa sosteneva che il reato non fosse configurabile sia per la mancanza della qualifica soggettiva in capo all'imputato, sia perché il verbale di sequestro non era stato ancora redatto al momento del fatto. I giudici hanno chiarito che il terzo estraneo risponde in concorso con i proprietari e che il sequestro si perfeziona con l'apprensione materiale del bene da parte della polizia giudiziaria.
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Spaccio di stupefacenti: condannati tutti anche con ruoli diversi
Tre imputati sono stati condannati per spaccio di stupefacenti in concorso. Due di essi vendevano le dosi all'esterno di un casolare, mentre il terzo confezionava la droga e custodiva il denaro all'interno. La difesa ha contestato la responsabilità penale, sostenendo la mancanza di possesso materiale della droga, la bassa percentuale di principio attivo (0,6%) e richiedendo l'applicazione della particolare tenuità del fatto. La Corte di Cassazione ha dichiarato i ricorsi inammissibili. I giudici hanno confermato la piena partecipazione di tutti i soggetti all'attività criminosa organizzata. Inoltre, hanno chiarito che la richiesta di particolare tenuità del fatto non può essere presentata per la prima volta in Cassazione e che anche una bassa percentuale di principio attivo mantiene la capacità drogante. I ricorrenti sono stati condannati anche al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Bancarotta impropria: nullo il verdetto per il socio non gestore
La Corte di Cassazione ha annullato con rinvio la condanna per il reato di bancarotta impropria inflitta al Vicepresidente di una società fallita. I giudici di merito lo avevano ritenuto responsabile del sistematico mancato pagamento delle tasse in concorso con il Presidente (suo padre). Tuttavia, lo stesso Vicepresidente era stato precedentemente assolto dall'accusa di bancarotta documentale poiché privo di poteri gestionali e di ingerenza nell'amministrazione, gestita interamente dal padre. La Cassazione ha evidenziato l'insanabile contraddizione della sentenza impugnata: non si può condannare un amministratore senza deleghe per operazioni dolose complesse se non vi è la prova della sua effettiva conoscenza del dissesto e della volontà di non impedirlo. Il processo dovrà essere interamente rifatto davanti a un'altra sezione della Corte d'Appello.
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Carcere per associazione finalizzata al traffico di stupefacenti
Un indagato ha fatto ricorso in Cassazione contro la custodia in carcere per i reati di associazione finalizzata al traffico di stupefacenti e tentata importazione di cocaina dal Sudamerica. La difesa sosteneva che si trattasse di semplici accordi occasionali (concorso di persone) e non di una vera associazione. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno confermato la gravità degli indizi, evidenziando una struttura organizzativa stabile, finanziamenti ingenti e un programma criminoso indeterminato. La Corte ha ribadito che per l'associazione finalizzata al traffico di stupefacenti non serve la consumazione dei singoli reati-fine, ma basta l'accordo stabile e duraturo per un flusso continuo di droga.
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Truffa a consumazione prolungata: la ricarica che incastra
Due soggetti sono stati condannati per una truffa online legata alla finta vendita di un'auto. La vittima ha effettuato più pagamenti, l'ultimo dei quali su una carta ricaricabile. La difesa ha contestato la competenza del tribunale e la responsabilità della complice, intestataria delle schede telefoniche usate per il raggiro. La Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi. Ha stabilito che, in caso di truffa a consumazione prolungata, il reato si consuma con l'ultimo pagamento. Se questo avviene su carta ricaricabile, il luogo di consumazione coincide con quello in cui la vittima esegue il versamento. Inoltre, l'intestazione delle utenze telefoniche, senza denunce di smarrimento, prova il concorso nel reato. I ricorrenti perdono la causa e devono pagare le spese e una sanzione pecuniaria.
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Confisca per equivalente: no allo sconto se il profitto è occulto
Il ricorrente, condannato per riciclaggio, ha impugnato la decisione della Corte d'appello che ha rideterminato la quota di profitto confiscabile a suo carico in oltre quarantunomila euro. Il ricorrente sosteneva che il suo guadagno effettivo fosse di soli quattordicimila euro, basandosi esclusivamente sui bonifici ricevuti. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la legittimità della ripartizione in parti uguali del profitto complessivo tra i coimputati. I giudici hanno chiarito che la confisca per equivalente deve colpire l'arricchimento effettivo di ciascun concorrente. Tuttavia, se non è possibile individuare con precisione la quota di ciascuno, è corretto dividere il profitto totale in parti uguali. Di conseguenza, il ricorrente perde il ricorso e deve pagare le spese processuali.
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Confisca per equivalente: l’imprenditore paga per tutti
Il caso riguarda un imprenditore accusato di reati tributari. La Corte d'appello, in sede di rinvio, ha rideterminato la confisca per equivalente a suo carico a circa 1,9 milioni di euro. L'imprenditore ha proposto ricorso lamentando un'errata quantificazione del profitto rispetto a quello delle società gestite con altri complici. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, in tema di confisca per equivalente nel concorso di persone, se non è possibile individuare la quota esatta di arricchimento di ciascun concorrente, è legittimo ripartire il profitto in parti uguali tra i coimputati. Per l'impresa individuale del ricorrente, invece, l'intero debito è stato correttamente imputato a lui in quanto titolare esclusivo.
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Ricorso per cassazione generico: la condanna diventa definitiva
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un'imputata condannata per reati in materia di stupefacenti. La ricorrente contestava il mancato proscioglimento immediato, ma i motivi presentati sono stati ritenuti del tutto generici e privi di confronto con la sentenza d'appello. La Suprema Corte ha ravvisato un chiaro caso di ricorso per cassazione generico, confermando la condanna a un anno e quattro mesi di reclusione e quattromila euro di multa, oltre al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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