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Concorso Di Persone — Anno 2022

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240 provvedimenti applicano questo termine

Altri anni per Concorso Di Persone

Provvedimenti

Mensa occupata e cibo gratis: è rapina aggravata per tutti
Durante l'occupazione di una mensa universitaria, un gruppo di manifestanti sottrae e consuma cibo senza pagare, mentre altri bloccano le forze dell'ordine per impedire l'identificazione. La Corte di Cassazione conferma la condanna per il reato di rapina aggravata. I giudici chiariscono che anche chi ostacola la polizia risponde del reato in concorso. Inoltre, la Corte dichiara legittima la decisione del giudice di primo grado di riascoltare un testimone chiave a causa di un difetto tecnico nella precedente registrazione audio. Il potere del giudice di disporre nuove prove d'ufficio serve a ricercare la verità storica e non subisce limiti temporali rigidi, specialmente se finalizzato a rimediare a inconvenienti tecnici. Tutti i ricorsi dei manifestanti vengono rigettati, confermando le condanne e le spese di giudizio.
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Tentato omicidio di gruppo: risponde anche chi dà solo un calcio
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di due fratelli per concorso in tentato omicidio aggravato. I fatti riguardano una violenta spedizione punitiva di gruppo in cui la vittima è stata colpita alla testa con un cacciavite, subendo gravissime lesioni cerebrali, e poi presa a calci mentre era a terra. La difesa chiedeva la riqualificazione del fatto in lesioni personali e contestava l'utilizzabilità di alcune testimonianze. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibili i ricorsi, ribadendo che per il tentato omicidio l'intenzione di uccidere si desume dall'uso di armi micidiali contro organi vitali e che il concorso di persone si configura anche agevolando l'aggressione altrui o rafforzandone l'intento criminoso. I ricorrenti sono stati condannati anche al pagamento delle spese processuali.
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Traffico di stupefacenti: ammessa la marijuana ma non la cocaina
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per traffico di stupefacenti. L'imputato era stato trovato in possesso di ingenti quantitativi di marijuana e cocaina, oltre a essere accusato di spaccio continuato. La difesa contestava la proprietà della cocaina e l'applicazione della recidiva reiterata. La Suprema Corte ha confermato la condanna a 4 anni e 8 mesi di reclusione, ribadendo che la stabilità dell'attività di spaccio e il possesso di diverse droghe dimostrano una spiccata pericolosità sociale. Questo preclude la concessione delle attenuanti generiche e giustifica l'applicazione della recidiva. L'imputato perde il ricorso e deve pagare le spese processuali e tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Mera connivenza o complicità: quando la presenza in casa è reato
Il Tribunale di Catania ha confermato la misura degli arresti domiciliari per un'indagata accusata di spaccio di cocaina e crack in concorso con il compagno. La difesa sosteneva la tesi della mera connivenza, descrivendo la donna come spettatrice passiva. Tuttavia, le intercettazioni hanno rivelato che l'indagata accoglieva i clienti, gestiva la contabilità e controllava le scorte di droga. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando che tali condotte costituiscono un contributo causale attivo e non una mera connivenza. Inoltre, l'estrema gravità dei fatti, culminati con la morte per overdose di un cliente nell'appartamento, giustifica l'attualità e la concretezza delle esigenze cautelari.
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Concorso nel reato di spaccio: la presenza fisica condanna
Il Tribunale di Catania ha confermato la misura cautelare degli arresti domiciliari nei confronti de L'Indagato per il reato di concorso nel reato di spaccio di sostanze stupefacenti. La difesa sosteneva la tesi della semplice connivenza non punibile, evidenziando la presenza saltuaria dell'uomo nell'appartamento adibito a piazza di spaccio. Tuttavia, le intercettazioni ambientali hanno rivelato che L'Indagato era presente accanto a un acquirente deceduto per arresto cardiaco subito dopo l'assunzione della dose, descrivendone gli ultimi istanti. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando che la condotta dell'indagato non costituisce mera presenza passiva, ma un contributo causale attivo all'attività illecita gestita insieme ai familiari.
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Tentata estorsione: da mediatore d’affari a complice del boss
Un intermediario immobiliare è stato condannato per il reato di tentata estorsione aggravata dal metodo mafioso. Il soggetto, invece di limitarsi a mediare la compravendita di un hotel, ha istigato un noto esponente della criminalità organizzata a minacciare gravemente l'acquirente e sua madre per costringerli a pagare un milione di euro. La difesa sosteneva si trattasse di esercizio arbitrario delle proprie ragioni, essendovi un accordo contrattuale. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che si configura la tentata estorsione quando la pretesa economica non è legalmente azionabile e l'intermediario agisce per un proprio profitto personale, come la provvigione sulla vendita. L'imputato perde il ricorso e resta agli arresti domiciliari.
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Autoriciclaggio: la società svizzera vince contro la Procura
Una società svizzera di gestione patrimoniale è stata accusata di responsabilità amministrativa per il riciclaggio di fondi provenienti da reati tributari commessi in Italia da due imprenditori. Questi ultimi avevano trasportato fisicamente il denaro contante in Svizzera nel 2012, prima dell'introduzione del reato di autoriciclaggio (avvenuta nel 2015). La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del Pubblico Ministero, confermando il difetto di giurisdizione del giudice italiano. Poiché nel 2012 la condotta di trasporto dei fondi da parte degli autori del reato presupposto non era penalmente rilevante come autoriciclaggio, tale condotta non può radicare la giurisdizione italiana per le successive attività di riciclaggio compiute interamente all'estero dal fiduciario svizzero. Vince la società svizzera.
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Rapina pluriaggravata: l’orto di casa è pertinenza domestica
Un uomo è stato condannato per il reato di rapina pluriaggravata commessa insieme a un complice che lo attendeva in un furgone per la fuga. L'episodio è avvenuto in un orto situato di fronte all'abitazione della vittima. L'imputato ha proposto ricorso in Cassazione contestando le aggravanti del concorso di persone e del luogo privato. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che l'aggravante del concorso sussiste anche se la vittima non percepisce la presenza del complice alla guida del mezzo di fuga. Inoltre, l'orto situato di fronte alla casa costituisce una pertinenza dell'abitazione privata, configurando così la seconda aggravante. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Attenuanti generiche negate a chi protegge i complici del furto
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso de L'Imputato, condannato per furto aggravato in concorso. L'Imputato lamentava il mancato riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche, sostenendo che la mancata collaborazione per individuare i complici non potesse giustificare il diniego. La Suprema Corte ha chiarito che, sebbene il silenzio o la mancata confessione non bastino da soli a negare lo sconto di pena, il rifiuto attivo di collaborare per identificare i complici o ritrovare la refurtiva dimostra la volontà di mantenere i legami criminali. Tale condotta successiva al reato è pienamente valutabile dal giudice per negare le circostanze attenuanti generiche. Di conseguenza, L'Imputato perde il ricorso e viene condannato a pagare le spese e una sanzione pecuniaria.
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Tentata rapina o furto: la Cassazione decide sul muro abbattuto
Due soggetti venivano condannati per diversi reati, tra cui una presunta tentata rapina ai danni di un ufficio postale. Gli imputati avevano iniziato a scavare un foro nel muro di un locale adiacente per accedere alla cassaforte di notte, in assenza di personale. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso sul punto, stabilendo che la condotta non costituisce tentata rapina bensì tentato furto aggravato. La violenza è stata esercitata esclusivamente sulle cose (la muratura) e non sulle persone, escludendo così l'elemento tipico della rapina. La sentenza è stata annullata limitatamente a questo capo d'accusa con rinvio alla Corte d'appello per la rideterminazione della pena, mentre sono state confermate le altre condanne per uno dei ricorrenti.
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Concorso nel reato: la linea sottile tra complice e spettatore
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a sei anni e quattro mesi di reclusione per un uomo accusato di traffico di stupefacenti. L'imputato sosteneva di non aver partecipato attivamente al reato, invocando la semplice conoscenza dei fatti. Tuttavia, i giudici hanno chiarito che la sua condotta non è stata passiva: l'uomo ha accompagnato il trafficante principale, ha custodito la droga e ha trasportato 175.000 euro nei Paesi Bassi per pagare i fornitori. La Suprema Corte ha stabilito che queste azioni configurano un pieno concorso nel reato e non una semplice connivenza non punibile. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile, confermando la condanna e obbligando il ricorrente al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Valutazione delle prove in Cassazione: la refurtiva non mente
L'Imputato è stato condannato per rapina e lesioni aggravate in concorso. La difesa ha proposto ricorso lamentando vizi di motivazione e contestando la ricostruzione dei fatti. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. La Suprema Corte ha chiarito che la valutazione delle prove in Cassazione è preclusa se mira a ottenere una nuova ricostruzione storica dei fatti o un diverso giudizio di attendibilità dei testimoni. Nel caso specifico, i giudici di merito avevano motivato in modo solido la colpevolezza, basandosi sul riconoscimento delle vittime e sul ritrovamento immediato della refurtiva addosso all'accusato. L'Imputato è stato quindi condannato anche al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Concorso nel reato di estorsione: condannato il complice in auto
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per il reato di estorsione. L'imputato sosteneva di non aver partecipato attivamente al reato. Tuttavia, i giudici hanno accertato il suo pieno coinvolgimento: l'uomo ha seguito da vicino tutte le fasi dell'incontro tra il complice e la vittima, spostandosi persino in auto nei pressi del bancomat dove doveva avvenire il prelievo del denaro. Questo comportamento configura un chiaro concorso nel reato di estorsione. Di conseguenza, la Suprema Corte ha confermato la condanna penale e ha sanzionato il ricorrente con il pagamento delle spese processuali e di una somma a favore della Cassa delle Ammende.
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Concorso in rapina aggravata: il palo in auto non è mai passivo
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per due soggetti accusati di concorso in rapina aggravata e porto abusivo d'armi. Il primo imputato lamentava la genericità dell'accusa, ma la Corte ha chiarito che la richiesta di rito abbreviato incondizionato sana tale vizio. Il secondo imputato sosteneva di essere stato solo passivamente presente in auto, negando il ruolo di vedetta. I giudici hanno respinto la tesi, ritenendo inverosimile la semplice presenza passiva alle quattro del mattino durante un colpo pianificato nei minimi dettagli. La Cassazione ha dichiarato inammissibili entrambi i ricorsi, condannando i ricorrenti al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Connivenza non punibile: stare in auto col partner non è spaccio
La Corte di Cassazione ha affrontato il caso di una donna condannata per spaccio in concorso con il fidanzato, per il solo fatto di averlo accompagnato in auto durante le consegne. La difesa ha sostenuto l'ipotesi di connivenza non punibile, evidenziando l'assenza di un contributo attivo. La Suprema Corte ha accolto il ricorso della donna, annullando la condanna con rinvio. I giudici hanno chiarito che, per configurare il concorso di persone e non la semplice connivenza non punibile, occorre dimostrare un consapevole contributo materiale o morale che agevoli l'azione criminosa, come un effettivo e intenzionale rafforzamento della sicurezza del complice. Rigettati invece i ricorsi dei coimputati relativi alla quantificazione della pena.
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Ricorso straordinario per errore di fatto: vince la forma, perde il merito
Il Ricorrente ha presentato un ricorso straordinario per errore di fatto contro una precedente sentenza di Cassazione che aveva dichiarato inammissibile il suo ricorso. L'errore consisteva nella mancata notifica dell'avviso di udienza ai suoi difensori, inviata a un omonimo e omessa per l'altro. La Suprema Corte ha accolto questo motivo, revocando la precedente decisione. Tuttavia, decidendo immediatamente sul merito del ricorso originario contro la condanna per estorsione aggravata da metodo mafioso, la Corte lo ha dichiarato inammissibile. I giudici hanno confermato la responsabilità del Ricorrente, evidenziando il suo ruolo consapevole nell'agevolare l'attività estorsiva del clan, nonostante non ne facesse parte direttamente. Il Ricorrente è stato condannato alle spese e al pagamento di tremila euro.
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Pista di ghiaccio e tentata estorsione: condannati padre e figlio
Due soggetti, padre e figlio, hanno aggredito violentemente un concorrente per costringerlo a rinunciare alla richiesta di concessione comunale per una pista di pattinaggio. La vittima ha rinunciato per paura. La difesa sosteneva si trattasse di violenza privata o esercizio arbitrario delle proprie ragioni, escludendo il danno patrimoniale poiché la concessione era gratuita. La Corte di Cassazione ha invece confermato la condanna per tentata estorsione. I giudici hanno chiarito che costringere qualcuno a rinunciare a una legittima aspettativa (perdita di chance) configura un danno patrimoniale futuro, poiché la gestione della pista avrebbe generato profitti. Inoltre, la semplice presenza del padre durante il pestaggio ha rafforzato l'azione del figlio, determinando il concorso nel reato. I ricorsi sono stati dichiarati inammissibili.
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Responsabilità del palo: la ricetrasmittente incastra il ladro
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per furto in abitazione consumato e tentato. L'imputato era stato sorpreso dalle forze dell'ordine nei pressi delle abitazioni colpite mentre fingeva di leggere un giornale, nascondendo una radio trasmittente accesa collegata con i complici. I giudici hanno confermato la piena responsabilità del palo nel reato concorsuale, respingendo le contestazioni difensive sulla regolarità delle notifiche e sulla valutazione degli indizi. La Suprema Corte ha ribadito che i motivi di ricorso generici, che non si confrontano direttamente con le motivazioni della sentenza d'appello, determinano l'inammissibilità dell'impugnazione, comportando la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria in favore della Cassa delle Ammende.
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Rapina impropria: condannata anche la complice che non minaccia
Due donne rubano dei profumi in un negozio. Una di loro viene scoperta dal sistema antitaccheggio, mentre l'altra riesce a uscire con la refurtiva. Fuori dal negozio, la complice minaccia l'addetto alla sicurezza per fuggire, mentre la prima donna assiste senza opporsi e chiede di non chiamare la polizia. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per entrambe. Il fatto costituisce una rapina impropria consumata e non un semplice tentativo di furto. Anche chi non pronuncia direttamente le minacce risponde del reato se fornisce un contributo morale o materiale alla fuga, dimostrando una previa intesa criminosa.
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Sequestro di persona a scopo di estorsione: punito l’autista
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per tentato concorso in sequestro di persona a scopo di estorsione nei confronti di un uomo che aveva il ruolo di autista della banda. L'imputato aveva modificato la propria auto installando un lampeggiante blu e una sirena per facilitare la fuga dopo il rapimento programmato di un imprenditore e dei suoi familiari. La difesa chiedeva la derubricazione del fatto in favoreggiamento o tentata rapina, sostenendo che l'autista non avesse partecipato alla fase esecutiva e non conoscesse i dettagli del piano. I giudici hanno rigettato il ricorso, stabilendo che per il concorso è sufficiente la consapevolezza del piano complessivo e la predisposizione di mezzi idonei ad agevolare la fuga dei complici.
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