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Cessione Quote Sociali

6 provvedimenti applicano questo termine

Norme più ricorrenti in questi provvedimenti

Provvedimenti

Cessione quote sociali: l’ex socio paga i vecchi debiti
Un ex socio cede il 40% delle proprie partecipazioni tramite un contratto di cessione quote sociali, impegnandosi a rimborsare all'acquirente eventuali sopravvenienze passive collegate a fatti antecedenti alla vendita. Successivamente alla cessione, la società deve pagare somme a lavoratori ed avvocati per vertenze lavorative nate durante la vecchia gestione. L'acquirente agisce in giudizio chiedendo il rimborso proporzionale della spesa. La Corte d'Appello condanna l'ex socio a restituire oltre 37.000 euro. Il cedente propone ricorso in Cassazione eccependo presunti vizi di rappresentanza legali e difetto di prova. La Suprema Corte rigetta il ricorso principale, confermando che la clausola contrattuale obbliga il cedente a rimborsare l'acquirente per i debiti della precedente gestione, senza che sussista alcun conflitto di interessi tra il nuovo socio e la società.
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Cessione quote sociali: ricorso bocciato senza relata
Due familiari di alcuni soci promuovevano un giudizio contro una società costruttrice per ottenere la risoluzione di contratti preliminari di compravendita immobiliare e il pagamento delle relative penali. La società convenuta eccepiva la simulazione dei preliminari, sostenendo che tali atti servivano solo a garantire il saldo occulto pattuito per una cessione quote sociali avvenuta tra la società e gli stessi soci. Intervenuti in giudizio, i soci chiedevano il pagamento di tale importo residuo. La Corte d'Appello respingeva la domanda dei soci per difetto di prova circa l'effettivo credito. I soci impugnavano la pronuncia in sede di legittimità. La Corte di Cassazione ha dichiarato improcedibile il ricorso poiché i ricorrenti non hanno depositato la copia autentica della sentenza munita della relata di notifica.
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Cessione quote sociali: risarcimento e utili
La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità del risarcimento del danno parametrato agli utili societari in seguito all'annullamento di un contratto di cessione quote sociali. La controversia riguardava la restituzione della qualità di socio e il ristoro economico per il periodo di esclusione dalla compagine sociale. La Suprema Corte ha stabilito che il diritto agli utili è una proiezione automatica della quota posseduta e non dipende dall'apporto lavorativo del socio, rigettando le contestazioni sulla quantificazione equitativa del danno.
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Cessione quote sociali: no a riqualificazione in azienda
L'Agenzia delle Entrate ha riqualificato una cessione del 100% delle quote sociali come una cessione d'azienda per applicare un'imposta di registro più elevata. La Corte di Cassazione ha respinto tale approccio, stabilendo che la cessione quote sociali e la cessione d'azienda sono atti giuridicamente distinti. L'interpretazione fiscale deve basarsi esclusivamente sulla natura intrinseca e sugli effetti giuridici dell'atto presentato per la registrazione, escludendo elementi extratestuali o considerazioni puramente economiche.
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Cessione quote sociali: stop alla riqualificazione
La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 17628/2024, ha stabilito un principio cruciale in materia di imposta di registro. Un'operazione di cessione quote sociali totalitaria non può essere riqualificata dall'Agenzia delle Entrate come cessione d'azienda basandosi sulla sostanza economica dell'operazione. La tassazione deve attenersi strettamente alla natura e agli effetti giuridici dell'atto presentato per la registrazione, come previsto dal nuovo testo dell'art. 20 del d.P.R. 131/1986, escludendo la valutazione di elementi extratestuali. La Corte ha accolto il ricorso del contribuente, cassando la sentenza precedente.
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Cessione quote sociali: dolo e annullamento contratto
La Corte di Cassazione esamina un caso di cessione quote sociali di una S.r.l., confermando l'annullamento del contratto per dolo del cedente. Quest'ultimo aveva svuotato la società del suo valore (clienti e personale) poco prima della vendita, tacendo le circostanze all'acquirente. La Corte ha ritenuto che tale reticenza violasse la buona fede e integrasse il dolo. Tuttavia, ha cassato la sentenza d'appello sulla parte relativa alla quantificazione delle somme da restituire, giudicandola priva di adeguata motivazione, e ha rinviato il caso per una nuova determinazione.
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