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Cessione Del Credito

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538 provvedimenti applicano questo termine

Provvedimenti

Fideiussione bancaria: validità e tutele legali
La Corte d'Appello ha confermato la validità di una fideiussione bancaria legata a un finanziamento aziendale. Il garante, pur eccependo il disconoscimento della firma e la qualità di consumatore, è stato condannato poiché ricopriva ruoli societari. La decisione ribadisce l'efficacia della garanzia anche in caso di cessione del credito.
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Contratto di subappalto: pagamento e recesso
La Corte d'Appello ha riformato una sentenza di primo grado, condannando un'impresa principale al pagamento integrale del saldo dovuto a un subappaltatore. Il caso riguardava un contratto di subappalto per l'installazione di impianti termici in 28 unità abitative. La Corte ha stabilito che l'autonomia del rapporto di subappalto rispetto al contratto principale impedisce di trasferire sul subappaltatore i rischi legati ai permessi burocratici o ai ripensamenti dei committenti finali.
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Risoluzione contrattuale per inadempimento: il caso
Il Tribunale ha dichiarato la risoluzione contrattuale per inadempimento di una ditta appaltatrice che ha interrotto i lavori di restauro edilizio. Nonostante la difesa basata sulla crisi di liquidità per il blocco dei crediti fiscali, il giudice ha ritenuto il comportamento dell'impresa un grave inadempimento, ordinando la restituzione dell'acconto e revocando la cessione dei crediti d'imposta.
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Cessione del credito: l’Azienda Sanitaria perde contro i privati
L'Azienda Sanitaria ha impugnato il decreto ingiuntivo che la obbligava a pagare oltre un milione di euro a una struttura sanitaria privata per prestazioni ospedaliere. Il credito era stato oggetto di una cessione del credito in blocco a favore di una societa finanziaria. L'Azienda Sanitaria contestava la mancata notifica della cessione e l'applicabilita degli interessi di mora per le transazioni commerciali. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso, confermando che, in caso di cartolarizzazione, la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale sostituisce la notifica individuale. Inoltre, ha stabilito che gli interessi previsti dal d.lgs. 231/2002 si applicano anche alle prestazioni sanitarie erogate da strutture private accreditate, purche regolate da contratto scritto successivo all'8 agosto 2002. L'Azienda Sanitaria perde la causa.
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Interessi di mora nelle transazioni commerciali: ASL condannata
L'Azienda Sanitaria ha impugnato la decisione che la condannava a pagare gli interessi di mora nelle transazioni commerciali, calcolati secondo il d.lgs. n. 231/2002, a favore di una Società di Factoring, cessionaria dei crediti di una struttura sanitaria privata accreditata. L'Azienda sosteneva che tale disciplina non fosse applicabile ai rapporti di accreditamento sanitario. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando che gli interessi di mora previsti dal d.lgs. n. 231/2002 si applicano anche alle prestazioni sanitarie erogate da strutture private preaccreditate, purché sia stato stipulato un contratto scritto dopo l'8 agosto 2002. Nel caso specifico, l'accordo scritto era successivo a tale data, rendendo legittima l'applicazione del tasso maggiorato. Il controricorso della Società di Factoring è stato dichiarato inammissibile perché tardivo.
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Eccezione di inadempimento in condominio: pagare o contestare
Un'impresa edile ha eseguito lavori di manutenzione in un condominio e ha agito in giudizio contro una condomina morosa per recuperare la sua quota di debito. La condomina si è difesa sollevando l'eccezione di inadempimento per lavori non eseguiti a regola d'arte. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della condomina, stabilendo che l'eccezione di inadempimento in condominio non si applica nei rapporti interni tra condomini e condominio. L'obbligo di pagare le spese condominiali è indipendente dalle vicende contrattuali con i terzi creditori. Di conseguenza, la condomina è stata condannata a pagare l'intera quota dovuta all'impresa e a rifondere le spese legali.
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Cartolarizzazione dei crediti e tutele per i debitori
Una banca cede un pacchetto di crediti a una società veicolo nell'ambito di un'operazione di cartolarizzazione dei crediti. Tra questi figura un credito verso un'azienda e i suoi garanti per canoni di leasing non pagati. Nel giudizio di appello, i garanti chiedono e ottengono la condanna dell'istituto procuratore della società veicolo alla restituzione di somme legate al contratto originario. La Corte di Cassazione ribalta la decisione. I giudici chiariscono che i crediti cartolarizzati costituiscono un patrimonio separato riservato agli investitori. Il debitore ceduto non può proporre domande riconvenzionali o eccezioni verso il cessionario per crediti vantati contro la banca cedente. La Suprema Corte cassa la sentenza impugnata e rinvia la causa a una diversa sezione della Corte d'Appello.
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Esposizione sommaria dei fatti: l’errore fatale dei debitori
I Debitori proponevano opposizione all'esecuzione avviata da una Società di Gestione Crediti, contestando la validità della cessione del credito originariamente vantato da una banca e la prescrizione del debito. Dopo il rigetto nei primi due gradi di giudizio, i Debitori ricorrevano in Cassazione. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibili i ricorsi riuniti. I giudici hanno rilevato la violazione dell'obbligo di esposizione sommaria dei fatti, sanzionando l'uso della scorretta tecnica dell'assemblaggio, consistente nel copiare integralmente atti precedenti rendendo il testo incomprensibile. La Corte ha inoltre respinto i motivi di merito perché generici e cumulativi, condannando i Debitori al pagamento delle spese processuali.
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Interessi di mora negati: stop al factoring senza contratto
Una società di factoring, dopo aver acquistato i crediti di una Onlus per prestazioni sanitarie, ha chiesto all'Azienda Sanitaria Locale il pagamento di oltre due milioni di euro. L'ente pubblico ha contestato il debito a causa di gravi irregolarità contabili e del superamento dei tetti di spesa regionali, riconoscendo solo una minima parte della somma. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della società finanziaria. I giudici hanno chiarito che l'onere della prova sull'esistenza del credito spettava alla società creditrice. Inoltre, la Corte ha stabilito che gli interessi di mora previsti dalla disciplina speciale per le transazioni commerciali non si applicano automaticamente alle strutture sanitarie private accreditate, a meno che non sia stato stipulato un formale contratto scritto con l'ente pubblico dopo l'entrata in vigore della legge.
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Tutela dei creditori terzi nella confisca: banche e fornitori
La Corte di Cassazione ha chiarito i presupposti per la tutela dei creditori terzi nella confisca di prevenzione. Nel caso specifico, diversi fornitori e banche avevano chiesto il riconoscimento dei loro crediti verso un imprenditore colpito da confisca antimafia. La Corte ha accolto i ricorsi dei fornitori ordinari e della banca cessionaria del credito, stabilendo che la loro buona fede non può essere esclusa solo per la conoscenza generica di indagini sul debitore. Al contrario, ha respinto il ricorso di un istituto di credito che aveva omesso i controlli antiriciclaggio durante un'operazione di scudo fiscale da dieci milioni di euro per lo stesso imprenditore. Per la banca, l'omissione dei doveri di diligenza qualificata esclude la buona fede necessaria a salvare il credito.
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Azione revocatoria: il nuovo creditore blocca la finta vendita
Un istituto bancario ha avviato un'azione revocatoria per dichiarare inefficace la vendita di un immobile compiuta dai suoi debitori a favore di un terzo acquirente. Nel corso del giudizio, la banca ha ceduto il proprio credito a una società finanziaria. Il terzo acquirente ha contestato la legittimazione della società subentrante a proseguire la causa. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che il cessionario del credito beneficia automaticamente degli effetti dell'azione revocatoria promossa dal cedente. L'azione revocatoria non è infatti un diritto autonomo, ma uno strumento accessorio a tutela del credito stesso. Di conseguenza, il terzo acquirente perde la causa e deve rimborsare le spese legali.
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Opposizione a decreto ingiuntivo: la fattura da sola non basta
Un'azienda cede un credito per fornitura merci a una società di gestione, che ottiene un decreto ingiuntivo contro l'acquirente. L'acquirente propone opposizione a decreto ingiuntivo, contestando la ricezione di gran parte della merce e sostenendo che le fatture erano errate. La Corte d'Appello riduce il debito, ritenendo che le fatture e i buoni di consegna non firmati, prodotti solo dal creditore, non provino la consegna a fronte della contestazione del debitore. La Corte di Cassazione conferma questa decisione, rigettando il ricorso del creditore originario. I giudici ribadiscono che, nel giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo, spetta al creditore dimostrare l'effettiva consegna della merce e l'esistenza del credito, non essendo sufficienti i soli documenti unilaterali come le fatture non accettate.
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Improcedibilità del ricorso per cassazione: errore formale fatale
Il caso nasce dall'opposizione a precetto promossa da un fideiussore contro una società cessionaria di crediti bancari. Dopo alterne decisioni nei gradi di merito sull'imputazione dei pagamenti eseguiti, il debitore propone ricorso in Cassazione. La Suprema Corte dichiara l'improcedibilità del ricorso per cassazione poiché il ricorrente ha depositato una copia cartacea della sentenza d'appello (estratta dal fascicolo telematico) priva dell'attestazione di cancelleria riguardante l'avvenuta pubblicazione, la data e il numero del provvedimento. Tali elementi sono indispensabili per verificare la tempestività dell'impugnazione. Di conseguenza, il ricorso viene rigettato senza esame del merito.
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Rimborso IVA per cessazione attività: senza prove il fisco vince
La Società Cessionaria ha acquistato un credito d'imposta da una società in liquidazione coatta amministrativa e ha richiesto all'Agenzia delle Entrate il rimborso IVA per cessazione attività per un valore di oltre novantamila euro. L'ufficio tributario ha respinto la richiesta a causa della mancanza di prove sull'esistenza e sull'origine del credito stesso. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della società acquirente, stabilendo che spetta sempre al contribuente l'onere di dimostrare la sussistenza delle operazioni imponibili che hanno generato il credito. La mancata presentazione della dichiarazione speciale da parte del commissario liquidatore ha inoltre impedito di provare la data di cessazione dell'attività. Di conseguenza, la società perde definitivamente il diritto al rimborso e deve pagare le spese processuali.
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Cessione del credito IVA: perché il Fisco può negare il rimborso
Un contribuente richiedeva il rimborso di un credito d'imposta derivante da una cessione del credito IVA stipulata con una ditta terza. L'Agenzia delle Entrate negava il rimborso, eccependo l'inefficacia della cessione per difetto di notifica formale e la compensazione con i debiti tributari del cedente. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Fisco, stabilendo che la cessione di crediti verso la Pubblica Amministrazione è inefficace se non notificata nelle forme solenni di legge. Inoltre, la Suprema Corte ha chiarito che l'Amministrazione finanziaria aveva validamente contestato l'esistenza del credito, escludendo l'applicazione del principio di non contestazione. La sentenza impugnata è stata cassata con rinvio.
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Cessione del credito: chi cede il diritto non può fare causa
Un'Azienda Sanitaria e una Casa di Cura si scontrano in giudizio per un pagamento. Tuttavia, emerge che la Casa di Cura ha effettuato una cessione del credito a una società di factoring. La Corte di Cassazione rileva d'ufficio che il trasferimento del credito priva il creditore originario del potere di agire in giudizio per l'adempimento. Anche se si tratta di una cessione pro solvendo, il creditore originario perde la legittimazione, salvo per gli interessi maturati prima del trasferimento, se non diversamente pattuito. Poiché la questione non era stata discussa, la Corte assegna alle parti quaranta giorni per presentare osservazioni scritte sulla titolarità del credito prima di emettere la decisione finale.
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Cessione del credito: l’autotutela pubblica riduce i rimborsi
Un'impresa appaltatrice ha effettuato una cessione del credito a favore di una società finanziaria. Il credito derivava da lavori pubblici e riguardava il caro materiali. Successivamente, l'ente pubblico appaltante ha ridotto l'importo del credito tramite un provvedimento di autotutela e ha pagato la somma ridotta direttamente all'appaltatrice. La società finanziaria ha agito in giudizio per ottenere l'intero importo originario. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della finanziaria, stabilendo che la riduzione del credito operata dall'amministrazione in autotutela è opponibile al cessionario, poiché incide sull'esistenza stessa del diritto ceduto. Inoltre, la contestazione dell'ente pubblico costituisce una mera difesa, non soggetta a decadenze processuali.
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Scrittura privata senza data certa: il privato perde il risarcimento
Un privato ha avviato un'esecuzione forzata contro la Pubblica Amministrazione per riscuotere un risarcimento da espropriazione, dichiarandosi acquirente del credito in forza di un accordo del 1992. La Pubblica Amministrazione si è opposta, rilevando che la sentenza di condanna era inesistente poiché emessa a favore di un soggetto già deceduto prima della causa. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del privato, stabilendo che una scrittura privata senza data certa non ha valore di prova nei confronti del debitore terzo. L'Ente pubblico ha quindi il diritto di rifiutare il pagamento, poiché l'atto di cessione del credito non è opponibile senza la certezza temporale del trasferimento, necessaria per evitare pagamenti a soggetti non legittimati.
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Cessazione della materia del contendere: l’accordo chiude la lite
Nel 1992, un istituto bancario concesse un mutuo ad alcuni debitori. A causa del mancato pagamento, iniziarono diverse procedure esecutive. Una società terza, qualificatasi come nuova creditrice a seguito di cessione del credito, avviò un'esecuzione forzata. I debitori si opposero con successo in primo grado per mancanza di prove sulla cessione. Successivamente, la stessa società avviò una nuova esecuzione, ma i debitori eccepirono il giudicato. Dopo alterne vicende nei gradi di merito, la controversia è giunta in Cassazione. Davanti alla Suprema Corte, le parti hanno dichiarato di aver raggiunto un accordo transattivo amichevole. Di conseguenza, la Corte ha dichiarato la cessazione della materia del contendere, compensando interamente le spese di giudizio.
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Rimborso IVA: il fisco nega il credito anche dopo la scadenza
Un'azienda ha richiesto il rimborso IVA per crediti ceduti da due fallimenti. L'Amministrazione Finanziaria ha negato il rimborso poiché i curatori fallimentari avevano compensato illegittimamente crediti anteriori al fallimento con debiti successivi della procedura. Il giudice d'appello ha dato ragione all'azienda, ritenendo che il fisco non potesse più contestare l'operazione per decorso dei termini di accertamento. La Corte di Cassazione ha ribaltato la decisione, accogliendo il ricorso del fisco. I giudici hanno stabilito che l'Amministrazione Finanziaria può contestare l'esistenza del credito chiesto a rimborso in ogni tempo, poiché l'omesso controllo non equivale a un riconoscimento implicito del credito. La causa torna alla Commissione Tributaria Regionale per un nuovo esame.
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