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Cessione Del Credito

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538 provvedimenti applicano questo termine

Provvedimenti

Azione revocatoria ordinaria: stop ai trasferimenti familiari
Un garante ha ceduto quote immobiliari alla sorella. Successivamente, la sorella ha trasferito gli stessi beni al coniuge in sede di separazione. L'istituto di credito cessionario del credito ha esercitato l'azione revocatoria ordinaria per dichiarare inefficaci i trasferimenti. La terza acquirente ha contestato la legittimazione della banca e la prova della consapevolezza del danno. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. I giudici hanno stabilito che la sentenza sulla legittimazione del creditore esplica efficacia riflessa anche nei confronti dei terzi acquirenti. Inoltre, la vicinanza temporale degli atti, i vincoli familiari e l'assenza di prova sui pagamenti dimostrano pienamente la conoscenza del pregiudizio. L'azione revocatoria ordinaria è stata quindi confermata con il completo rigetto delle pretese della ricorrente.
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Cessione del credito e PA: la Cassazione respinge il ricorso
Una Pubblica Amministrazione contesta la richiesta di pagamento presentata da una banca, relativa alla cessione del credito derivante da contratti di fornitura stipulati con un'impresa. La Pubblica Amministrazione sostiene che la causa debba essere bloccata per litispendenza, ossia per la pendenza di un separato giudizio sullo stesso rapporto e per l'avvenuto pagamento. La Corte di Cassazione rigetta il ricorso dell'amministrazione pubblica. In primo luogo, dichiara inammissibile il motivo sulla litispendenza perché l'ente non ha trascritto dettagliatamente le domande del giudizio parallelo. In secondo luogo, esclude il vizio di omessa pronuncia, spiegando che l'esclusione della litispendenza comporta il rigetto implicito dell'eccezione di adempimento collegata al procedimento separato. La Pubblica Amministrazione viene condannata a pagare le spese di lite alla banca.
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Rimborso credito IVA: il Fisco paga gli interessi eccedenti
Una società riscuote un ingente credito fiscale a seguito di una cessione aziendale. L'Amministrazione Finanziaria sospende il rimborso credito IVA citando l'esistenza di debiti fiscali pendenti del precedente titolare. Successivamente, la Corte di Cassazione chiarisce come devono essere calcolati gli interessi moratori dovuti dallo Stato. I giudici stabiliscono che il blocco degli interessi vale soltanto nei limiti del reale debito fiscale contestato. La parte del credito che supera il controcredito dello Stato continua invece a produrre interessi a favore del contribuente. La Suprema Corte accoglie il ricorso della società e rinvia la causa alla Corte di Giustizia Tributaria per rideterminare la somma esatta spettante al contribuente.
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Rimborsi e tetto di spesa sanità: la Cassazione frena
Una società finanziaria, diventata titolare dei crediti di un ospedale classificato, ha chiesto alla Regione il pagamento di oltre sei milioni di euro per prestazioni sanitarie rese nel 2005. I giudici di merito hanno respinto la richiesta per il superamento dei limiti di bilancio regionali. La questione riguarda l'applicabilità del tetto di spesa sanità agli ospedali privati equiparati a quelli pubblici prima del 2009. Esistono due orientamenti opposti: uno considera tali strutture prive di tetti di spesa contrattuali prima del 2009, l'altro ritiene validi i limiti imposti dalla Regione. Di fronte a questo contrasto giurisprudenziale, la Corte di Cassazione ha sospeso la decisione e ha rinviato la causa a una pubblica udienza per stabilire una linea interpretativa univoca.
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Sconto tariffario e rimborsi sanitari: la Cassazione decide
Una struttura sanitaria accreditata ha contestato la richiesta dell'azienda sanitaria pubblica di restituire somme corrisposte in eccesso. La pretesa derivava dall'applicazione retroattiva dello sconto tariffario previsto dalla legge per il triennio 2007-2009, temporaneamente sospeso e poi ripristinato a seguito della conclusione favorevole dei contenziosi amministrativi. La Corte di Cassazione ha confermato che lo sconto tariffario si inserisce automaticamente nei contratti tra sanità pubblica e strutture private ai sensi dell'articolo 1339 del codice civile. Questa integrazione rende legittimo il recupero degli importi erogati in eccedenza per il triennio 2007-2009. La Corte ha inoltre escluso la necessità di coinvolgere nel processo la società di factoring a cui erano stati ceduti i crediti. Il ricorso della struttura sanitaria privata è stato integralmente rigettato.
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Consulenza tecnica d’ufficio e risarcimento danni: no a perizie
Un automobilista cede il credito risarcitorio derivante da un incidente stradale a una carrozzeria. L'impresa di riparazioni agisce in giudizio contro la compagnia di assicurazione per ottenere una somma maggiore rispetto a quella gia versata, chiedendo la nomina di un perito. Il tribunale respinge la richiesta ritenendo sufficienti le prove fotografiche e i verbali della Polizia Municipale, qualificando la perizia come esplorativa. La carrozzeria ricorre in Cassazione contestando il mancato ricorso alla perizia e la valutazione delle prove. La Corte di Cassazione rigetta il ricorso. I giudici chiariscono che la decisione su consulenza tecnica d'ufficio e risarcimento danni appartiene alla discrezionalita del giudice di merito. La perizia non puo colmare la carenza di prove a carico dell'attore. La carrozzeria perde la causa e viene condannata al pagamento delle spese legali.
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Risarcimento auto sostitutiva: spetta anche senza fattura
Una cittadina subisce un incidente stradale e affida la propria vettura danneggiata alle riparazioni. Durante l'attesa, la donna ottiene un veicolo a noleggio da un'azienda specializzata. La cliente cede all'impresa il proprio diritto al risarcimento auto sostitutiva verso la compagnia assicurativa del responsabile. L'assicurazione rifiuta il rimborso affermando che manca la fattura saldata e la prova dell'assoluta necessità dell'auto. La Corte di Cassazione ribalta le decisioni precedenti e accoglie il ricorso della società di noleggio. I giudici stabiliscono che il danneggiato deve solo dimostrare di aver assunto l'obbligo di pagare il servizio. Non occorre provare l'avvenuto pagamento preventivo o l'estrema necessità del mezzo. La causa torna al tribunale per una nuova valutazione conformata al principio di diritto espresso.
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Appello sentenza giudice di pace: competenza e rito
Una società cessionaria del credito risarcitorio ha citato una compagnia assicurativa davanti al giudice di pace per ottenere il rimborso delle spese di noleggio di un veicolo sostitutivo dopo un sinistro stradale. La compagnia ha sollevato l'incompetenza territoriale del magistrato adito. Il giudice di pace ha dichiarato la propria incompetenza e ha trasferito gli atti a un altro ufficio. L'assicurazione ha proposto appello davanti al tribunale, ma quest'ultimo ha dichiarato inammissibile l'impugnazione, sostenendo che le questioni di competenza non rientrino nei vizi procedurali previsti per le cause decise secondo equità. La Corte di Cassazione ha ribaltato il verdetto e ha chiarito che l'appello sentenza giudice di pace è sempre ammesso se riguarda la violazione delle norme sulla competenza territoriale. La Suprema Corte ha dunque cassato la pronuncia e ha rinviato il procedimento.
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Revocazione per errore di fatto: la svista contestata è diritto
Una società contesta la sentenza di fallimento sostenendo che la banca creditrice non avesse titolo per agire, avendo ceduto il proprio credito. La Corte di Cassazione dichiara inammissibile il ricorso originario per la mancata allegazione dell'atto di cessione. La società fallita promuove quindi un ricorso per revocazione per errore di fatto, affermando che la cessione fosse una circostanza pacifica e non contestata tra le parti. I Giudici di legittimità dichiarano inammissibile l'impugnazione. La valutazione della specificità del ricorso e dell'assenza degli allegati costituisce una decisione in diritto e non un errore percettivo su un documento. La società subisce la conferma del fallimento e la condanna al raddoppio del contributo unificato.
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Apertura della liquidazione giudiziale: il debito resta valido
Alcuni creditori richiedono l'apertura della liquidazione giudiziale nei confronti di un imprenditore individuale. L'imprenditore sostiene di non superare la soglia legale di cinquecentomila euro di debiti. A suo avviso la revoca di un decreto ingiuntivo bancario di oltre settantacinquemila euro, avvenuta per difetto di prova sulla cessione del credito, ridurrebbe il passivo totale sotto il limite di legge. La Corte di Cassazione dichiara il ricorso inammissibile. La mancata prova della cessione del credito modifica soltanto la titolarità del diritto di riscuotere, ma lascia del tutto inalterata l'esistenza del debito originario iscritto in contabilità. Il totale dei debiti dell'imprenditore rimane superiore alla soglia e la procedura proseguirà regolarmente con condanna dell'imprenditore alle spese legali.
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Difetto di legittimazione passiva: chi compra crediti non paga i danni
Una complessa vicenda immobiliare, nata per la correzione dei dati catastali di un appartamento venduto, ha visto la proprietaria di un immobile adiacente richiedere il risarcimento dei danni all'istituto bancario originario. Nel corso del giudizio è intervenuta una società cessionaria, sostenendo di essere subentrata nei diritti della banca. La Corte di Cassazione ha accertato il difetto di legittimazione passiva della società cessionaria: l'acquisto del solo credito derivante dal mutuo dell'acquirente non attribuisce la titolarità a difendere la banca dalla domanda risarcitoria della proprietaria. Contestualmente, la Suprema Corte ha respinto il ricorso della proprietaria riguardante la revocazione della sentenza, confermando che le censure mosse costituivano semplici valutazioni di merito e non errori materiali di fatto. La società intervenuta senza titolo è stata condannata al pagamento delle spese di lite.
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Frode assicurativa: condannato anche chi non firma la polizza
Un gestore di fatto di una carrozzeria ha ottenuto un indennizzo dall'assicurazione presentando una fattura per riparazioni mai eseguite e una cessione di credito con firma falsa dell'assicurata. L'uomo ha incassato la somma sul conto dell'attività. I giudici di merito lo hanno condannato per frode assicurativa. L'imputato ha presentato ricorso in Cassazione sostenendo di non poter rispondere di tale reato poiché non era lui il titolare della polizza. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. Il reato di frode assicurativa non richiede la qualifica di assicurato ma punisce chiunque falsifichi la documentazione del sinistro.
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Azione revocatoria ordinaria valida contro nullità fideiussione
Un istituto bancario ha agito contro un garante per ottenere la dichiarazione di inefficacia di alcuni atti patrimoniali mediante azione revocatoria ordinaria. Una società cessionaria è subentrata nel credito e i giudici di merito hanno accolto la domanda revocatoria a tutela del credito ceduto. Il garante ha presentato ricorso in Cassazione sostenendo il difetto di prova sulla cessione e la nullità totale della fideiussione per violazione della normativa sulla concorrenza. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che l'eventuale nullità antitrust dello schema contrattuale colpisce solo singole clausole e non estingue l'intero debito. Di conseguenza, il credito permane anche se controverso, conservando la piena validità per l'azione revocatoria ordinaria.
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Compensazione crediti fiscali fallimento: stop al Fisco
Una società finanziaria acquista dalla curatela fallimentare un credito IRES maturato durante la gestione della procedura concorsuale. La società cessionaria richiede il relativo rimborso all'Agenzia delle Entrate. L'ente impositore oppone il silenzio-rifiuto. L'Amministrazione sostiene di poter operare una compensazione con debiti tributari anteriori all'apertura del fallimento. I giudici di merito accolgono la domanda di rimborso della società cessionaria. La Corte di Cassazione respinge il ricorso dell'ente erariale. I giudici stabiliscono il divieto di compensazione crediti fiscali fallimento tra posizioni debitorie pregresse del fallito e crediti maturati successivamente dalla massa a tutela della par condicio.
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Cessione del credito sanitario: la fattura non basta
Una società finanziaria ha acquistato presunti crediti da una struttura sanitaria accreditata e ha citato in giudizio l'Azienda Ospedaliera e l'Azienda Sanitaria Locale. La cessionaria chiedeva il saldo di prestazioni riabilitative e milioni di euro a titolo di interessi moratori per i ritardi nei pagamenti. I giudici hanno respinto le richieste. La semplice esibizione delle fatture commerciali non dimostra l'effettiva esecuzione delle prestazioni sanitarie nei confronti degli assistiti all'interno di una causa ordinaria. Inoltre, la società creditrice non ha dettagliato tempestivamente le date di notifica dei singoli crediti per giustificare gli interessi. La Corte di Cassazione ha confermato il rigetto totale della domanda, condannando la società cessionaria al pagamento delle spese legali.
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Prova del credito ceduto: niente rimborsi senza contratto valido
Una società finanziaria ha acquistato crediti sanitari da un ente accreditato e ha citato in giudizio l'Azienda Sanitaria e l'Azienda Ospedaliera per ottenere oltre un milione di euro. La debitrice pubblica ha contestato la debenza delle somme eccedenti i tetti concordati e la mancanza di autorizzazione per le cure aggiuntive. I giudici hanno riconosciuto solo l'importo formalmente ammesso dal debitore, rigettando le richieste istruttorie della società finanziaria perché esplorative. La Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso della cessionaria. La Corte ha ribadito che la prova del credito ceduto impone al cessionario di dimostrare l'esistenza del valido contratto a monte e la preventiva autorizzazione amministrativa delle prestazioni eseguite, non bastando la mera fatturazione unilaterale.
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Revocazione per errore di fatto: quando il ricorso fallisce
Una società cessionaria di un credito professionale agisce contro un'azienda debitrice per ottenere il saldo di oltre ottocentomila euro. L'azienda eccepisce l'esistenza di un accordo verbale transattivo, già saldato con duecentodiecimila euro. La Corte di Appello accoglie la tesi dell'azienda e respinge la domanda di pagamento. La Suprema Corte conferma la pronuncia. La società creditrice propone quindi ricorso straordinario per revocazione per errore di fatto, contestando l'utilizzabilità di documenti tardivi e il mancato rilievo di preclusioni processuali. La Corte di Cassazione dichiara il ricorso inammissibile: le questioni sollevate non costituiscono una svista materiale percettiva, bensì vere valutazioni giuridiche e processuali non censurabili tramite revocazione. La società ricorrente perde definitivamente il giudizio e deve rimborsare le spese di lite.
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Cessione del credito bancario: prova su tutti i passaggi
Una società veicolo di recupero crediti ha richiesto l'ammissione al passivo fallimentare per oltre centoundicimila euro derivanti da un vecchio mutuo fondiario bancario. La curatela fallimentare ha contestato la titolarità del diritto, eccependo l'assenza di documenti attestanti un passaggio intermedio della catena societaria, ossia la fusione tra due precedenti società titolari del credito. La Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso della società cessionaria. In tema di cessione del credito bancario, chi si dichiara successore dell'originario creditore deve fornire la prova documentale rigorosa e completa di tutti i passaggi traslativi qualora la controparte li contesti formalmente. La mera dichiarazione unilaterale dell'ultimo soggetto cedente non sana l'interruzione della catena probatoria.
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Cessione del credito: debito valido senza prova del pagamento
Una società creditrice ha chiesto e ottenuto un'ingiunzione di pagamento contro un cliente per forniture di materiale edile. La società agiva in parte per crediti propri e in parte in virtù di una cessione del credito stipulata con un'altra ditta. Il debitore ha fatto opposizione, sostenendo di aver già estinto il debito tramite versamenti e assegni emessi dal padre. Il debitore ha inoltre contestato la cessione del credito, definendola un atto abusivo finalizzato a neutralizzare i suoi crediti da lavoro verso l'azienda. I giudici di merito hanno respinto l'opposizione e la Corte di Cassazione ha confermato integralmente la decisione. La Suprema Corte ha ribadito che il debitore deve provare il legame preciso tra i pagamenti eseguiti e il debito contestato, confermando la piena validità della cessione.
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Sequestro preventivo crediti d’imposta: stop alla banca ignara
La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità del sequestro preventivo crediti d'imposta derivanti da presunte truffe legate al Superbonus, anche se tali crediti si trovano nel cassetto fiscale di una banca terza acquirente ed estranea all'illecito penale. L'istituto di credito sosteneva di aver acquistato i crediti fiscali in totale buona fede dopo accurati controlli documentali, invocando la natura autonoma del credito ceduto. I giudici hanno invece stabilito che il credito ceduto conserva la natura derivativa dall'originaria detrazione fiscale. Di conseguenza, i vizi e l'inesistenza dei lavori edilizi colpiscono anche il terzo acquirente. Il sequestro impeditivo mira a bloccare la circolazione di beni pertinenti al reato per evitare l'aggravamento del danno economico per lo Stato.
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