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71 provvedimenti applicano questo termine

Provvedimenti

Trasferimento d’azienda: nullo il finto licenziamento
Un lavoratore, licenziato da un'azienda in liquidazione il 22 gennaio, viene assunto il giorno successivo da una nuova società subentrante con contratto a termine e patto di prova, per poi essere licenziato per mancato superamento della prova. Il lavoratore chiede l'applicazione delle tutele del trasferimento d'azienda (Art. 2112 c.c.). I giudici di merito respingono la domanda ritenendo il rapporto ormai cessato al momento del passaggio. La Cassazione accoglie il ricorso del lavoratore: i giudici non possono limitarsi alla sequenza temporale dei contratti, ma devono verificare se il licenziamento e la successiva riassunzione siano stati preordinati per aggirare la legge. La sentenza viene cassata con rinvio.
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Rimborso IVA indebita: il cliente perde contro il fisco
Una società estera ha richiesto direttamente all'amministrazione finanziaria la restituzione dell'imposta pagata alle proprie fornitrici italiane per l'installazione di alcune insegne pubblicitarie, ritenendo l'operazione non soggetta a tassazione in Italia. L'ufficio tributario ha rifiutato la richiesta. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'amministrazione finanziaria, stabilendo che il cliente acquirente non ha il diritto di chiedere direttamente al fisco il rimborso IVA indebita pagata per errore al fornitore. In questi casi, l'acquirente deve agire contro il fornitore per recuperare quanto pagato in rivalsa, mentre spetta solo al fornitore chiedere il rimborso all'erario. Di conseguenza, il ricorso originario della società è stato definitivamente respinto.
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Trasferimento di azienda: tutele senza limiti per il lavoratore
Un lavoratore ha chiesto l'accertamento del proprio rapporto di lavoro con la società cessionaria a seguito di un trasferimento di azienda. La Corte d'Appello aveva dichiarato il lavoratore decaduto dal diritto di agire, ritenendo applicabili i termini di decadenza previsti dall'art. 32 della Legge 183/2010. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso del lavoratore, stabilendo che il termine di decadenza si applica solo quando il dipendente contesta il trasferimento di azienda per impedirne gli effetti. Al contrario, quando il lavoratore intende avvalersi del trasferimento per far valere la prosecuzione automatica del rapporto di lavoro con il nuovo datore di lavoro ai sensi dell'art. 2112 c.c., non si applica alcuna decadenza. La sentenza impugnata è stata cassata con rinvio.
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Trasferimento di ramo d’azienda: nullo se manca l’autonomia
La Corte di Cassazione ha confermato l'inefficacia del trasferimento di ramo d'azienda attuato da un'importante società di telecomunicazioni a favore di un'impresa terza. Un lavoratore ha contestato la cessione del proprio reparto, sostenendo che la struttura ceduta non avesse una reale autonomia. I giudici hanno dato ragione al dipendente: il reparto trasferito continuava a dipendere strettamente dall'azienda originaria per la gestione e i sistemi informatici, operando in regime di monocommittenza. Di conseguenza, non si configurava un vero trasferimento di ramo d'azienda ai sensi dell'articolo 2112 del codice civile. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso della società cedente, confermando che il rapporto di lavoro del dipendente rimane attivo a tutti gli effetti con l'azienda originaria e condannando la società al pagamento delle spese legali.
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Responsabilità solidale IVA: l’acquisto sotto costo costa caro
L'Agenzia delle Entrate ha emesso una cartella esattoriale per il pagamento dell'IVA nei confronti di una concessionaria di auto, ritenendola responsabile in solido con il venditore che non aveva versato l'imposta. La vendita era avvenuta a un prezzo inferiore al valore di mercato. I giudici di merito avevano annullato l'atto ritenendo che il fisco dovesse provare la consapevolezza della frode da parte dell'acquirente. La Cassazione ha ribaltato la decisione, stabilendo che per attivare la responsabilità solidale IVA ex art. 60-bis d.P.R. 633/1972 l'ufficio deve provare solo il mancato versamento dell'imposta e il prezzo sotto la soglia di mercato. Spetta poi all'acquirente dimostrare che lo sconto non era legato all'evasione. La sentenza è stata cassata con rinvio.
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Trasferimento del personale ATA: stipendio salvo ma nessun aumento
Alcuni dipendenti pubblici hanno fatto causa al Ministero dell'Istruzione chiedendo il riconoscimento integrale dell'anzianità di servizio maturata presso l'ente locale di provenienza, a seguito del loro trasferimento nei ruoli dello Stato. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso dei lavoratori. I giudici hanno chiarito che il trasferimento del personale ATA dagli enti locali allo Stato garantisce solo la conservazione dello stesso stipendio precedentemente percepito, per evitare un peggioramento economico. Non è invece possibile pretendere un aumento della retribuzione applicando la vecchia anzianità alle regole del nuovo contratto collettivo statale. Poiché i lavoratori non hanno subito alcuna perdita economica al momento del passaggio, la loro richiesta di ricalcolo è stata rigettata.
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Trasferimento di ramo d’azienda nullo: stipendi comunque dovuti
Una lavoratrice ha ottenuto la dichiarazione di invalidità del trasferimento di ramo d'azienda tra la sua azienda originaria e una nuova società. Nel frattempo, era stata licenziata dalla nuova società e aveva scelto di percepire l'indennità sostitutiva della reintegrazione. Successivamente, ha chiesto all'azienda originaria il pagamento delle retribuzioni arretrate. L'azienda originaria si è opposta, sostenendo che l'indennità ricevuta e la risoluzione del rapporto con la nuova società estinguessero il debito. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'azienda originaria. I giudici hanno stabilito che, dichiarata la nullità del trasferimento, il rapporto di lavoro originario sopravvive di diritto. Le vicende risolutive con la nuova società, inclusa l'indennità sostitutiva, non incidono sull'obbligo dell'azienda originaria di pagare gli stipendi dovuti a causa del rifiuto di ricevere la prestazione lavorativa.
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Cessione parziale del credito IVA: sì al rimborso della banca
Una banca, in qualità di cessionaria del credito d'imposta di una società fallita, ha impugnato il silenzio-rifiuto dell'Agenzia delle Entrate sulla richiesta di rimborso di una quota di tale credito. I giudici di merito avevano respinto la domanda, ritenendo vietata la cessione frazionata. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso, stabilendo che la cessione parziale del credito IVA è pienamente legittima. A differenza delle imposte dirette, per le quali esistono specifici divieti di frazionamento, per l'IVA non vi è alcuna norma limitativa. Di conseguenza, il cessionario ha pieno diritto a ottenere il rimborso della quota di credito acquistata, oltre ai relativi interessi.
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Responsabilità solidale: acquisto sottocosto e rischio IVA
La Corte di Cassazione affronta il tema della responsabilità solidale del cessionario per l'IVA non versata dal venditore. Il caso riguarda un'azienda che aveva acquistato materiale informatico a un prezzo inferiore persino al costo di acquisto del fornitore. L'Agenzia delle Entrate ha quindi richiesto all'acquirente il pagamento dell'imposta evasa. La Corte ha stabilito un principio chiave: la vendita sottocosto è un forte indizio di un prezzo 'inferiore al valore normale'. Questo fa scattare automaticamente la responsabilità dell'acquirente, che per liberarsi deve fornire prove oggettive e concrete che giustifichino il prezzo così basso, come la rapida obsolescenza dei prodotti. In assenza di tale prova, l'acquirente deve pagare.
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Sanzioni per fattura irregolare: la Cassazione condanna l’acquirente
Una società immobiliare acquistava dei negozi applicando un'aliquota IVA agevolata, ma citando una norma errata. L'Agenzia delle Entrate ha irrogato sanzioni per fattura irregolare non al venditore, ma direttamente alla società acquirente. La Corte di Cassazione ha dato ragione al Fisco, stabilendo un principio importante: l'acquirente non è un soggetto passivo. Se possiede le competenze professionali per riconoscere l'errore nella fattura, come in questo caso, ha l'obbligo di attivarsi per la regolarizzazione. In caso contrario, condivide la responsabilità con il venditore e può essere sanzionato. La professionalità dell'acquirente, quindi, aumenta i suoi doveri di controllo.
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Frode IVA e Dichiarazione Falsa: la Responsabilità del Cedente
Una concessionaria di auto vendeva veicoli senza IVA a clienti che si presentavano come 'esportatori abituali' tramite dichiarazioni d'intento. L'Agenzia delle Entrate ha contestato l'operazione, scoprendo che i clienti non avevano i requisiti, e ha chiesto il pagamento dell'imposta alla concessionaria. La Corte di Cassazione ha stabilito che la responsabilità del cedente non può essere esclusa solo sulla base di elementi isolati come la regolarità formale della dichiarazione o il prezzo di mercato. Il venditore ha un dovere di diligenza e deve valutare tutti gli indizi disponibili per non essere coinvolto in una frode. La Corte ha quindi annullato la decisione precedente, che aveva dato ragione all'azienda, e ha rinviato il caso a un nuovo giudice per una valutazione più approfondita di tutti gli elementi.
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Responsabilità solidale: notifica tardiva al compratore, debito valido
La Corte di Cassazione affronta il tema della responsabilità solidale del cessionario per i debiti fiscali del venditore. Un'azienda acquirente aveva impugnato una cartella di pagamento, sostenendo che le fosse stata notificata oltre i termini di legge. La Corte ha stabilito che la notifica è valida anche se effettuata tardivamente al compratore, a condizione che sia stata notificata tempestivamente al venditore (debitore principale). La legge, infatti, prevede un'alternativa: la notifica può essere fatta all'uno o all'altro dei soggetti coobbligati. Di conseguenza, la pretesa del Fisco è legittima e l'acquirente deve rispondere del debito, nei limiti del valore del ramo d'azienda acquistato.
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Responsabilità solidale del cessionario: stop per vizio di forma
La Corte di Cassazione ha esaminato un caso sulla responsabilità solidale del cessionario di crediti d'imposta. L'Agenzia delle Entrate riteneva due società, che avevano acquistato crediti fiscali, responsabili per l'intero debito della società cedente, inclusi sanzioni e interessi, a causa di una presunta evasione fiscale. Tuttavia, la Corte non ha deciso nel merito la questione. Ha invece fermato il processo, rilevando un vizio procedurale: l'Agenzia delle Entrate non aveva citato in giudizio l'Agente della Riscossione, parte necessaria del processo. Di conseguenza, ha ordinato di includere la parte mancante e ha rinviato la causa, senza ancora stabilire i limiti della responsabilità.
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Trasferimento d’azienda in crisi: lavoro salvo nonostante la cessione
La Corte di Cassazione affronta un caso di licenziamento illegittimo seguito da un trasferimento d'azienda in crisi. Una lavoratrice, licenziata ingiustamente dalla prima azienda, ha chiesto di proseguire il suo rapporto di lavoro con la seconda azienda, subentrata nella gestione. La Corte ha stabilito un principio fondamentale: anche in un trasferimento d'azienda in crisi, se l'attività produttiva continua e non è finalizzata alla liquidazione, i rapporti di lavoro si trasferiscono automaticamente al nuovo datore. La lavoratrice ha quindi vinto, ottenendo il diritto alla reintegrazione presso l'azienda acquirente, a conferma della priorità della tutela dell'occupazione.
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Fondo di Garanzia INPS: No TFR se la nuova azienda è solvibile
La Cassazione ha stabilito che il Fondo di Garanzia INPS non è tenuto a pagare TFR e stipendi arretrati se il rapporto di lavoro prosegue senza interruzioni con una nuova azienda acquirente che è solvibile. In caso di trasferimento d'azienda, la legge prevede una responsabilità solidale tra vecchio e nuovo datore. Se il nuovo datore è 'in bonis' (solvibile), il lavoratore deve rivolgersi a quest'ultimo per ottenere i suoi crediti. L'intervento del Fondo è escluso perché la sua funzione è coprire il rischio di insolvenza, rischio che non sussiste quando esiste un coobbligato in grado di pagare.
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Trasferimento d’azienda in crisi: reintegro spetta al nuovo datore
La Corte di Cassazione affronta un caso di licenziamento collettivo avvenuto prima di un trasferimento d'azienda in crisi. Un lavoratore, licenziato illegittimamente dall'azienda originaria, chiede il reintegro alla nuova società acquirente, posta in amministrazione straordinaria. La Corte stabilisce un principio fondamentale: anche in un trasferimento d'azienda in crisi, gli accordi sindacali possono modificare le condizioni di lavoro ma non possono annullare la tutela dei lavoratori. Se l'attività aziendale prosegue con il nuovo acquirente, l'obbligo di reintegrare il lavoratore licenziato ingiustamente si trasferisce a quest'ultimo. La continuità aziendale prevale, garantendo la protezione del posto di lavoro.
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Ente soppresso, lavoratore reintegrato: il trasferimento d’azienda
Una lavoratrice, il cui contratto a progetto con un Consorzio era stato convertito in un rapporto a tempo indeterminato, si è vista coinvolta nella soppressione del suo datore di lavoro. Un nuovo Consorzio, subentrato nelle attività, si rifiutava di riconoscerla come propria dipendente. La Corte di Cassazione ha stabilito che, in base al principio del trasferimento d'azienda e successione nel contratto, il nuovo ente eredita tutti i rapporti di lavoro del precedente, anche quelli accertati in giudizio. Di conseguenza, il nuovo Consorzio è stato condannato a riammettere in servizio la lavoratrice, confermando la continuità del rapporto di lavoro nonostante la riorganizzazione aziendale.
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Rimborso IVA al cessionario: il Fisco paga se il venditore è insolvente
Una società acquirente paga l'IVA per un'operazione che l'Agenzia delle Entrate riqualifica come cessione d'azienda, esente da IVA. L'acquirente chiede il rimborso dell'imposta versata direttamente all'Amministrazione Finanziaria, poiché la società venditrice si trova in difficoltà economica e non può restituire la somma. La Corte di Cassazione, applicando i principi europei, stabilisce che il diritto al rimborso IVA al cessionario sorge direttamente nei confronti del Fisco quando il recupero dal venditore è impossibile o eccessivamente difficile. La Corte ha quindi annullato la precedente decisione perché non aveva verificato concretamente questa impossibilità, ordinando un nuovo esame della questione.
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Debito Acquistato: la Licenza Recupero Crediti non è Necessaria
La Corte di Cassazione ha stabilito un principio chiave in materia di recupero crediti. Un'azienda che acquista un credito da un altro soggetto non necessita della licenza recupero crediti (prevista dall'art. 115 TULPS) per riscuoterlo. La vicenda nasce dal debito di un bar per forniture elettriche, ceduto a una società di gestione. Il bar sosteneva la nullità della cessione perché la società acquirente non aveva la licenza al momento dell'acquisto. La Corte ha chiarito che tale licenza è obbligatoria solo per chi recupera crediti per conto di terzi, come servizio. Chi acquista un credito, invece, agisce per tutelare un diritto proprio, entrato nel suo patrimonio. Di conseguenza, la cessione è valida e il bar è tenuto a pagare l'intero debito.
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Trasferimento d’azienda: accordo non basta, lavoratore reintegrato
Un lavoratore, licenziato nell'ambito di una procedura collettiva, ha ottenuto la reintegrazione presso la società che aveva acquisito l'azienda dal suo precedente datore di lavoro. La Corte di Cassazione ha stabilito che, in caso di trasferimento d'azienda, il rapporto di lavoro prosegue automaticamente con il nuovo acquirente. Anche in presenza di uno stato di crisi e di accordi sindacali, non si può derogare a questo principio fondamentale. La tutela del posto di lavoro prevale, rendendo illegittimo un licenziamento basato su criteri non corretti e confermando la continuità del rapporto con la nuova società. La sentenza chiarisce i limiti degli accordi sindacali nel contesto di un trasferimento d'azienda.
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