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Calunnia — Anno 2022

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173 provvedimenti applicano questo termine

Altri anni per Calunnia

Provvedimenti

Reato di calunnia: la Cassazione nega il riesame delle prove
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un cittadino, precedentemente condannato per il reato di calunnia. L'imputato contestava la sussistenza del dolo e il mancato riconoscimento di una circostanza attenuante. Tuttavia, la Suprema Corte ha stabilito che tali contestazioni richiedevano una nuova valutazione delle prove, operazione vietata nel giudizio di legittimità. Di conseguenza, i giudici hanno confermato la condanna penale originale, obbligando il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria di tremila euro in favore della Cassa delle Ammende.
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Sospensione condizionale della pena: i reati estinti la negano
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per il reato di calunnia. L'imputato contestava la ricostruzione dei fatti, il mancato riconoscimento delle attenuanti generiche e il diniego della sospensione condizionale della pena. I giudici hanno chiarito che la Cassazione non può riesaminare le prove già valutate nei precedenti gradi di giudizio. Inoltre, per ottenere le attenuanti generiche occorrono elementi positivi concreti. Infine, la presenza di precedenti condanne, anche se per reati ormai estinti, legittima il giudice a negare la sospensione condizionale della pena, poiché fa venire meno la fiducia che il colpevole non commetta altri reati in futuro. Il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Inammissibilità del ricorso per cassazione: stop a nuove prove
La Corte di Cassazione ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso per cassazione presentato da un cittadino condannato per il reato di calunnia. L'imputato richiedeva una nuova valutazione delle prove già esaminate nei precedenti gradi di giudizio. La Suprema Corte ha chiarito che il ricorso di legittimità non può essere utilizzato per richiedere un terzo giudizio di merito. Di conseguenza, i giudici hanno confermato la condanna penale e hanno sanzionato il ricorrente con il pagamento delle spese processuali e di una somma pecuniaria a favore della Cassa delle Ammende.
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Concordato in appello: l’accordo sulla pena blocca i ripensamenti
L'Imputato, condannato per calunnia, proponeva concordato in appello concordando una pena di due anni di reclusione con la riqualificazione della recidiva. Successivamente, proponeva ricorso in Cassazione lamentando l'errata applicazione della recidiva e la conseguente prescrizione del reato. La Suprema Corte dichiara inammissibile il ricorso. I giudici chiariscono che, una volta perfezionato il concordato in appello, l'imputato non può contestare la misura della pena liberamente concordata con la pubblica accusa e ritenuta congrua dal giudice. Inoltre, la recidiva reiterata risultava chiaramente dal certificato penale, escludendo il decorso dei termini di prescrizione. Il ricorrente viene condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Falsa denuncia per investimento del figlio: è reato di calunnia
Il Genitore ha querelato falsamente Il Cittadino per lesioni e omissione di soccorso, accusandolo di aver investito il figlio. Condannato nei gradi precedenti per il reato di calunnia, Il Genitore ha proposto ricorso in Cassazione sostenendo di aver agito senza dolo, essendosi fidato del racconto del figlio. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, poiché mirava a una inammissibile rivalutazione dei fatti già logicamente accertati dai giudici di merito. Il ricorrente è stato condannato anche al pagamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Falsa denuncia di smarrimento assegno: da garanzia a calunnia
L'Amministratrice di un bar ha consegnato un assegno personale a titolo di garanzia alla Società Fornitrice di slot-machine. Lo stesso giorno in cui è avvenuto il furto del macchinario cambiamonete, la donna ha presentato una falsa denuncia di smarrimento assegno per impedire l'incasso del titolo. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'imputata, confermando la condanna per il reato di calunnia. I giudici hanno stabilito che la consapevolezza dell'avvenuta consegna del titolo rende dolosa la denuncia. Inoltre, la Corte ha confermato il risarcimento del danno non patrimoniale in favore della parte civile, liquidato in via equitativa utilizzando come parametro l'importo dell'assegno rimasto insoluto. L'imputata è stata condannata anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Reato di calunnia: la Cassazione punisce la falsa accusa grossolana
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso contro la condanna per il reato di calunnia. L'imputato sosteneva che la sua falsa accusa fosse talmente grossolana e inverosimile da risultare del tutto inoffensiva. La difesa contestava inoltre la presenza del dolo e il mancato riconoscimento delle attenuanti generiche. I giudici di legittimità hanno respinto queste tesi, confermando la logicità della decisione d'appello. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Reato di calunnia: contestare le prove non è reato
Il caso nasce dalla denuncia presentata da un cittadino contro un agente di polizia giudiziaria. L'agente aveva redatto un rapporto ipotizzando un tentativo di intimidazione da parte del cittadino, basandosi su alcune intercettazioni. Il cittadino, ritenendo l'accusa falsa e smentita dalle stesse telefonate, aveva denunciato l'agente. Condannato in appello per il reato di calunnia, il cittadino si è rivolto alla Cassazione. La Suprema Corte ha annullato la condanna senza rinvio. I giudici hanno stabilito che non sussiste il reato di calunnia se la denuncia deriva da una diversa interpretazione, non intenzionalmente forzata o fraudolenta, degli elementi di indagine. Il cittadino ha semplicemente espresso una valutazione critica e soggettiva sulle prove raccolte, escludendo così il dolo necessario per la configurazione del reato.
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Calunnia per falsa denuncia: Rolex pagati con assegni ‘smarriti’
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un soggetto condannato per il reato di calunnia per falsa denuncia. L'imputato aveva denunciato lo smarrimento di alcuni assegni, in realtà consegnati a un terzo come pagamento per l'acquisto di orologi di lusso. La Suprema Corte ha confermato la ricostruzione dei giudici di merito, ritenendo pienamente attendibile la persona offesa. I giudici hanno inoltre chiarito che la sospensione della prescrizione dovuta all'astensione degli avvocati si calcola per l'intero periodo del rinvio. Infine, l'eventuale violazione del divieto di doppio giudizio (ne bis in idem), richiedendo accertamenti di fatto sul merito, non può essere dedotta direttamente in sede di legittimità, ma va proposta davanti al giudice dell'esecuzione. Il ricorrente è stato condannato alle spese e al pagamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Reato di calunnia: la falsa accusa non si cancella smentendola
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per il reato di calunnia. L'imputato aveva falsamente accusato un soggetto sapendolo innocente, cercando poi di far valere una ritrattazione tardiva e la prescrizione del reato. I giudici hanno chiarito che la ritrattazione non cancella il dolo iniziale e che l'inammissibilità del ricorso impedisce di rilevare la prescrizione maturata dopo la sentenza d'appello. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Reato di calunnia: quando la finta motivazione cancella l’assoluzione
Un cittadino ha denunciato il vicino di casa accusandolo di averlo minacciato con una pistola d'ordinanza. Il giudice di primo grado ha assolto l'imputato dal reato di calunnia, ritenendo che i cattivi rapporti di vicinato escludessero la prova certa del dolo. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Procuratore Generale, annullando la sentenza di assoluzione. I giudici di legittimità hanno stabilito che la motivazione del primo giudice era apparente e fittizia, poiché si limitava a citare principi teorici senza analizzare concretamente le prove raccolte. Il caso è stato rinviato alla Corte d'Appello per un nuovo giudizio.
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Prestanome o complice? Condanna per bancarotta fraudolenta
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per bancarotta fraudolenta e calunnia nei confronti dell'Amministratrice di Diritto di una società fallita. La difesa sosteneva che la donna fosse una semplice prestanome non operativa, escludendo il suo coinvolgimento nel piano criminale ideato dall'Amministratore di Fatto. Tuttavia, i giudici hanno accertato il suo ruolo attivo nella gestione aziendale, la consapevolezza della distrazione di oltre dieci milioni di euro e la falsità della denuncia di furto di un assegno, sporta per bloccarne il pagamento a un creditore. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, ribadendo che l'amministratore di diritto risponde dei reati societari se, pur consapevole delle condotte illecite altrui, non interviene per impedirle.
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Falsa testimonianza: accusa il PM ma perde in Cassazione
Una testimone è stata condannata per calunnia e falsa testimonianza dopo aver reso dichiarazioni false e accusato ingiustamente il Pubblico Ministero durante un noto processo penale. La Corte d'appello ha confermato la condanna a un anno e cinque mesi di reclusione. La donna ha proposto ricorso in Cassazione, lamentando la mancata interruzione dell'esame dopo alcune sue dichiarazioni autoindizianti e l'assenza di avvertimenti di legge. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la testimone aveva ricevuto tutti gli avvertimenti necessari all'inizio dell'udienza e che le sue contestazioni erano generiche e confuse. Di conseguenza, la condanna è diventata definitiva e la ricorrente dovrà pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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