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Buona Fede — Anno 2026

74 provvedimenti applicano questo termine

Altri anni per Buona Fede

Provvedimenti

Confisca di prevenzione e crediti di lavoro: no ai prestanome
Una lavoratrice ha chiesto l'ammissione al passivo del proprio credito per stipendi non pagati da una società sequestrata e confiscata alla mafia. La richiedente, nipote del titolare effettivo ed ex intestataria fittizia delle quote societarie, sosteneva di aver lavorato in buona fede dopo la morte del familiare. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. I giudici hanno chiarito che, in materia di confisca di prevenzione e crediti di lavoro, il terzo richiedente deve dimostrare la propria buona fede e la non strumentalità del credito. Nel caso specifico, la lavoratrice aveva prestato il proprio nome per coprire la gestione mafiosa dell'azienda ed era consapevole della procedura in corso. Il credito non è stato quindi riconosciuto e la ricorrente è stata condannata al pagamento delle spese processuali.
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Buona fede del creditore ipotecario: la svolta in Cassazione
Un istituto finanziario ha chiesto l'ammissione al passivo del proprio credito ipotecario relativo a un mutuo erogato ai familiari di un soggetto colpito da confisca di prevenzione. Il Tribunale ha respinto la richiesta, ritenendo la banca negligente nell'istruttoria e consapevole della pericolosità del familiare. La Corte di Cassazione ha annullato il provvedimento, affermando principi fondamentali sulla buona fede del creditore ipotecario. I giudici di legittimità hanno chiarito che l'incompletezza delle verifiche bancarie o i soli legami di parentela non dimostrano la malafede dell'istituto. Occorre invece provare che la banca fosse in grado di percepire l'uso illecito del finanziamento al momento dell'erogazione. La causa è stata quindi rinviata per un nuovo esame fondato su questi criteri oggettivi.
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Possesso vale titolo: stop alla garanzia sul bene rubato
Una società di prestito su pegno ha ricevuto in garanzia un orologio di lusso per concedere un finanziamento a un cliente. L'orologio è risultato oggetto di furto. Quando la proprietaria ne ha ottenuto il dissequestro, la società si è opposta invocando la regola del possesso vale titolo. La Corte di Cassazione ha confermato la restituzione dell'orologio alla proprietaria. La regola del possesso vale titolo non protegge chi agisce con colpa grave. L'istituto di credito si era accontentato di verifiche formali, ignorando evidenti segnali di sospetto sul cliente, come l'assenza di redditi dichiarati e un'attività commerciale cessata. Per questo motivo la Cassazione ha rigettato il ricorso con condanna alle spese.
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Sequestro preventivo veicolo: no al dissequestro senza buona fede
La Corte di Cassazione ha confermato il sequestro preventivo veicolo appartenente a una persona non indagata. Il mezzo, un autocarro intestato alla figlia ma concesso in comodato gratuito all'impresa edile della madre, trasportava illecitamente rifiuti speciali costituiti da terre e rocce di scavo. Il Tribunale del Riesame aveva respinto la richiesta di restituzione per mancata prova della buona fede. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso della proprietaria. Il terzo estraneo al reato deve dimostrare in modo rigoroso la propria totale estraneità e l'assenza di negligenza nella custodia del mezzo. I giudici hanno valorizzato l'incoerenza tra la professione della proprietaria e l'uso dell'autocarro, il legame di parentela con l'indagata e la violazione degli obblighi di comunicazione alla Motorizzazione.
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Tutela dei crediti nella confisca e negligenza della banca
Due istituti di credito hanno concesso finanziamenti e anticipazioni su fatture a una società riconducibile a un soggetto sottoposto a misura di prevenzione antimafia. A seguito del sequestro e della successiva confisca dei beni aziendali, le banche hanno chiesto l'ammissione del proprio credito al passivo della procedura. I giudici hanno respinto la richiesta per difetto di buona fede. Gli istituti avevano infatti erogato somme ingenti a una compagine societaria priva di capacità reddituale e senza adeguate garanzie patrimoniali. La Corte di Cassazione ha confermato il rigetto dei ricorsi. La tutela dei crediti nella confisca spetta unicamente al creditore che dimostri un affidamento incolpevole. La colpa grave e l'assoluta superficialità nell'istruttoria creditizia escludono la buona fede quando l'ordinaria diligenza avrebbe permesso di scorgere il collegamento con le attività illecite del debitore.
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Confisca e crediti: negligenza batte buona fede
Una promissaria acquirente ha chiesto l'ammissione del proprio credito nello stato passivo di una società confiscata alla criminalità organizzata. La richiedente sosteneva di aver versato oltre mezzo milione di euro per l'acquisto di quattro appartamenti in totale buona fede. Il Giudice dell'opposizione ha respinto l'istanza evidenziando la totale assenza di cautele ordinarie, l'anticipo di ingenti somme senza garanzie e la distanza dal luogo di residenza. La Corte di Cassazione ha confermato il rigetto, stabilendo che la tutela del terzo creditore nella confisca richiede la prova rigorosa dell'incolpevole affidamento, escluso in presenza di condotte contrattuali manifestamente anomale e incaute.
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Revoca della confisca e immobile acquistato senza visura
La Corte di Cassazione ha confermato il rigetto della richiesta di revoca della confisca presentata dalla Procura Generale nell'interesse di una promissaria acquirente. L'immobile era stato confiscato a seguito della condanna penale di un soggetto per reati di spaccio. Successivamente, la terza acquirente aveva stipulato un contratto preliminare di acquisto senza verificare i registri immobiliari. I giudici hanno chiarito che la tutela del terzo acquirente richiede la dimostrazione della buona fede e l'anteriorità del titolo rispetto al vincolo penale. Poiché il sequestro e la confisca risultavano trascritti nei registri pubblici prima del preliminare, la negligenza dell'acquirente esclude la buona fede. La Cassazione ha quindi respinto il ricorso, mantenendo ferma la confisca a favore dello Stato.
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Lavoro subordinato del socio amministratore: no alla pensione INPS
Una socia amministratrice ha chiesto il riconoscimento dei contributi previdenziali versati per oltre vent'anni come dipendente della propria società. L'INPS aveva annullato la sua posizione assicurativa, ritenendo inesistente il rapporto di lavoro subordinato e chiedendo la restituzione della pensione. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso della donna, confermando la decisione d'appello. La Corte ha chiarito che il cumulo tra la carica di amministratore e il lavoro dipendente è possibile, ma richiede la prova rigorosa di mansioni diverse da quelle gestorie e l'effettivo assoggettamento al potere direttivo altrui. Nel caso specifico, la ricorrente esercitava poteri decisionali propri del suo ruolo societario. Di conseguenza, non è configurabile il lavoro subordinato del socio amministratore e la contribuzione versata è stata ritenuta indebita, escludendo anche la buona fede della contribuente.
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Responsabilità precontrattuale: accordo sfumato ma l’ente paga
La Società e l'Autorità Portuale firmano un accordo preliminare per lo stoccaggio di fanghi di dragaggio. Il progetto si blocca per la mancanza di autorizzazioni pubbliche e la nomina di un commissario. La Società chiede il risarcimento dei danni. La Corte d'Appello esclude l'inadempimento del contratto ma condanna l'ente pubblico per responsabilità precontrattuale, avendo violato i doveri di buona fede durante le trattative e spinto la controparte a investire risorse inutilmente. La Corte di Cassazione conferma questa decisione, dichiarando inammissibili i ricorsi di entrambe le parti. La responsabilità precontrattuale della Pubblica Amministrazione viene così ribadita: anche gli enti pubblici devono comportarsi secondo correttezza durante le trattative, risarcendo le spese sostenute dalla controparte che ha confidato legittimamente nella conclusione dell'accordo.
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Revoca della confisca: ditta orafa perde i gioielli del boss
Una ditta orafa ha richiesto la revoca della confisca di diversi gioielli d'oro rinvenuti nella cassaforte di un soggetto condannato in via definitiva per associazione camorristica. La società sosteneva di aver consegnato i preziosi in conto vendita alla moglie del condannato. Tuttavia, la documentazione presentata, consistente in una bolla di trasporto incompleta e intestata direttamente al condannato, non è stata ritenuta idonea a dimostrare la proprietà dei beni né la buona fede della ditta. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando il rigetto della richiesta di revoca della confisca e condannando la ricorrente al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Sequestro preventivo: la moto acquistata va comunque allo Stato
Una società concessionaria acquista una moto precedentemente intestata a un soggetto indagato per reati di droga. L'acquisto avviene il 24 marzo, dopo che il giudice ha emesso un provvedimento di sequestro preventivo (10 marzo) e dopo la sua trascrizione nei registri (19 marzo), ma prima della materiale esecuzione del blocco (25 marzo). La società chiede la restituzione del veicolo ritenendosi acquirente in buona fede. La Corte di Cassazione rigetta il ricorso: il sequestro preventivo e la sua trascrizione sono anteriori all'acquisto. La data di materiale esecuzione del vincolo non rileva rispetto alle esigenze di giustizia penale. La società perde definitivamente la moto.
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Confisca beni di terzi: la finta buona fede non salva i rimorchi
Una società di trasporti ha chiesto la restituzione di tre rimorchi confiscati in un procedimento penale a carico di terzi, sostenendo di essere proprietaria estranea al reato e in buona fede. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando la legittimità del provvedimento. I giudici hanno accertato che l'amministratore della società era pienamente consapevole delle attività illecite della propria famiglia e aveva persino collaborato come autista. Di conseguenza, è stata esclusa la buona fede dell'acquirente, elemento indispensabile per evitare la confisca beni di terzi. La formale distinzione tra la società e la persona fisica dell'amministratore non è bastata a salvare i veicoli dal provvedimento di sicurezza.
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Obblighi informativi della banca: conto in rosso, vince la banca
L'Investitore ha citato in giudizio La Banca lamentando la perdita del proprio capitale a causa di un aumento di capitale straordinario della società emittente dei titoli in suo possesso. L'Investitore sosteneva che l'istituto avesse violato gli obblighi informativi della banca non avvisandolo dell'operazione societaria. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'Investitore, confermando che nel servizio di ricezione ed esecuzione ordini ("conto trader") la banca non ha un dovere di monitoraggio continuo o di consulenza post-negoziazione. Tali doveri informativi si esauriscono con l'esecuzione dell'ordine d'acquisto. Di conseguenza, l'Investitore è stato condannato a pagare il saldo negativo del conto e le spese legali.
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Lottizzazione abusiva: risarcimento danni anche senza revoca
Un cittadino acquista una villa, ma l'intera area viene successivamente confiscata a causa di una lottizzazione abusiva compiuta da funzionari comunali infedeli. L'acquirente chiede il risarcimento danni da lottizzazione abusiva al Comune per la perdita del bene. I giudici di merito rigettano la domanda, ritenendo che l'acquirente non fosse in buona fede e che avrebbe dovuto prima ottenere la revoca della confisca in sede penale. La Cassazione ribalta la decisione: il risarcimento danni da lottizzazione abusiva non è subordinato alla preventiva revoca della confisca se si chiede solo il ristoro economico. Inoltre, la successiva revoca della confisca per accertata buona fede dell'acquirente in sede penale deve essere valutata dal giudice civile. La sentenza viene cassata con rinvio.
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Eccezione di inadempimento: no a scuse tardive contro lo sfratto
Il Locatore ha intimato lo sfratto per morosità al Conduttore, che non pagava i canoni da quasi un anno. Il Conduttore si è opposto sollevando l'eccezione di inadempimento per infiltrazioni d'acqua dal tetto. La Corte d'Appello ha dichiarato risolto il contratto per morosità, rilevando che il Conduttore ha contestato i vizi solo dopo aver ricevuto l'atto di sfratto, agendo contrariamente a buona fede. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del Conduttore. I giudici hanno chiarito che l'eccezione di inadempimento deve rispettare il principio di buona fede e non può essere usata come scusa tardiva per giustificare il mancato pagamento dei canoni, specialmente se i difetti dell'immobile non hanno impedito lo svolgimento dell'attività commerciale.
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Sanzioni tributarie e assenza di colpa: il caso del plafond
L'Agenzia delle Entrate ha contestato a un Consorzio l'uso illegittimo di un plafond IVA, richiedendo il pagamento dell'imposta evasa, delle sanzioni e degli interessi. Il Consorzio si è difeso sostenendo la propria buona fede e l'assenza di colpa, richiamando una risoluzione ministeriale successiva ai fatti. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del contribuente, stabilendo che in tema di sanzioni tributarie e assenza di colpa spetta al contribuente dimostrare di aver agito con la massima diligenza. Inoltre, i documenti emessi dall'amministrazione finanziaria dopo l'infrazione non possono giustificare l'affidamento del contribuente. Infine, il superamento del plafond non è una violazione formale, poiché incide direttamente sul calcolo dell'imposta dovuta. Il Consorzio è stato condannato a pagare le spese di giudizio.
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Operazioni soggettivamente inesistenti: la forma non salva l’IVA
L'Amministrazione Finanziaria ha contestato a una società la detrazione dell'IVA su fatture emesse da due fornitori fittizi, ritenendo che si trattasse di operazioni soggettivamente inesistenti. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della società, confermando la legittimità dell'accertamento fiscale. I giudici hanno chiarito che il fisco ha assolto il proprio onere probatorio dimostrando che i fornitori erano mere "società cartiere" prive di dipendenti e attrezzature. Di conseguenza, spettava alla società acquirente dimostrare di aver agito in buona fede. Tuttavia, la semplice regolarità dei pagamenti bancari e le visure camerali formali non sono state ritenute sufficienti a dimostrare l'estraneità alla frode, poiché un imprenditore diligente avrebbe dovuto accorgersi dell'assoluta mancanza di struttura operativa dei propri fornitori.
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Protesto della cambiale: la banca non deve avvisare il cliente
Il caso riguarda la richiesta di risarcimento danni avanzata da un correntista contro la propria banca. Il cliente lamentava il protesto della cambiale non pagata a causa della mancanza di fondi sul conto corrente. Secondo il correntista, la banca avrebbe dovuto avvisarlo della scadenza del titolo e dell'insufficienza di denaro, in virtù dei doveri di correttezza e buona fede. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del correntista, confermando la decisione d'appello. I giudici hanno stabilito che, in assenza di un accordo specifico o di una prassi consolidata, la banca non ha alcun obbligo giuridico di informare il cliente della scadenza o della mancanza di fondi. L'aspettativa del cliente di ricevere tale avviso costituisce una semplice aspettativa di fatto, priva di tutela risarcitoria.
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Assegno senza clausola di non trasferibilità: multa per il regalo
Un professionista ha ricevuto una sanzione dal Ministero dell'Economia per aver trasferito 35.000 euro al figlio tramite un vecchio assegno sprovvisto della dicitura di non trasferibilità. Il ricorrente ha invocato la buona fede e l'errore di fatto, sostenendo che l'uso di un vecchio carnet lo avesse tratto in inganno, convinto che la dicitura fosse prestampata. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che l'emissione di un assegno senza clausola di non trasferibilità costituisce un illecito sanzionabile. La Suprema Corte ha chiarito che l'errore non è scusabile, poiché l'assenza della clausola è rilevabile a colpo d'occhio e un professionista è tenuto a un'elevata diligenza. L'illecito si consuma al momento dell'emissione, rendendo irrilevante che il beneficiario fosse il figlio.
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Accesso ZTL auto elettriche: multa valida senza registrazione
Il caso riguarda un'automobilista sanzionata con undici verbali per essere entrata nella zona a traffico limitato di Roma con un veicolo elettrico senza aver preventivamente registrato la targa. La conducente sosteneva che l'accesso ZTL auto elettriche fosse un diritto incondizionato e che la mancata registrazione fosse una mera irregolarità formale, invocando anche la buona fede per via di informazioni ingannevoli online. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che, all'epoca dei fatti, la normativa nazionale sulle agevolazioni non era ancora in vigore e che i regolamenti comunali subordinavano legittimamente l'accesso gratuito alla preventiva comunicazione della targa. Di conseguenza, l'omessa registrazione rende la circolazione non autorizzata e sanzionabile, escludendo l'errore scusabile per mancanza della normale diligenza nel verificare le regole locali.
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