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Buona Fede E Correttezza

51 provvedimenti applicano questo termine

Definizione

Un principio fondamentale del diritto civile che impone alle parti di un rapporto obbligatorio di comportarsi in modo leale e onesto, sia durante le trattative che nell'esecuzione del contratto.

Norme più ricorrenti in questi provvedimenti

Provvedimenti

Licenziamento collettivo e criteri di scelta: l’azienda perde
L'azienda ha avviato una procedura di licenziamento collettivo a seguito della soppressione del servizio di trasporto disabili. La società ha limitato la scelta dei dipendenti da estromettere esclusivamente al personale di quel reparto. Una lavoratrice ha impugnato il provvedimento, rivendicando la possibilità di essere impiegata in altri settori dell'azienda. La Corte di Cassazione ha stabilito l'illegittimità del recesso. L'azienda non poteva restringere la selezione al solo reparto soppresso senza verificare il possesso di una professionalità equivalente da parte della dipendente. Le buste paga e la prova testimoniale hanno dimostrato che la lavoratrice aveva svolto in passato anche mansioni ausiliarie. Di conseguenza, i giudici hanno confermato la reintegrazione nel posto di lavoro e il risarcimento del danno, rigettando il ricorso del datore di lavoro.
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Licenziamento collettivo: illegittimo se esclude la platea
Un istituto di cura ha intimato un licenziamento collettivo limitando la scelta dei dipendenti da escludere al solo servizio di trasporto disabili appena soppresso. Una lavoratrice ha impugnato il recesso evidenziando la propria esperienza in molteplici settori dell'istituto, come cucina e assistenza agli ospiti. La Corte di Cassazione ha confermato l'illegittimità del recesso. Quando l'azienda riduce il personale, non può restringere la platea dei licenziandi a un singolo reparto se i lavoratori coinvolti possiedono una professionalità equivalente e fungibile rispetto a quelli di altre unità. L'obbligo di correttezza e buona fede impone di valutare l'intero complesso aziendale per comparare i dipendenti con competenze interscambiabili.
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Licenziamento collettivo e criteri di scelta: reintegra e tutele
Un istituto sanitario ha intimato il recesso a una dipendente a seguito della soppressione del servizio di trasporto disabili, limitando la selezione ai soli addetti di quel reparto. La lavoratrice ha impugnato il provvedimento dimostrando di aver svolto con continuità anche mansioni diverse ed equivalenti negli altri settori della struttura. La Corte di Cassazione ha confermato l'illegittimità del recesso. In tema di licenziamento collettivo e criteri di scelta, il datore di lavoro non può restringere la selezione al solo settore soppresso se il dipendente possiede una professionalità equivalente utilizzabile in altri reparti aziendali, nel rispetto dei principi di correttezza e buona fede. L'azienda deve quindi reintegrare la lavoratrice nel posto di lavoro e risarcire i danni patiti.
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Licenziamento collettivo: illegittimo limitarlo a un reparto
L Azienda ha avviato una procedura di licenziamento collettivo a seguito della soppressione del servizio di trasporto disabili, escludendo dal lavoro un dipendente addetto alla guida. La società ha limitato la scelta dei licenziandi ai soli lavoratori di quel settore. Il Lavoratore ha impugnato il recesso dimostrando di aver svolto anche mansioni di manutenzione e portineria, risultando così fungibile rispetto ai colleghi di altri reparti. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell Azienda e ha confermato l illegittimità della selezione. Il licenziamento collettivo non può essere circoscritto al singolo reparto soppresso quando il dipendente possiede competenze equivalenti a quelle del personale di altri settori aziendali. L Azienda deve reintegrarlo e risarcirlo.
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Risarcimento danno da perdita di chance e concorsi pubblici
Un dirigente partecipa a una selezione per un incarico dirigenziale indetta da un Ente Regionale. L'ente seleziona cinque candidati idonei, ma sceglie la persona da nominare senza motivare perché la preferisce rispetto agli altri concorrenti. Il dirigente escluso chiede il Risarcimento danno da perdita di chance. La Corte d'Appello riconosce la tutela economica dividendo la percentuale di vittoria in parti uguali tra i cinque idonei. La Corte di Cassazione annulla la decisione. Per ottenere il risarcimento non basta dividere la probabilità matematicamente tra i candidati. Il giudice deve accertare se l'escluso avesse una concreta ed elevata probabilità di vittoria confrontando direttamente i curricula.
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Licenziamento collettivo e criteri di scelta: tutele attive
Una lavoratrice ha impugnato il licenziamento subito dopo la cessazione di un appalto di ristorazione. L'Azienda aveva limitato la selezione dei dipendenti da licenziare ai soli addetti del servizio soppresso, senza stringere un accordo sindacale né valutare l'equivalenza delle mansioni con altri settori. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso della dipendente, chiarendo le regole sul licenziamento collettivo e criteri di scelta. La Suprema Corte ha stabilito che la riduzione del personale non può essere circoscritta a un solo appalto se la lavoratrice possiede qualifiche equivalenti a quelle dei colleghi impiegati in altre strutture dell'impresa. L'azienda deve applicare tutti i criteri legali di selezione nel rispetto dei principi di correttezza e buona fede. La sentenza d'appello è stata quindi cassata con rinvio per una nuova decisione.
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Revoca incarico dirigenziale: la Cassazione ferma l’azienda.
Un dirigente medico ha impugnato la riorganizzazione dell'Azienda Sanitaria che aveva soppresso la sua struttura, determinando la revoca incarico dirigenziale. I giudici di merito avevano respinto la domanda, ritenendo insindacabili le scelte organizzative aziendali. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso del lavoratore. I giudici di legittimità hanno stabilito che gli atti di macro-organizzazione delle aziende sanitarie non sono del tutto insindacabili: il giudice ordinario può verificarne la conformità alla legge e disapplicarli se illegittimi. La sentenza impugnata è stata cassata con rinvio per un nuovo esame.
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Licenziamento per tardiva contestazione: condannata la banca
Un dipendente bancario è stato licenziato per aver violato le procedure operative interne per favorire terzi. La Corte di Cassazione ha confermato l'illegittimità del provvedimento a causa del notevole ritardo con cui l'azienda ha contestato i fatti, configurando un'ipotesi di licenziamento per tardiva contestazione. La Suprema Corte ha chiarito che la violazione del principio di immediatezza, derivante dal ritardo ingiustificato del datore di lavoro, lede i canoni di correttezza e buona fede contrattuale. Di conseguenza, non si applica la tutela procedimentale minore, bensì la tutela indennitaria forte prevista dall'articolo 18, quinto comma, dello Statuto dei Lavoratori. La sentenza è stata cassata con rinvio alla Corte d'appello per la rideterminazione del risarcimento dovuto al lavoratore.
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Inadempimento contrattuale: software difettoso costa un milione
Un'Azienda Sanitaria ha subito un furto milionario da parte di una dipendente, che ha sfruttato le falle di un software di gestione del personale. L'Azienda Sanitaria ha fatto causa alla Società Informatica fornitrice del programma, chiedendo i danni. La Corte d'Appello ha condannato la Società Informatica a risarcire oltre un milione di euro, qualificando il caso come grave inadempimento contrattuale e non come semplice vizio dell'opera (soggetto a termini di decadenza molto brevi). La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, dichiarando inammissibile il ricorso della Società Informatica. I giudici hanno chiarito che il contratto non prevedeva solo la consegna del software, ma una gestione continuativa volta a garantire la sicurezza dei dati, violata anche per il mancato rispetto dei doveri di correttezza e buona fede.
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Antiriciclaggio: Modello 231 formale non salva la banca
Gli amministratori di una società realizzavano una raccolta abusiva di risparmio, utilizzando i conti correnti aziendali e personali aperti presso una banca. Dopo il fallimento, la società ha citato in giudizio la banca, accusandola di non aver vigilato e segnalato le operazioni anomale, violando le norme antiriciclaggio. La Corte di Cassazione ha stabilito un principio fondamentale: la mera adozione formale di un modello di controllo (Modello 231) non è sufficiente a escludere la responsabilità della banca per antiriciclaggio. L'istituto di credito ha il dovere concreto di vigilare e agire di fronte a evidenti segnali di illecito, proteggendo gli interessi del cliente. La Corte ha annullato la precedente decisione, rinviando il caso a un nuovo giudice per un esame più approfondito dei fatti.
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Azienda azzera il portafoglio? Legittimo il recesso dell’agente
Un'azienda ha modificato unilateralmente il contratto di un suo agente, azzerando di fatto il suo portafoglio clienti. L'agente ha interrotto il rapporto e chiesto l'indennità di preavviso. La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità del **recesso per giusta causa dell'agente**, stabilendo che la variazione imposta dall'azienda era 'manifestamente eccessiva' e 'abusiva'. Tale modifica viola i doveri di buona fede e correttezza, rendendo impossibile la prosecuzione del lavoro. L'azienda ha perso la causa ed è stata condannata al pagamento delle indennità e delle spese legali.
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Perdita di chance: Ente condannato per mancata nomina del 2°
Un Ente Pubblico, dopo aver avviato una selezione per un ruolo dirigenziale, ignora il secondo classificato a seguito della rinuncia del primo, senza fornire motivazioni. La Corte di Cassazione ha confermato il diritto del candidato escluso al risarcimento del danno da perdita di chance. Anche se l'Ente ha potere discrezionale, una volta avviata una procedura pubblica è obbligato a rispettare i principi di correttezza e buona fede. La violazione di questi doveri ha leso l'affidamento legittimo del candidato, privandolo della concreta possibilità di ottenere l'incarico. La Corte ha quindi rigettato sia il ricorso dell'Ente che quello del candidato, che contestava l'importo del risarcimento.
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Improcedibilità del ricorso: l’azienda perde per un documento
Un'azienda aveva citato in giudizio una banca, accusandola di non aver agito con correttezza per recuperare dei crediti che le erano stati ceduti in garanzia, causandone la perdita. Dopo aver perso in Appello, l'azienda si è rivolta alla Corte di Cassazione. Tuttavia, la Suprema Corte ha dichiarato l'improcedibilità del ricorso per cassazione. La decisione non è entrata nel merito della questione, ma si è basata su un errore formale: la mancata presentazione della copia autentica della sentenza impugnata. Di conseguenza, l'azienda ha perso la causa per un vizio di procedura, con la conferma della vittoria della banca e la condanna al pagamento delle spese legali.
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Abuso permessi Legge 104: licenziato per 30 minuti di assistenza
La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità di un licenziamento per giusta causa inflitto a un lavoratore per l'abuso dei permessi Legge 104. Il dipendente, pur avendo richiesto i permessi per assistere la madre disabile, le aveva dedicato un tempo irrisorio (circa 30-40 minuti), utilizzando le restanti ore per attività personali. Questo comportamento è stato qualificato come un grave abuso del diritto e una violazione dei doveri di correttezza e buona fede. La sentenza stabilisce che i permessi devono essere funzionali all'assistenza, anche non continuativa, ma non possono essere usati per scopi privati. L'uso improprio lede la fiducia del datore di lavoro e giustifica il licenziamento.
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Diniego di distacco illegittimo: Comune condannato per chance persa
Un Agente di Polizia Locale si vede negare dal proprio Comune il distacco presso un'Unione Montana, dove avrebbe ricoperto un ruolo di maggiore responsabilità. La Corte di Cassazione ha stabilito che il diniego di distacco illegittimo, perché privo di una valida motivazione, viola i doveri di buona fede e correttezza del datore di lavoro. Tale condotta ha causato al lavoratore un danno da 'perdita di chance', ovvero la perdita della concreta opportunità di crescita professionale ed economica. Per questo motivo, il Comune è stato condannato a risarcire il dipendente. La Corte ha quindi rigettato il ricorso dell'ente, confermando la sua responsabilità.
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Promozione Negata: Ente condannato per danno da perdita di chance
Una dirigente pubblica si è vista negare per anni la promozione a un ruolo superiore. L'Ente datore di lavoro non ha mai attivato procedure di selezione trasparenti e comparative, violando i doveri di correttezza. La Corte di Cassazione ha ribaltato le decisioni precedenti, stabilendo un principio fondamentale: il lavoratore ha diritto a una valutazione comparativa. Se l'amministrazione non la effettua, commette un illecito e deve risarcire il **danno da perdita di chance**. La dirigente ha quindi vinto la causa, ottenendo il diritto a un nuovo giudizio per la quantificazione del danno subito per non aver potuto concorrere equamente alla posizione.
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Riduzione potenza per morosità: l’azienda paga i danni al cliente
Una società elettrica procede alla riduzione potenza per morosità nei confronti di un'utente. I giudici, pur non considerando l'azione in sé illecita, la ritengono contraria ai principi di buona fede e correttezza. Per questo motivo, condannano l'azienda a un risarcimento del danno non patrimoniale di 2.000 euro a favore della cliente. La Corte di Cassazione, investita della questione, dichiara inammissibile il ricorso dell'utente per vizi formali, rendendo così definitiva la decisione precedente. Il principio chiave è che anche un'azione formalmente legittima può generare un obbligo di risarcimento se viola il dovere di lealtà contrattuale.
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Perdita di chance: ente pubblico condannato senza confronto CV
Un dipendente di un ente pubblico ha agito in giudizio contro il datore di lavoro per essere stato escluso da una selezione per incarichi di maggiore responsabilità. La procedura si era conclusa senza una valutazione comparativa tra il suo curriculum e quello dei candidati scelti. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna dell'ente al risarcimento del danno da perdita di chance. I giudici hanno stabilito che il datore di lavoro pubblico, anche se con rapporto di impiego 'privatizzato', ha l'obbligo di agire secondo buona fede e correttezza. Questo impone di specificare i criteri di selezione e di motivare la scelta attraverso un confronto trasparente tra tutti gli aspiranti, non essendo sufficiente motivare solo le qualità dei vincitori.
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Obbligo di repêchage: licenziato nonostante posti liberi a breve
Un'azienda licenzia un dipendente per soppressione del posto di lavoro. Tuttavia, ignora che due colleghi con mansioni simili si sono appena dimessi, rendendo i loro posti disponibili a breve. La Corte di Cassazione ha stabilito che il licenziamento è illegittimo. L'azienda ha violato l'obbligo di repêchage perché, agendo secondo buona fede, avrebbe dovuto considerare non solo i posti liberi al momento del recesso, ma anche quelli di cui era nota la futura e imminente disponibilità. Il lavoratore vince la causa e ottiene la reintegrazione.
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Sospensione facoltativa dal lavoro: l’Azienda perde, non è un diritto automatico
Un'azienda ha applicato la sospensione facoltativa dal lavoro a un dipendente coinvolto in un procedimento penale, basandosi su una clausola del CCNL. L'azienda ha agito senza fornire alcuna motivazione, considerandola un diritto automatico. La Corte di Cassazione ha dichiarato illegittimo il provvedimento. Ha stabilito un principio chiaro: anche una 'facoltà' concessa dal contratto deve essere esercitata secondo i principi di buona fede e correttezza. Pertanto, il datore di lavoro ha l'obbligo di motivare la sospensione, spiegando le ragioni concrete che la giustificano. La sospensione non può essere una conseguenza automatica dell'imputazione penale.
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