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Azione Revocatoria Fallimentare

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182 provvedimenti applicano questo termine

Provvedimenti

Azione revocatoria fallimentare: stop ai calcoli automatici
Il Fallimento di una società di moda ha promosso un'azione revocatoria fallimentare contro una banca per recuperare oltre due milioni di euro di versamenti sul conto corrente. Il Tribunale e la Corte d'Appello hanno condannato la banca a restituire circa 958.000 euro, calcolando la somma basandosi solo sulla differenza matematica tra il massimo debito e il saldo finale. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso della banca. I giudici hanno stabilito che, per l'azione revocatoria fallimentare sulle rimesse bancarie, non basta un calcolo aritmetico globale. Il giudice deve verificare la consistenza e la durevolezza di ogni singolo versamento sul conto corrente. La sentenza è stata annullata con rinvio alla Corte d'Appello per un nuovo esame.
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Azione revocatoria fallimentare: no a restituzioni automatiche
Una Società Marittima in amministrazione straordinaria ha avviato un'azione revocatoria fallimentare contro un Istituto di Credito per rendere inefficaci i versamenti effettuati sui propri conti correnti prima della crisi. La Corte d'Appello ha condannato la banca a restituire oltre 227.000 euro, calcolando la somma solo sulla differenza tra il massimo debito e il saldo finale. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'Istituto di Credito. I giudici hanno stabilito che, prima di calcolare la somma da restituire, il tribunale deve verificare se i singoli versamenti fossero davvero consistenti e durevoli. La sentenza è stata annullata con rinvio per un nuovo esame.
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Azione revocatoria fallimentare: le ipoteche salvano l’acquisto
Una società poi fallita vende alcuni immobili a un'altra azienda. Il Curatore Fallimentare e un creditore promuovono un'azione revocatoria fallimentare per annullare le vendite, sostenendo che il prezzo pagato fosse sproporzionato rispetto al valore reale dei beni. La Corte d'Appello respinge la domanda perché il calcolo della sproporzione non considerava le ipoteche gravanti sugli immobili, che ne riducevano il valore effettivo. La Corte di Cassazione dichiara inammissibili i ricorsi del Curatore e del creditore. I giudici di legittimità chiariscono che non si può chiedere un nuovo calcolo matematico dei fatti in Cassazione e che i ricorrenti non hanno contestato la reale motivazione della sentenza d'appello, omettendo di dimostrare come le ipoteche incidessero sul prezzo. Vince l'azienda acquirente, che mantiene la proprietà degli immobili.
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Rinuncia al ricorso per cassazione: l’accordo spegne lo scontro
Il Tribunale e la Corte d'Appello avevano dichiarato inefficaci, tramite azione revocatoria, i pagamenti per oltre 210.000 euro eseguiti da una società poi fallita a favore di un creditore. I giudici avevano accertato la conoscenza dello stato di insolvenza del debitore a causa dei gravi ritardi e del cambio di modalità nei pagamenti. Il creditore ha proposto ricorso in Cassazione. Tuttavia, prima della decisione, le parti hanno raggiunto un accordo transattivo per risolvere la controversia. Di conseguenza, il difensore del ricorrente ha depositato la formale rinuncia al ricorso per cassazione. La Suprema Corte ha dichiarato l'estinzione del processo per rinuncia, senza alcuna pronuncia sulle spese di giudizio.
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Azione revocatoria fallimentare: revocata la cessione alla socia
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di una socia contro la sentenza che aveva revocato la cessione di un credito effettuata in suo favore da una società poi fallita. La cessione era stata disposta per estinguere un debito derivante da precedenti finanziamenti effettuati dalla socia. I giudici hanno stabilito che la cessione del credito rappresenta una modalità anomala di estinzione dell'obbligazione e non un adempimento diretto. Per questo motivo, l'atto è soggetto ad azione revocatoria fallimentare promossa dal curatore a tutela della parità di trattamento dei creditori. La consapevolezza dello stato di crisi della società da parte della socia, unita al danno per gli altri creditori, giustifica la revoca dell'atto.
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Azione revocatoria fallimentare: accordo ferma la Cassazione
Una procedura di amministrazione straordinaria ha promosso un'azione revocatoria fallimentare contro un'azienda creditrice per recuperare oltre seicentomila euro di pagamenti. La Corte d'Appello aveva accolto la domanda, ritenendo che l'azienda conoscesse lo stato di insolvenza del debitore. L'azienda ha proposto ricorso in Cassazione contestando le prove di tale conoscenza. Tuttavia, prima della decisione, le parti hanno raggiunto un accordo transattivo e chiesto il rinvio dell'udienza per formalizzare la transazione e abbandonare la causa. La Corte di Cassazione ha accolto la richiesta, rinviando la causa a nuovo ruolo per consentire la chiusura amichevole della lite.
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Azione revocatoria fallimentare: restituiti i pagamenti anomali
La Corte di Cassazione ha confermato l'efficacia dell'azione revocatoria fallimentare promossa dall'amministrazione straordinaria di una società contro un fornitore. Il fornitore aveva ricevuto pagamenti per oltre 240.000 euro nei sei mesi precedenti la procedura concorsuale. Tali pagamenti erano avvenuti in ritardo e con modalità anomale, elementi che provano la conoscenza dello stato di insolvenza del debitore. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso del fornitore, confermando che la prova della tempestiva consegna dell'atto all'ufficiale giudiziario può essere fornita dal timbro sul documento, valido fino a querela di falso. Il creditore è stato quindi condannato a restituire le somme ricevute.
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Azione revocatoria fallimentare: l’ipoteca non salva la vendita
Un'azienda edile, prima di fallire, vende un immobile a un'altra società, che lo rivende subito a una terza impresa. Il Curatore del Fallimento esercita l'azione revocatoria fallimentare per annullare le vendite. Il Tribunale accoglie la domanda. La prima società acquirente propone appello, sostenendo che l'immobile era gravato da ipoteca e che mancava il danno per i creditori. La Corte d'Appello accoglie questa tesi. La Cassazione, tuttavia, ribalta la decisione: poiché la seconda vendita era ormai definitivamente annullata (passata in giudicato), la prima società acquirente non aveva più alcun interesse concreto a impugnare la decisione. L'appello viene quindi dichiarato inammissibile, confermando l'efficacia dell'azione revocatoria fallimentare a favore della procedura concorsuale.
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Azione revocatoria fallimentare: il fallimento batte la banca
Il Fallimento di una società di costruzioni ha promosso un'azione revocatoria fallimentare contro una banca in liquidazione coatta amministrativa per dichiarare inefficaci alcuni pagamenti ricevuti. Ottenuta la sentenza favorevole, il Fallimento ha chiesto l'insinuazione tardiva al passivo della banca per recuperare la somma di oltre ottantamila euro. La banca si è opposta invocando il principio di cristallizzazione del passivo. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della banca, stabilendo che il creditore ha pieno diritto di insinuarsi al passivo per il valore del bene revocato, poiché l'azione mira a ricostruire la garanzia patrimoniale generica dei creditori e non a sottrarre un bene specifico già acquisito alla massa.
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Azione revocatoria fallimentare: banca perde contro il curatore
Il Fallimento di una società ha promosso un'azione revocatoria fallimentare contro la Banca per ottenere la restituzione di oltre 141.000 euro. Tali somme erano confluite sui conti correnti della società nell'anno precedente al fallimento. La Banca si è difesa sostenendo che i versamenti derivavano da cessioni di credito stipulate prima del periodo sospetto. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della Banca. I giudici hanno chiarito che, per evitare l'azione revocatoria fallimentare, la cessione di credito deve avere una data certa anteriore al fallimento, dimostrata con elementi oggettivi e non con semplici indizi o verosimiglianze. Senza data certa, i pagamenti restano revocabili e la Banca deve restituire il denaro.
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Azione revocatoria fallimentare: paga la banca cedente
Una società in amministrazione straordinaria ha promosso un'azione revocatoria fallimentare contro una banca per recuperare oltre 568.000 euro di rimesse bancarie. La banca si è difesa sostenendo di aver ceduto il proprio ramo d'azienda a un altro istituto e di non essere quindi il soggetto corretto da citare in giudizio. La Corte di Cassazione ha invece confermato la responsabilità della banca cedente. Infatti, l'atto di cessione non indicava in modo specifico il trasferimento dei debiti futuri derivanti da revocatorie non ancora avviate. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso principale della banca e ha accolto il ricorso incidentale della procedura fallimentare, rinviando la causa alla Corte d'Appello solo per rideterminare le spese legali del primo grado di giudizio.
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Azione revocatoria fallimentare: cambiali salve se normali
L'Azienda Fornitrice riceveva pagamenti tramite cambiali tratte da un'impresa di ingegneria poi ammessa all'amministrazione straordinaria. I commissari proponevano un'azione revocatoria fallimentare, sostenendo che il mutamento delle modalità di pagamento originarie (da rimessa diretta a cambiali) rendesse i pagamenti anomali. La Corte d'Appello accoglieva la domanda. La Corte di Cassazione ha invece ribaltato la decisione, stabilendo che la normalità del mezzo di pagamento è un dato oggettivo. Le cambiali tratte sono strumenti ordinari nella prassi commerciale. Il semplice mutamento delle condizioni contrattuali non trasforma un mezzo normale in anomalo. Di conseguenza, la Suprema Corte ha rigettato definitivamente la domanda revocatoria, accogliendo il ricorso dell'Azienda Fornitrice.
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Revocatoria fallimentare: la fornitrice perde e paga le sanzioni
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di una società fornitrice contro la sentenza che aveva accolto l'azione revocatoria fallimentare promossa dal fallimento di un cliente. La ricorrente contestava la validità della notifica dell'appello e l'uso delle presunzioni per dimostrare la sua conoscenza dello stato di insolvenza del debitore. La Suprema Corte ha chiarito che la notifica presso il domicilio digitale del domiciliatario è valida o al massimo nulla (quindi sanabile) e che le presunzioni semplici sono pienamente legittime per provare la consapevolezza del dissesto. Per aver insistito nel ricorso nonostante la proposta di definizione agevolata, la fornitrice è stata condannata anche per abuso del processo.
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Azione revocatoria: aeroporto costretto a restituire i pagamenti
Una società di gestione aeroportuale riceveva pagamenti da una compagnia aerea sull'orlo del fallimento. Dopo la dichiarazione di insolvenza, il commissario straordinario avviava un'azione revocatoria fallimentare per riavere indietro quelle somme. La società aeroportuale si difendeva sostenendo di essere stata obbligata ad accettare i pagamenti per legge (art. 802 Cod. Nav.), per poter autorizzare la partenza degli aerei. La Corte di Cassazione ha dato torto alla società aeroportuale, stabilendo che la conoscenza dello stato di insolvenza rende i pagamenti revocabili. La norma invocata tutela il gestore, ma non lo obbliga ad accettare un pagamento a rischio di revocatoria, né crea un'eccezione alle regole fallimentari. Di conseguenza, la società è stata condannata a restituire oltre 1,7 milioni di euro.
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Revocatoria Rimesse Bancarie: Saldo Attivo Salva la Banca
La Corte di Cassazione affronta un caso di revocatoria rimesse bancarie. Un'azienda in amministrazione straordinaria aveva chiesto alla banca la restituzione di due versamenti, sostenendo che avessero ridotto il suo debito a danno degli altri creditori. La Banca si è difesa affermando che i versamenti erano avvenuti su un conto con saldo positivo. La Corte ha dato ragione alla Banca, stabilendo un principio fondamentale: una rimessa è revocabile solo se ha funzione 'solutoria', cioè se serve a pagare un debito esistente su un conto scoperto. Un versamento su un conto attivo non è un pagamento e, quindi, non può essere revocato. La sentenza precedente è stata annullata.
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Azione Revocatoria: Vendita Annullata tra Società con Stesso AD
La Cassazione conferma la decisione che rende inefficace una vendita immobiliare tramite un'azione revocatoria fallimentare. Un'azienda, gravata da ingenti debiti, aveva venduto alcuni immobili a un'altra società. Il curatore del fallimento dell'azienda venditrice ha agito in giudizio, dimostrando sia il danno oggettivo per i creditori (eventus damni), dato che il patrimonio residuo era insufficiente, sia la consapevolezza di tale danno (scientia damni). Quest'ultima è stata provata dal fatto che le due società avevano lo stesso amministratore fino al giorno prima della vendita, il quale era a conoscenza della disastrosa situazione finanziaria dell'azienda venditrice. La vendita è stata quindi revocata perché pregiudizievole per la massa dei creditori.
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Quietanza di Pagamento nel Fallimento: Atto Notarile Non Salva la Vendita
Un imprenditore, prima di fallire, cede le quote della sua società alla moglie e alla figlia. L'atto notarile contiene una dichiarazione di avvenuto pagamento, ma la Curatela Fallimentare contesta l'operazione, ritenendola un atto gratuito. La Corte di Cassazione stabilisce un principio fondamentale: la quietanza di pagamento nel fallimento non ha valore di prova vincolante nei confronti del curatore. Quest'ultimo agisce a tutela dei creditori e non è legato dalle dichiarazioni del fallito. Spettava quindi alle acquirenti dimostrare con prove concrete l'effettivo versamento del prezzo. In assenza di tale prova, la vendita è stata dichiarata inefficace e le quote sono tornate nel patrimonio fallimentare.
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Azione Revocatoria: Casa alla Moglie non Salva dal Fallimento
Un imprenditore, durante la separazione, trasferisce alla moglie un appartamento e un garage. Successivamente, l'uomo fallisce. La curatela fallimentare agisce in giudizio per rendere inefficace quel trasferimento, in modo da poter vendere gli immobili e soddisfare i creditori. La moglie si difende sostenendo un errore procedurale nella qualificazione dell'azione legale. La Corte di Cassazione respinge il ricorso, stabilendo un principio fondamentale: il giudice ha il potere di interpretare la domanda e qualificarla correttamente in base ai fatti, a prescindere dal nome formale usato. L'azione revocatoria fallimentare ha quindi successo e il trasferimento immobiliare viene reso inefficace nei confronti del fallimento.
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Azione Revocatoria Fallimentare: Aeroporto perde e restituisce
La Corte di Cassazione ha esaminato un caso di azione revocatoria fallimentare contro una società di gestione aeroportuale. Una compagnia aerea, poi fallita, aveva pagato i diritti aeroportuali con sistematico ritardo. Il gestore aeroportuale si è difeso sostenendo che i ritardi fossero una prassi consolidata e che, in qualità di monopolista, non poteva rifiutare i servizi. La Corte ha respinto queste tesi, stabilendo che i ritardi costanti e i solleciti di pagamento non costituiscono 'termini d'uso' validi. Inoltre, ha affermato che anche un monopolista è soggetto all'azione revocatoria per tutelare la parità di trattamento tra tutti i creditori. Di conseguenza, la società aeroportuale è stata condannata a restituire le somme incassate.
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Esenzione revocatoria pagamenti lavoro: stipendio salvo dal fallimento
La Corte di Cassazione ha stabilito un principio fondamentale sull'esenzione revocatoria pagamenti lavoro. Un collaboratore aveva ricevuto il pagamento per prestazioni svolte anni prima, poco prima che l'azienda fallisse. Il curatore fallimentare ha tentato di revocare il pagamento, sostenendo che l'esenzione vale solo per retribuzioni 'contestuali' al lavoro e funzionali alla continuità aziendale. La Corte ha respinto questa tesi. Ha chiarito che la norma mira a tutelare il diritto costituzionale del lavoratore alla retribuzione, indipendentemente dal momento in cui avviene il pagamento. La finalità sociale di protezione del lavoratore prevale sulla necessità di continuità aziendale, che è solo un effetto indiretto. Di conseguenza, il pagamento è stato considerato legittimo e non revocabile.
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