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Associazione Mafiosa

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308 provvedimenti applicano questo termine

Provvedimenti

Continuazione nel reato: no allo sconto di pena per la mafia
Un cittadino condannato per diversi illeciti commessi tra il 1980 e il 2015 ha richiesto il riconoscimento della continuazione nel reato in fase esecutiva. Il richiedente ha sostenuto che le condotte fossero unificate dall'appartenenza a un'associazione mafiosa. Il Giudice dell'esecuzione ha respinto la richiesta a causa della marcata eterogeneita dei reati e dell'ampio arco temporale. La Corte di Cassazione ha confermato il rigetto, dichiarando il ricorso inammissibile. La Suprema Corte ha chiarito che la semplice scelta di vita criminale o la vicinanza a un sodalizio mafioso non dimostrano una preventiva e unitaria programmazione dei singoli reati. Di conseguenza, il condannato deve pagare le spese processuali e versare tremila euro alla cassa delle ammende.
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Custodia cautelare in carcere: la Cassazione ferma il boss
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un uomo accusato di associazione mafiosa ed estorsione. L'indagato aveva impugnato l'ordinanza del Tribunale del Riesame, contestando l'uso delle intercettazioni e la valutazione del suo ruolo di vertice nel clan. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che le intercettazioni sono valide anche se autorizzate richiamando i verbali della polizia (motivazione per relationem). Inoltre, per i reati di mafia opera una presunzione di pericolosità che impone la custodia in carcere, salvo prove contrarie non fornite dalla difesa. Di conseguenza, l'indagato resta in prigione e deve pagare le spese processuali.
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Estorsione ambientale: quando il silenzio del clan diventa minaccia
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un uomo accusato di associazione mafiosa ed estorsione. La difesa sosteneva l'assenza di minacce esplicite e l'esistenza di un debito della vittima. I giudici hanno respinto il ricorso, stabilendo che si configura il reato di estorsione ambientale anche senza violenza fisica o verbale diretta. La sola appartenenza del richiedente a un clan mafioso e la sua forza intimidatrice bastano a costringere la vittima al pagamento di somme non dovute. Di conseguenza, la Suprema Corte ha rigettato il ricorso, confermando la misura cautelare e condannando il ricorrente al pagamento delle spese processuali.
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Liberazione anticipata negata: la condotta mafiosa cancella lo sconto
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un detenuto contro il diniego della liberazione anticipata per un semestre del 1988. Il Tribunale di Sorveglianza aveva negato lo sconto di pena poiché l'uomo, una volta tornato in libertà, aveva commesso gravi reati, tra cui la partecipazione a un'associazione mafiosa in un periodo contiguo a quello in valutazione. La Suprema Corte ha ribadito che, sebbene la valutazione del comportamento avvenga per singoli semestri, una grave condotta successiva può riflettersi negativamente sui periodi precedenti, dimostrando il fallimento del percorso di rieducazione. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Esigenze cautelari e tempo silente: stop alla misura cautelare
La Corte di Cassazione ha annullato con rinvio l'ordinanza del Tribunale di Palermo che applicava la custodia cautelare a un indagato per associazione mafiosa ed estorsione. La difesa ha contestato la sussistenza delle esigenze cautelari, evidenziando il ruolo non apicale dell'indagato e il cosiddetto "tempo silente", ossia il lungo periodo trascorso dai fatti senza nuove condotte illecite. I giudici di legittimità hanno accolto il ricorso, rilevando che il Tribunale ha omesso una reale valutazione critica di questi elementi, limitandosi a una motivazione apparente e superficiale. Ora il Tribunale dovrà riesaminare il caso valutando concretamente se le esigenze cautelari siano ancora attuali.
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Associazione mafiosa: il monopolio del cimitero porta al carcere
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un indagato contro l'ordinanza del Tribunale del Riesame, confermando la custodia cautelare in carcere per il reato di associazione mafiosa. L'indagato era accusato di essere un esponente di spicco di una cosca locale, con il ruolo di gestire in regime di monopolio i lavori edili all'interno di un cimitero cittadino. La difesa contestava l'attendibilità dei collaboratori di giustizia e la sufficienza degli indizi. Tuttavia, i giudici di legittimità hanno stabilito che le intercettazioni telefoniche confermavano pienamente la forza intimidatrice e il controllo del territorio esercitato dall'indagato. Di conseguenza, la Cassazione ha confermato la misura cautelare, condannando il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Custodia cautelare in carcere: stop al racket dei trasporti
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un indagato accusato di associazione mafiosa ed estorsione nel settore dei trasporti. L'indagato imponeva tariffe e monopolizzava il mercato locale attraverso minacce e violenze, destinando i proventi illeciti alla cassa comune del clan. La difesa contestava la gravità degli indizi e l'attualità delle esigenze cautelari, sostenendo che le intercettazioni fossero equivoche e che fosse decorso troppo tempo dai fatti. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, ribadendo che per i reati di stampo mafioso opera la presunzione di adeguatezza della custodia cautelare in carcere. Inoltre, ha chiarito che il controllo di legittimità deve limitarsi alla coerenza logica della motivazione del giudice di merito, senza rivalutare le prove.
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Custodia cautelare associazione mafiosa: parola del pentito non basta
Un indagato per associazione mafiosa chiede la revoca della detenzione, portando come prova le dichiarazioni di un collaboratore di giustizia che negherebbe la sua affiliazione. La Corte di Cassazione ha respinto la richiesta, stabilendo un principio fondamentale sulla custodia cautelare per associazione mafiosa. Per questo reato, la legge presume la massima pericolosità e la necessità del carcere. Le dichiarazioni del collaboratore, ancora da verificare nel processo, e il semplice passare del tempo non sono sufficienti a dimostrare che l'indagato abbia reciso ogni legame con l'ambiente criminale. La misura cautelare è stata quindi confermata.
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Associazione mafiosa a Roma: negata ma provata da intercettazioni
Un indagato, sottoposto a custodia cautelare per partecipazione a una 'locale' di 'ndrangheta a Roma e per tentata estorsione, ha presentato ricorso sostenendo la mancanza di prove sull'esistenza del gruppo criminale. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso, giudicandolo inammissibile. Secondo i giudici, le numerose intercettazioni e gli altri elementi raccolti erano più che sufficienti a dimostrare la presenza e l'operatività dell'associazione mafiosa nella capitale. La Corte ha confermato la validità della misura cautelare, ritenendo le argomentazioni difensive generiche e incapaci di smentire il solido quadro probatorio.
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Associazione mafiosa e revoca misure cautelari
La Corte di Cassazione ha confermato la revoca delle misure cautelari per un indagato accusato di estorsione aggravata dal metodo mafioso. Il punto centrale della decisione riguarda l'impossibilità di configurare un'attuale associazione mafiosa basandosi su elementi già coperti da un precedente giudicato assolutorio. La Suprema Corte ha stabilito che, in assenza di nuovi e solidi elementi probatori riferiti al periodo successivo all'assoluzione, non è possibile applicare la presunzione di pericolosità prevista per i reati di stampo mafioso. Inoltre, la risalenza nel tempo dei fatti contestati esclude il pericolo attuale di recidiva.
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Associazione mafiosa: prova e indizi cautelari
La Corte di Cassazione ha confermato la revoca della custodia cautelare per un indagato accusato di associazione mafiosa. La decisione si fonda sulla mancanza di nuovi e gravi indizi di colpevolezza per il periodo successivo a una precedente assoluzione definitiva. La Corte ha chiarito che la gestione di un circolo frequentato da pregiudicati non costituisce prova automatica di appartenenza al clan, poiché non dimostra l'effettiva partecipazione organica al sodalizio criminale.
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Associazione mafiosa e prova dei gravi indizi
La Corte di Cassazione ha confermato la revoca della custodia cautelare per un indagato accusato di associazione mafiosa. Il Tribunale del Riesame aveva stabilito che gli indizi presentati dall'accusa erano insufficienti, poiché molti elementi riguardavano fatti già coperti da un precedente giudicato assolutorio. La Suprema Corte ha ribadito che la partecipazione a un sodalizio criminale deve essere provata con riferimento specifico al periodo temporale contestato. Inoltre, è stato chiarito che il semplice decreto di rinvio a giudizio non costituisce automaticamente prova dei gravi indizi di colpevolezza necessari per mantenere una misura restrittiva della libertà.
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Associazione mafiosa: la Cassazione sul tempo silente
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare per un indagato accusato di associazione mafiosa legata a una locale operante a Roma. La difesa contestava la competenza territoriale e l'attualità del pericolo, invocando il tempo silente. I giudici hanno stabilito che la competenza spetta al tribunale dove il sodalizio manifesta operatività autonoma. Per il reato di associazione mafiosa, la presunzione di pericolosità non decade per il solo decorso del tempo, richiedendo la prova di una rescissione stabile dei legami con il clan.
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Associazione mafiosa: conferma custodia cautelare
La Corte di Cassazione ha confermato la misura della custodia cautelare in carcere per un giovane indagato del reato di associazione mafiosa. Secondo l'accusa, il soggetto svolgeva un ruolo attivo nel coordinamento delle nuove leve e nella gestione delle comunicazioni tra i vertici detenuti e i sodali in libertà. La difesa ha contestato la rilevanza delle intercettazioni, definendole semplici vanterie o aiuti dettati da legami familiari. Tuttavia, i giudici hanno ritenuto che il quadro indiziario fosse solido, sottolineando come l'interpretazione dei messaggi criptici spetti al giudice di merito se supportata da una motivazione logica e coerente.
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Associazione mafiosa: conferma custodia in carcere
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia in carcere per un indagato accusato di associazione mafiosa. Il ricorrente contestava la mancanza di prove sul suo ruolo operativo e l'assenza di pericoli attuali. La Suprema Corte ha stabilito che per i reati di mafia opera una presunzione di pericolosità sociale e che i contatti documentati con i vertici del clan, uniti a compiti di controllo del territorio e assistenza ai detenuti, confermano l'inserimento organico nel sodalizio criminale.
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Associazione mafiosa: la Cassazione conferma il ruolo
La Corte di Cassazione ha confermato la misura della custodia cautelare in carcere per un soggetto accusato di **associazione mafiosa** e tentata estorsione. Il ricorrente contestava la solidità degli indizi relativi al suo presunto ruolo di vertice all'interno di un mandamento criminale e la sua partecipazione come mandante in specifici episodi estorsivi. I giudici di legittimità hanno dichiarato il ricorso inammissibile, sottolineando come gli incontri riservati con altri esponenti di spicco e il contenuto delle intercettazioni ambientali forniscano una prova logica e coerente della sua posizione apicale e della gestione attiva degli affari del clan.
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Associazione mafiosa: carcere confermato per il sindaco
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia in carcere per un ex sindaco accusato di associazione mafiosa e corruzione. Il ricorrente contestava l'attendibilità di un collaboratore di giustizia e l'interpretazione delle intercettazioni ambientali. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, rilevando che il Tribunale del Riesame ha motivato in modo logico l'esistenza di una cellula criminale locale infiltrata nell'amministrazione pubblica. La decisione ribadisce che, in presenza di gravi indizi per reati di stampo mafioso, opera una doppia presunzione di pericolosità che rende il carcere l'unica misura adeguata.
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Associazione mafiosa: conferma custodia cautelare
La Corte di Cassazione ha confermato la misura della custodia cautelare in carcere per un soggetto indagato per associazione mafiosa. L'accusa riguarda la partecipazione a una struttura criminale operante a Roma. La decisione si basa su gravi indizi emersi da intercettazioni telefoniche che provano l'affiliazione formale dell'indagato e il suo ruolo operativo come intermediario con istituti bancari per favorire gli investimenti immobiliari e commerciali del sodalizio.
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Associazione mafiosa: servono prove individualizzanti
La Corte di Cassazione ha annullato con rinvio l'ordinanza cautelare emessa contro un ex assessore comunale accusato di associazione mafiosa. La Suprema Corte ha stabilito che le dichiarazioni del collaboratore di giustizia non erano supportate da riscontri individualizzanti sufficienti, poiché basate su descrizioni fisiche troppo generiche. È stata invece confermata la gravità indiziaria per il reato di indebita induzione, avendo l'indagato abusato della propria qualità pubblica per esercitare pressioni su imprenditori locali al fine di favorire ditte specifiche in cambio di utilità.
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Associazione mafiosa: la condotta del pubblico ufficiale
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare per un'ex amministratrice locale accusata di associazione mafiosa. Secondo i giudici, la donna fungeva da intermediaria tra il clan familiare e l'amministrazione comunale, sfruttando il proprio ruolo pubblico per favorire gli interessi del sodalizio. La difesa sosteneva la liceità dei rapporti e dei crediti riscossi, ma le intercettazioni hanno confermato la sua piena inserzione nella struttura criminale. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile poiché le contestazioni erano basate su fatti già ampiamente accertati e privi di vizi logici.
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